Dieci domande a dieci scrittori-traduttori: Nicola Lagioia

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Nicola Lagioia, autore di romanzi, racconti e saggi, editor di nichel, la collana di letteratura italiana di minimum fax, e personalità molto attiva nel panorama culturale italiano, uno degli scrittori di cui, negli ultimi tempi, si è parlato (e si sta parlando) maggiormente…

1) Da Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi), pubblicato nel 2001 da Minimum Fax e vincitore del premio Lo Straniero, a La ferocia, 2015, pubblicato con Einaudi e vincitore del Premio Strega. E nel mezzo due altri romanzi Occidente per principianti, 2004, Einaudi, vincitore del premio Scanno e Riportando tutto a casa, 2009, vincitore del Premio Viareggio, senza contare le opere a più mani, i saggi e i racconti: com’è cambiata (se è cambiata) la tua maniera di raccontare storie e di rapportarsi al mondo?

Mi sembra di poter dire che, dal primo romanzo alla Ferocia, sono andato sempre più verso la costruzione di una storia. Verso romanzi, cioè, che avevano un impianto narrativo sempre più pronunciato e complesso. Credo di essermi reso conto, andando avanti, che il tessuto narrativo è per così dire parte del codice linguistico, e influenza a propria volta l’uso della lingua. La lingua di Malcolm Lowry in Sotto il vulcano sarebbe probabilmente diversa se non incarnasse la storia del Console Firmin e del suo amore disperato per Yvonne. Così come la magnifica lingua di Proust cambierebbe sfumatura (come la luce curverebbe davanti a un corpo di massa elevatissima) avvicinandosi alla gelosia che il narratore prova per Albertine, o al rapporto tra Swann e Odette. Ecco, di libro in libro ho provato a fare del tessuto narrativo una parte sempre più densa nel mio discorso.

2) Sia Riportando tutto a casa che La ferocia si svolgono a Bari. Il primo negli anni ’80, il secondo ai giorni odierni. Ma ne La ferocia si ha la percezione che le cose siano peggiorate, e che quell’iniziale crollo dei valori individuato nella storia dei tre adolescenti protagonisti di Riportando tutto a casa sia divenuto una sorta di mondo in rovina dominato da lupi, sciacalli e avvoltoi. È un’impressione giusta?

Credo che l’istinto di prevaricazione esista dalla notte dei tempi. In certi momenti storici torna fuori con più violenza. Succede nei periodi di crisi, dunque oggi molto più che durante l’ubriacatura degli anni Ottanta. Le cose possono sembrare peggiorate se il nostro spettro visivo si limita agli ultimi trent’anni. Se si allarga, ci accorgiamo che i momenti di discontinuità (in meglio e in peggio) sono innumerevoli nella Storia. Per non parlare di cosa accadrebbe se allargassimo lo spettro geografico. Se uno legge ad esempio Congo, il vasto e meritevole reportage di van Reybrouck, si rende conto di quanto può essere atroce (e feroce, violenta) la storia di un paese anche nel XXI secolo.

3) Poco sopra ho nominato lupi e avvoltoi ma avrei anche potuto fare riferimento al mondo degli insetti. Numerosi, ne La ferocia, sono i richiami all’etologia. A me, leggendo, è venuta in mente, chissà perché, la scena iniziale de Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah: le formiche che divorano gli scorpioni, chiaro simbolo di un mondo spietato dove si divora e si è divorati… Che funzione hanno i riferimenti etologici nel tuo romanzo?

Per gli altri animali lo stato di natura è la normalità. Per noi, la barbarie. Gli altri animali (parlo dei predatori) non sono capaci di rompere il movimento circolare della violenza cui la natura li chiama. L’uomo al contrario è in grado di estirpare da sé l’istinto di prevaricazione che ci porterebbe altrimenti a sbranarci gli uni con gli altri. Cosa che spesso facciamo, se non fosse che abbiamo anche momenti di discontinuità, cui diamo il nome di amore, o di grazia. Chiamiamola come ci pare, ma quella grazia o quell’amore dovrebbero essere la nostra meta di specie. L’emancipazione dalla violenza. E’ una strada ancora molto lunga, e chissà se riusciremo a percorrerla del tutto prima di estinguerci. Però è innegabile che dalla legge del taglione qualche passo in avanti è stato fatto.

4) La famiglia e il contrasto generazionale sembrano temi a te molto cari. Per La ferocia, visto il tema della (de)caduta di una ricca famiglia borghese, qualcuno ha anche citato I Buddenbrook. Hai avuto dei modelli di riferimento nella stesura di questo romanzo?

A me i Salvemini sembrano più vicini agli Uzeda (i protagonisti dei Viceré) che non ai Buddenbrook. A ogni modo amo molto sia Mann che De Roberto.

