“Adua”: il romanzo di chi parte senza sapere dove arriverà

Adua
di Giacomo Verri

Se passeggiate per Roma e imbroccate la piazza Santa Maria sopra Minerva, ai piedi del piccolo obelisco potreste vedere una donna che si confida con il dolce elefantino del Bernini: è Adua (così il titolo dell’ultimo romanzo di Igiaba Scego, Giunti, pp. 186, euro 13), figlia dell’indovino somalo Mohamed Ali Zoppe, giunta in Italia negli anni Settanta con un sogno nel cuore, quello di diventare come Marilyn o come Audrey una stella del cinema, e finita invece a girare un porno tanto leggero quanto ignobile e spietato.
È una storia trascinante quella di Adua, è un dialogo tra generazioni – padre e figlia – e tra due città, paradigma di universi diversissimi, Magalo e Roma, strettamente legate dalla vicenda umana dei protagonisti, ma solo dolorosamente conciliabili come, e più, delle due celebri città di Mario Soldati.
La vicenda si snoda in tre tempi, magistralmente intrecciati nell’infilzata dei capitoli: gli anni del colonialismo fascista in cui agisce il giovane Zoppe che fa da traduttore agli italiani in procinto di fare la guerra; la Somalia degli anni Settanta e la Roma del nuovo secolo, nelle cui vie e vene si riversano gli immigrati scesi dai barconi screpolati di Lampedusa. È con uno di questi, soprannominato con franca brutalità Titanic, che Adua si sposa e convive e fa un amore scialbo e malinconico. Ma qui siamo solo al punto d’arrivo: prima ci sono state molte sofferenze, tante speranze voltate in polvere, numerosi sogni ognuno dei quali aveva avuto come centro la città caput mundi; sia per Adua, sia per suo padre Zoppe diversi anni prima, Roma è nel cuore “una reggia a cielo aperto” e “invece ci pisciano cani e umani”. Roma non cambia, cambiano le persone, cambiano le coscienze. Zoppe va a Roma nel 1934, sua figlia Adua ci va, di nascosto da tutti, al principio degli anni Settanta. Entrambi anelano a un futuro migliore, entrambi si scontrano con la superficie durissima dei loro sogni. Padre e figlia, che non si sono mai compresi, che hanno provato l’uno per l’altra un amore muto, strisciante, acido, è a Roma che scoprono la potenza dei loro legami. È una corrispondenza d’amorosi sensi che si intende da lontano, quando cioè lo stare vicini non è più possibile: quando Adua scappa dalla Somalia compie uno strappo definitivo, il padre non lo rivedrà mai più, ma lo capirà: “ha un sapore agrodolce la parola padre. La punta della lingua è ferita dai suoi aculei. […] Mi fa sentire scomoda questa parola. È come se non avessi un appoggio. Come se delegassi a qualcuno la mia felicità. La parola padre mi terrorizza. Ma è l’unica che sappia farmi ancora respirare”.
Zoppe insegue la ricchezza spingendo da parte l’amore e finendo per mettere in gioco la propria fedeltà alla patria. Zoppe insegna alla figlia che l’amore è una cosa inutile, dannosa. Asha la Temeraria, la madre di Adua, avrebbe voluto chiamare la bambina Habiba, che significa Amore in arabo. Ma l’amore tra madre e figlia scompare presto, Asha muore dopo aver dato alla luce il frutto del suo ventre e Adua finisce per chiamarsi con il nome della prima vittoria africana contro l’imperialismo europeo. Adua è per Zoppe la rivincita sulle proprie mancanze. Ma questa rivincita ha un peso tremendo su di lei: Adua è irrequieta, Adua ha un “fegato infelice”, Adua ha voglia di cagare tutta quella angoscia” che le viene da un destino troppo affilato.
I movimenti del cuore che muovono padre e figlia sono simili, a volte identici, ma sempre fuori tempo. Zoppe va in Italia per una vita migliore nel momento peggiore in cui un nero (un uomo marrone come dice una bimba ebrea della Roma del ’34) potesse arrivarci: sono botte e pugni e sputi. Da lì, Zoppe desidera il ritorno (“Gli mancava Magalo e la lentezza bovina di quella città oceanica”). E in effetti torna per salvare poi il proprio onore e morire, solo, “tra scoregge e rimpianti”. Le grandi città mangiano la purezza: Zoppe lo scopre presto e vorrebbe insegnarlo alla figlia; ma Adua non ha orecchie per ascoltarlo e parte, senza ascoltare le paternali (tante paternali, tanti capitoli punteggiano il romanzo con questo titolo) di Zoppe: “Sei come tua madre Asha, ancora credi al prossimo. Il mondo è crudele, Adua, non devi credere a nessuno”. Tuttavia Adua lascia Magalo e la Somalia, lascia “la cannella, gli incensi, il sandalo, l’ambra dorata, la passiflora, i manghi maturi, le papaie benefiche, l’ananas voluttuoso” per andare a farsi toccare il culo da registi di ultima categoria, a prendere in bocca la sborra di luridi magnati e a farsi “sverginare da un paio di forbici”.
Il viaggio di Adua – come il viaggio di suo padre – è una parabola di crescita, però; vanno avanti, sbagliando, per scoprire il viso della loro coscienza e per smascherare la bellezza alloppiante dei luoghi che abitano, ma pure la truffa più disperata che le città apparecchiano agli esseri umani.
Igiaba Scego, con una scrittura aromatica che infila a forza nelle narici del lettore gli odori di un’esistenza aspra e carnosa, costruisce un romanzo forte e tatuante, perché certe immagini reagiscono con la nostra pelle e vi rimangono impresse, e il sapore della vita, a tratti brutale, colto a pochi centimetri da terra, ci avvinghia i polpacci e non ci lascia più. Un romanzo che nei giorni della disperazione di chi parte senza sapere dove arriverà non può mancare nel gran teatro della nostra coscienza.

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