SUL TAMBURO n.6: Nicola Pugliese, “Malacqua”

Nicola Pugliese, MalacquaNicola Pugliese, Malacqua. Quattro giorni di pioggia nella città di Napoli in attesa che si verifichi un accadimento straordinario, Napoli, Pironti, 20132

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di Giuseppe Panella

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Solo nel 2013 questo “piccolo capolavoro del Novecento” (“Questo è un libro che ha un senso e una forza e una comunicativa” – così ne scrisse Italo Calvino, accettandolo nel 1977 per una nuova collana di Einaudi che poi non ebbe granché successo e fu dismessa) è stato ristampato grazie alle insistenze dell’editore Pironti e le cure della figlia Alessandra.

E’ quindi ormai tempo di mettere un po’ d’ordine nella vicenda letteraria di Nicola Pugliese, scrittore, a un tempo, esaltato e negletto, osannato e malfamato, amato e disprezzato in egual misura, considerato l’autore di un capolavoro incompreso dalla critica e, tuttavia, apprezzato da un folto manipolo di estimatori d’élite, dimenticato sugli scaffali della storia letteraria del secolo scorso e ripescato solo da poco dall’editoria, dopo una serie di vicende ancora tutte da ricostruire e soltanto dopo la morte del suo autore (e l’uscita in vita, ma semi-clandestina, di una raccolta di brevi testi narrativi che a quell’unico romanzo chiaramente alludono e sono circoscritti1).

Sulla genesi e la struttura di Malacqua non mancano certo i contributi critici, dalle recensioni pubblicate all’epoca al libretto esaustivo (ma non totalmente) dell’animoso Giuseppe Pesce2.

Collocarlo all’interno di una tradizione letteraria importante e complessa come quella napoletana significa inevitabilmente confrontarla con essa e verificare i punti di contatto e di differenza (spesso forti e sensibilmente rilevanti) con i suoi punti fermi. I grandi autori che costituivano all’epoca il “cerchio magico” della letteratura a Napoli sono sostanzialmente riconducibili a una terna importante, Michele Prisco, Mario Pomilio e Domenico Rea (con altri autori che gli fanno da corona come il troppo spesso dimenticato Luigi Compagnone o Luigi Incoronato, morto troppo giovane e troppo presto). Inoltre altri scrittori legati alla “napoletanità” (come la chiamò Antonio Ghirelli in una sua celebre inchiesta degli anni Ottanta) che erano molto significativi all’epoca, anche se non vivevano più a Napoli da tempo, erano Raffaele La Capria e Anna Maria Ortese.

Nessuno di essi si entusiasmò per Malacqua. Solo uno scrittore a lui legato da forte amicizia, Luigi Compagnone, scrisse una recensione elogiativa del romanzo di Pugliese.

Con nessuno di essi, nonostante assonanze e ammirazioni (lo scrittore apprezzava molto lo stile e il livello narrativo di Ferito a morte di Raffaele La Capria3), l’autore ha a che fare sotto il profilo della ricerca letteraria né può peraltro essere inserito in una dimensione di cultura letteraria regionalistica.

Nonostante l’apparente cronachismo di alcuni episodi narrati nel libro, infatti, non è mai stato né può dirsi uno scrittore neorealista. E, nonostante la dimensione del libro sia assolutamente legata a una volontà di rappresentazione del tutto simbolica del reale, non ha né il misticismo appassionato di Pomilio, né la raffinata ambiguità psicologico-caratteriale di Prisco né la franca narratività apparentemente spontanea di Rea. Con Rea però ha in comune qualcosa che la critica non ha notato affatto anche se apparentemente salta agli occhi (o forse proprio per questo).

La scrittura di Pugliese, spezzata, rotta, franta, aggrovigliata e volutamente ambigua dal punto di vista del filo narrativo, ricorda moltissimo la pratica di William Faulkner legata al “monologo interiore” di ascendenza joyciana (un autore citato esplicitamente nella sequenza narrativa della barba tagliata al mattino e protratta fino all’esasperazione del lettore4). E a Faulkner in maniera esplicita si rifà il primo dei due romanzi di Domenico Rea, Una vampata di rossore, che vince il Premio Napoli nel 1959 e che ripete, in maniera diversa ma ampiamente riconoscibile, gli stilemi narrativi di Mentre morivo, grande opera appunto dello scrittore di Jefferson.

Pugliese è stato sezionato a lungo dai suoi non molti estimatori e i suoi referenti letterari sono considerati sempre altissimi: più che a José Saramago (il cui primo successo italiano, Memoriale del convento, esce dopo il 1982), è facilmente accostabile a Joyce, a Kafka (la bambola che urla, le monetine che cantano – dello scrittore boemo, infatti, si deve tenere presente come possibile fonte il racconto interrotto Blumfeld, uno scapolo anzianotto ma anche tutta la rivolta degli oggetti, la burocrazia e il “burocratichese” utilizzati scientemente da Pugliese), all’espressionismo del Gadda della Cognizione del dolore e alle “urla” disperate nella notte di Gonzalo Pirobutirro come protesta nei confronti del mondo, alla pioggia che dura anni e anni cadendo su Macondo in Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcìa Marquez, libro fondamentale per capire meglio Malacqua.