5) Cosa ne pensi, da scrittore, da addetto ai lavori e da lettore (sempre che questi tre aspetti possano essere separati) della ricerca del Grande Romanzo Italiano? È un’ossessione proveniente dagli Stati Uniti o una sorta di pulsione interna a ogni produzione letteraria nazionale?

Io cerco sempre di scrivere il libro migliore che posso. Do tutto me stesso, e ci metto tutto il tempo che credo sia necessario. Tanto o poco che sia, cerco di spremere il mio talento fino all’ultima goccia. Sacrifico ogni cosa al libro che ho da scrivere. Non mi risparmio. Tutto il resto – classificazioni, definizioni, grandi ragionamenti sul Grande Romanzo – lo lascio a chi guarda la partita. Non si può stare in campo e commentare le proprie stesse azioni. Ho seguito le polemiche di quest’estate, ma essendo io parte in causa è ingiusto che replichi. A quanto pare le cose si sono messe in modo tale che a me è riservato il campo da gioco e non gli spalti. Chi è sugli spalti – tribuna o curva che sia – specie se ha pagato il biglietto, è assolutamente lecito che misuri, definisca, fischi, applauda e così via.

6) A questo proposito, l’ultimo romanzo di Jonathan Franzen, Purity, sembra aver superato i confini nazionali, come se si stesse passando dal grande Romanzo Americano al Grande Romanzo Planetario. Pensi che sarà questa la nuova, grande ossessione letteraria?

A me sembrava che già Musil avesse superato i confini nazionali. E Joyce. E Faulkner. E Proust. E Cortázar. E Bolaño. Non scambierei quattro articoli di giornale per Harold Bloom.

7- Tornando a La ferocia, ma tenendo d’occhio anche Riportando tutto a casa, colpisce molto il tema della perdita dell’innocenza. C’è sempre un mondo degli adulti irrimediabilmente corrotto e corruttore e uno dei bambini dominato sì, anche quello, da una sorta di ‘homo homini lupus in nuce’, ma anche portatore di un potenziale, futuro riscatto. È così? Esiste ancora, nel mondo e soprattutto nell’Italia di oggi, un’innocenza da perdere?

Certo che esiste. Come esiste l’amore. La vita è molto più vasta di quanto la nostra paura osi pensare e l’Italia non si riduce a quella puttanata condominiale fritta e rifritta ogni giorno dai mezzi d’informazione. L’Italia (intendo il paese reale) è un posto molto interessante da esplorare, e raccontare, se si ha il coraggio di perdersi nel bosco.

8- Hai dedicato il Premio Strega al popolo greco. Prima del referendum di luglio sembrava che la Grecia fosse il banco di prova da cui in una maniera o nell’altra sarebbe uscita un’Europa differente. Ad alcuni mesi di distanza sembra invece che poco o nulla sia cambiato: siamo davvero divenuti parte di un leviatano a cui è impossibile ribellarsi?

Fare i professionisti dell’Apocalisse è un ottimo sistema per non mettersi in gioco. Il futuro non è mai scritto e la Storia è un cimitero di aristocrazie. Non esiste nulla di immutabile, nella Storia. Chi lo pensa ha una così scarsa autostima da ritenersi fuori dal gran gioco del mondo. Ne facciamo tutti parte. Questo non significa che non sia spesso un gioco al massacro. Ma non esistono leviatani, se non a livello di idea platonica. Stalin era un tiranno sanguinario, poi è morto.

9- In un articolo comparso su Internazionale del 16 giugno 2015 dici tra le altre cose che “la letteratura è nella Storia, eppure al tempo stesso ha il vizio di tradirla, di farle il contropelo” e poi che “la letteratura racconta i legni storti, non ha la pretesa di raddrizzarli”. Sarebbe qui troppo lungo e complesso ragionare sulle tue parole (chi vuole può andare a leggersi l’articolo) ma mi chiedevo se attribuisci o meno a questo contropelo anche un potere, come dire, catartico.

Catartico sì, politico molto meno.

10- Ultima domanda: sei uno dei selezionatori della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Qual’è il film che ti è piaciuto di più tra quelli presentati quest’anno? E ti è mai venuta la tentazione di raccontare una storia usando la cinepresa?

No, non mi è mai venuta questa tentazione. La letteratura mi basta. Al massimo potrei scrivere una sceneggiatura, ma non credo potrei fare il regista. Amo molto il cinema. E uno dei film di Venezia che ho molto amato è Anomalisa di Charlie Kaufman e Duke Johnson. Mi sento di consigliarlo. Una storia semplice ma toccante. Sembra Tennessee Williams, ma nel cervello di Charlie Kaufman.

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