Le voci del Pretorio. Il romanzo epistolare di Angelo Ascoli e Pasquale Vitagliano. La quarta risposta.

tarr_pretorio_museo_05Quarta risposta

Mio caro Daniele,
Ma se l’appuntamento era stato rinviato? Anzi, se non avessi già capito che qualcuno, qualcosa ha giocato con le nostre attese e con la nostra vigliaccheria, ti risponderei che fosti tu a chiamarmi, a chiedermi di spostare il giorno del nostro incontro. E vero, mi parve strano sentire sulla segreteria telefonica del mio telefonino quella voce di donna, diceva di essere la tua segretaria, mi lasciava un messaggio da parte tua, un impegno improvviso, eri dovuto partire per Zurigo, l’appuntamento era spostato a data da definirsi.

Tu mi avresti richiamato. Mi parve strano, ma non ti cercai. Non volli cercarti. Mi sembrò di trovarmi di fronte a un’altra delle tue fughe, e non avevo voglia di rincorrerti. Dubitai di te, Enrico, per tre giorni vissi nell’attesa di un’altra telefonata, di un altro rinvio, questa volta definitivo.
Adesso capisco con chiarezza che quella voce di donna non apparteneva alla tua segretaria. Qualcuno, qualcosa si è impadronito dei fili dei nostri destini, li ha tirati e deviati a suo piacimento. Qualcuno ha voluto che tu in quei giorni fossi a Caserta e che non ci fossi io. Forse quel qualcuno che ha mandato o seguito Rosaria, che le è andato incontro, che le ha sparato.
Che non è riuscita a ucciderla, mi piacerebbe dirti. E invece Rosaria è morta, mio povero Daniele. Qualche giorno fa sono venuto in Basilicata per un servizio. Sono passato da Potenza. Avevo già saputo quello che era successo. Ti ho cercato in Tribunale. Ma tu non c’eri. Ebbi paura che ci fosse stato anche per te un colpo di pistola, magari più silenzioso, più oscuro. Ti ho cercato, ma non a lungo. Solo fino a quando arrivai al Palazzo di Giustizia, ancora un Palazzo, Daniele, sulla nostra strada, altri gelidi scaloni da salire, altre porte indifferenti cui bussare, altri visi infastiditi cui chiedere. Deve essere stato qualcuno del tuo ufficio, non appena mi presentai. Mi disse che mancavi da alcuni giorni. Che era sembrato che tu avessi qualcosa di strano, eri assente, loro ti parlavano dell’inchiesta ma avevano capito che non stavi a sentirli, mi dissero che forse non stavi bene, solo un po’ di stanchezza, rispondesti tu, solo un po’ di stanchezza, Daniele. Capii che eri scappato di nuovo, non potevo sapere che tu eri stato lì mentre Rosaria cadeva, ma pensai che ti eri sentito avvolto dal pericolo e che eri dovuto fuggire. Adesso so che hai avuto paura.
No, se quell’uomo subito dopo aver sparato a lei, avesse volto la pistola contro di te, non saresti scappato. Hai capito subito che quel giorno la morte non stava cercando te, che non eri tu il bersaglio. «Non ho avuto il coraggio di affrontarla, neppure da morta», confessi. Ma lei era già morta per te, Daniele. E se non avessi la certezza che la sua carne sanguinante ha sofferto per qualche ora ancora all’ospedale, se non avessi visto il suo volto ormai estraneo e per sempre misterioso all’obitorio, penserei che colei che tu avevi intravisto, che hai cercato, che ti passò davanti era un fantasma, lo spettro di colei che avevi creduto di amare e che era morta, per te, il giorno in cui ti sei chiesto se e perché l’amavi ancora. Uscito dal Palazzo di Giustizia, ho camminato per questa città difficile che non conosco e che non capisco. Che non voglio capire. Ho camminato a lungo per Via Pretoria, ma non ricordo nulla di questa strana via centrale, troppo spoglia per essere ricca, e troppo lussuosa per essere modesta. Pioveva, questo lo rammento. Pioveva e c’era un rumore continuo che non era il normale traffico di una città sveglia. Era un brusio infastidito, come un continuo, ininterrotto colpo di tosse, una tosse nervosa, secca, cronica, la tosse di una città le cui ossa sono infradiciate di stanchezza e di noia, una città con la gola arrossata dal freddo dell’abbandono e con i polmoni che hanno poca voglia di respirare.
Ho camminato a lungo, senza pensare. Non ho provato a chiamarti sul telefonino. Non sarei riuscito, in quel momento, a parlare con te anche perché sapevo che neppure tu avresti voluto. Si dice che gli amici si vedono nei momenti più difficili. Ma ci sono degli amici di cui, in certi momenti, serve il silenzio. La distanza. Sapevo che avevi bisogno di fermare la tua fuga, e che solo allora ti saresti ricordato di me. Ho camminato a lungo, poi sono ripartito. A Milano, nell’attesa della tua lettera, non ho potuto farne a meno. Ho chiamato Elena. Ho cercato anche lei. Ma in preda ad un furore che la tua storia ha fatto riemergere incredibilmente. L’ho cercata continuamente. Ossessivamente. Non mi ha mai risposto. Vorrei ristabilire un contatto. Anche se credo sia divenuto impossibile. Ormai l’ho persa irrimediabilmente. Mi ha abbandonato. A suo modo, anche lei, come Rosaria, è morta. E sono stato io ad ucciderla.
Se sei a Potenza, Daniele, se davvero la lettera che ho ricevuto è la tua (vedi a che punto sono arrivato), se quel qualcuno che gioca con i fili non sta continuando a divertirsi tirandoli, dimmi cosa è successo. Dimmi, se puoi, se vuoi, chi ha sparato al fantasma di Rosaria. Chi ha organizzato tutto questo doveva sapere che lei, per te, era già morta. Cosa sai, Daniele, che io non posso sapere?

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...