Ma il primo modello di Pugliese, a parte Croce e la sua nozione di accadimento (contrapposta a quella di volizione contenuta nella Filosofia della pratica del 1905), è il Libro dei libri, la Bibbia, e la storia di Noè e del diluvio universale (come appare anche nelle vicende narrate nel film omonimo del 1961 ambientato a Napoli da Vittorio De Sica e Cesare Zavattini). I “quattro giorni” dell’attesa dell’accadimento che non avverrà non sono forse altro che la contrazione dei quaranta giorni del diluvio stesso. Anche la marea montante del mare di Posillipo ricordano il diluvio sotto veste di evento che, tuttavia, si ferma a un certo momento e non prosegue troppo in là, quasi ad ammonire l’umanità a non esagerare (come avviene, ad esempio, in Le palme selvagge sempre di Faulkner con l’alluvione del Mississippi in cui poi, alla fine, le acque si ritirano come nell’opera di Pugliese).

Quattro giorni decisivi che però non approdano a nulla da un punto di vista effettivo ma che permettono agli uomini e, soprattutto, alle donne della Città di guardare a fondo in se stessi, di comprendere le loro necessità e i loro bisogni e di fare il necessario “esame di coscienza” (come avviene sempre di fronte alle catastrofi naturali che mettono a nudo la fibra interiore, la sensibilità profonda e quasi scorticata dei corpi e delle anime, costringendole a maturare in fretta, forse troppo in fretta). In Malacqua, i diversi personaggi (sempre nominati con il cognome prima del nome – come accade in tutti i registri della burocrazia e nelle istituzioni totali) vivono fino in fondo le loro contraddizioni e trovano la forza di farle esplodere prima che l’ “accadimento” si manifesti.

Il personaggio di Andreoli Carlo, ad esempio, evidente quanto diversissimo alter ego dell’autore, esemplifica le scelte e le angosce che contraddistingueranno tutti gli altri protagonisti della storia:

«Andreoli Carlo bevve il caffè nel letto, appoggiato sul gomito sinistro, una penombra intorno che non vedeva niente, ed accese una sigaretta. Il telefono trillò e dall’altro capo del filo gli raccontarono tutto: la voragine di via Aniello Falcone, due morti, due auto inghiottite, il crollo di via Tasso, al civico 234, con le cinque persone morte uccise nel sonno, la pioggia che continuava, e se continuava così c’era poco da stare allegri, e questo fu più che sufficiente a svegliarlo del tutto. Lui se ne andò nel bagno a mettere la faccia di fronte allo specchio che gliela rimandava, e per prima cosa pensò al giornale, certo, i servizi da predisporre, i cronisti da mandare, le fotografie e tutto quanto. Allora dopo sette minuti si ritrovò nell’auto, ed era scattato l’allarme, adesso, e s’era accesa la lampadina rossa. La sua testa se n’andava in giro per la città, saliva e discendeva da via Aniello Falcone, saliva e discendeva da via Tasso. E c’era la voragine, e c’era il crollo, e tutte le cose di sempre, e le persone, ed i gesti meccanici, rituali, ed i comunicati stampa, e le telefonate in redazione, ed il casino giù in tipografia per fare presto, fare presto, non si può andare fuori senza la notizia, non si possono perdere i treni di certo, oggi, con quello ch’è successo, figurati il casino. La sua testa fuggiva in giro per la città a rivedere voragini e crolli già conosciuti, il pianto delle madri e dei parenti, il dolore isterico, la rabbia smorzata e impotente. La sua testa fuggiva in giro, certo, fuggiva, ma ritornava poi in punta di piedi attraverso sentieri e gli ricostruiva una presenza crudele inevitabile…»5.

Nel ricostruire quattro giorni di pioggia e di follia, di amore e di morte, di sentimento e di sesso, Nicola Pugliese traccia e sbozza un ritratto indicibile, crudele e splendido di Napoli, la città che “o ti ferisce a morte o ti innamora” (La Capria).


NOTE

1 Una serie di racconti compone, infatti, La nave nera, raccolta edita a cura di N. Vitali per La compagnia dei trovatori, una piccola ma sempre solida casa editrice di Napoli.

2 Cfr. G. PESCE, Napoli, il dolore e la non-storia. “Malacqua” di Nicola Pugliese, un piccolo capolavoro del secondo Novecento, Pomigliano d’Arco (Napoli), Oxiana Libri, 2010, un libro esemplare per la ricchezza della documentazione e il pathos della ricerca profusevi.

3 Il romanzo di La Capria era uscito presso Bompiani nel 1961 ed era diventato in pochissimo tempo un cult della sua generazione.

4 Non a caso l’ Ulysses di Joyce inizia con il rito della barba quotidiana “officiato” da Buck Mulligan in presenza di Stephen Dedalus.

5 N. PUGLIESE, Malacqua cit. , p. 17.

 

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