Avremo cura, poesie di Gianni Montieri

indexIl titolo dell’ultima raccolta di Gianni Montieri, Avremo cura, mi piace molto. Lo considero un impegno, una dichiarazione poetica. “Perché scrivo poesie?”, mi viene in mente la risposta di Curver. “Perché ho bisogno che mi vogliano bene”. In Montieri questo scopo, questo bisogno, si preannuncia attivo. Vuole dare bene. Prendersi cura, appunto.

Mi domando subito, per franchezza, se questo può bastare per legittimare un’azione poetica, la scrittura. Se questa tensione sentimentale possa prescindere dal verso poetico. Dalla sua forza propria, dalla sua autonomia. La risposta è no. Ed infatti nella poesia di Montieri questo non accade. E’ la poesia, il verso, lo strumento della cura. E questa poesia esiste, ha radici, commuove. Il cerchio è chiuso. Voglio andare indietro a prima del boato/ ai secondi di silenzio prima dello schianto/ fare magari ancora un passo indietro/ allo sguardo che punta verso l’alto/ sulla forma indistinta che precipita.
La cura di Gianni Montieri non è consolatoria, e non è una panacea. La medicina poetica ma non sentimentale di Montieri è il disincanto etico di chi può comprendere il dolore degli altri a partire dal proprio. E’ la consapevolezza terminale che tutti i dolori sono uguali per chi li soffre, quelli grandi e quelli piccoli, quelli storici e quelli privati. Montieri è un poeta del Sud. Non è un poeta “meridionalista”. E’ un poeta del Sud. Guarda il mondo con occhi meridiani ma al mondo intero appartenendovi. (…) che si è fatto tutto in una sera gelida/ e oltre il vetro, guardando/ un luogo che non c’è, ho pianto. Non è questa struggente commozione il lascito della sua poesia. Leggiamo più in là la forza di prendere distanza, di cogliere in campo lungo le ragioni della sofferenza. Ricordo d’aver visto in cucine/ piccole e male illuminate/ preparare e poi servire/ cene sempre uguali/ la zuppa dei fagioli come in guerra/ e guerra era quel rumore/ di due donne a masticare/ quel silenzio da bombardamento. Ed è questa inquadratura poetica che si prende cura della realtà, più e oltre la commozione da cui eravamo partiti.
Sul piano più strettamente estetico, la poesie di Montieri procede per negazioni e successive definizioni, in quanto la parola dà e la parola toglie, in una plastica dinamica di vuoti e di (ri) pieni. Milano mi somiglia, non il fiume/ che l’attraversa all’ora dell’aperitivo/ (…) nemmeno stasera che è bello/ e me ne vado in bicicletta verso casa. Milano è come Guadalquivir. Amo Guadalquivir/ nome proprio di fiume/ suona liquido, d’acqua. E prima infatti aveva scritto E mi piacciono le parole/ con le parole do i nomi alle cose/ allora dopo le so le cose/ imparo dove mettere/ dove sta la bottiglia e dove/ l’attaccapanni.
Spero di non essere lezioso se confesso di sentire questa poetica molto vicina. Non è affatto minimalista questa potenza domestica delle parole. La cura che questa raccolta di Gianni Montieri ci offre è quella che usa le parole poetiche per fare la polvere al mondo. Questo mondo ci è stato dato, pur in un assoluto vuoto di gloria, questo sforzo di (ri) mettere le cose a posto possiede lo stesso spessore dell’epopea contadina nel nostro comune Sud. (…) come fare ordine negli armadi/ come la fine di una vacanza/ sì è messo a piovere, che meraviglia.

Pasquale Vitagliano

 

 

 

 

 

 

 

 

aveva scritto E mi piacciono le parole/ con le parole do i nomi alle cose/ allora dopo le so le cose/ imparo dove mettere/ dove sta la bottiglia e dove/ l’attaccapanni.
Spero di non essere lezioso se confesso di sentire questa poetica molto vicina. Non è affatto minimalista questa potenza domestica delle parole. La cura che questa raccolta di Gianni Montieri ci offre è quella che usa le parole poetiche per fare la polvere al mondo. Questo mondo ci è stato dato, pur in un assoluto vuoto di gloria, questo sforzo di (ri) mettere le cose a posto possiede lo stesso spessore dell’epopea contadina nel nostro comune Sud. (…) come fare ordine negli armadi/ come la fine di una vacanza/ sì è messo a piovere, che meraviglia.

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