Il poeta Vittorio Gassman

Gassman
Quindici anni fa l’addio del grande attore

di Augusto Benemeglio

1. La morte non si lasciò incantare

Poco prima di morire , Vittorio Gassman , diede l’ennesimo addio al teatro, sperando di esorcizzare la morte , ma la morte , con cui aveva a lungo lottato – e vinto – nelle vesti di Brancaleone ( forse il suo capolavoro) e in altre mille “finzioni”, stavolta non si lasciò incantare. E non accettò alcuna partita a scacchi, come forse – romanticamente – avrebbe voluto lui , grande ammiratore del Settimo sigillo di Bergman. Non gli andò incontro a viso aperto, ma lo ghermì di soppiatto, di notte, nel sonno. E così, a 78 anni ancora da compiere, dopo 60 anni di palcoscenico, disse basta davvero, Addio, amici, addio pubblico amato e odiato . Non so dove andrò , non so se esiste quell’equazione tra luce essere e immortalità. Probabilmente non esiste nulla, al di là di questa vecchia carcassa già nutrimento dei vermi. Ma io sono riuscito, proprio in questi ultimi tempi, a entrare nella comunione totale con l’Universo. Sono riuscito a perdermi in quel puro godimento disinteressato, in quella modesta e segreta complessità che è l’ironia e una buona vena d’umorismo. Ormai la morte non la temo più. Anzi, sapete che vi dico?, la sfotto la vecchia con la falce.

2. Da Eschilo al marchese Caccavone

E la morte se lo prese il 29 giugno 2000, giorno di upanishad, di luce intensa che brilla al di là di tutto, nei più alti mondi, oltre i quali ve ne sono di più alti ancora , che è poi in verità la stessa luce che brilla all’interno dell’uomo, la stessa luce che brillò per molti anni nel suo cuore grande e squassante. Il suo addio lo aveva dato poco prima, anche se non credeva fosse quello definitivo. Un addio da vecchio mattatore, nel modo più eccessivo, più plateale possibile : esibendosi – anche col supporto televisivo – in tutto il suo repertorio, che era immenso. Da Eschilo al marchese di Caccavone, quello della teoria del niente, facente parte dell’Accademia degli Incauti ( “ Il niente, adunque, sarà il soggetto del mio discorso. Parlerò del niente e del niente dirò appunto cose da niente, onde da voi non chieggo che attenzione da niente”). Ma io, personalmente, lo ricordo ancora giovane in un formidabile Otello, lui e Randone che si scambiavano i ruoli di Jago e Otello, e poi in Macbeth, Edipo, e Sofocle . E una volta, al Sistina, nell’ Uomo dal Fiore in bocca, un pezzo antologico che Vittorio volle riproporre in segno di omaggio a Pirandello, un brano testamentario, forte, impregnato di Sicilia , una dichiarazione d’immutato amore per la sua terra da parte del drammaturgo agrigentino.

3. Il Premio Barocco

Poi Gassman si è trasformato di volta in volta in tennista ( era stilisticamente brutto a vedersi, giocava da autodidatta, molto frontale, ma aveva una possanza atletica davvero straordinaria), polemista, seduttore, patriarca, vagabondo, poeta e romanziere. E in quell’addio ripercorse tutti i ruoli accarezzati, introiettati e interpretati non solo sulla scena, ma anche nelle varie stagioni della sua esistenza. Ed allora riecco Gassman-Adelchi, con un Manzoni indigeribile, un Gassman hollywodiano, in tono decisamente minore, ora zingaro, ora maestro d’orchestra , o principe russo ( chissà perché gli facevano fare la parte dello slavo ) fino all’ultimo straordinario, eccezionale Gassman-Achab , Gassman-Ulisse. Gli mancò il ruolo di Don Chisciotte , ma Brancaleone tale è, la mimesi del Cavaliere dalla triste figura.
E poi c’era il Gassman disperato, malato, solo, in preda alla più cruda depressione ( mi ha riferito un eccellente dermatologo salentino, che ebbe in cura Vittorio per un certo periodo, che l’attore aveva dei veri e propri buchi ai piedi, frutto delle sue ansie e angosce). Ma passati i periodi di depressione, Gassman tornava quello che da sempre abbiamo conosciuto, egoista, vanesio, goliardico, eccessivo. Molteplice. “In realtà, Vittorio è un timido”, mi disse una volta il suo grande amico gallipolino, Carlo Mazzarella, che ogni tanto, d’estate, incontravo al Marechiaro di Gallipoli, dov’era ormeggiata la sua barca. “ L’ho invitato tante volte a Gallipoli”, mi disse Carlo , “ ma ancora non sono riuscito a portarcelo “. Erano gli anni ottanta e Gassman era ancora sulla cresta dell’onda . A Gallipoli ci verrà molto più tardi, dopo la morte di Mazzarella , in ossequio alla memoria dell’amico, raccogliendo l’invito degli organizzatori del premio Barocco, e salutò il presidente, Fernando Cartenì, e tutti i “gallipolesi”, come li chiamò lui. Mi parve un po’ a disagio, stranamente intimidito . Forse era vero che era anche timido, come lo sono buona parte degli attori. In fondo ciascuno di noi rimane per buona parte un mistero anche di fronte a se stesso. E tutti i Gassman che abbiamo conosciuto, che ci sono sfilati nella carrellata di questi ultimi sessant’ anni in fondo sono possibili, anche quello imbarazzato di fronte a Maurizio Costanzo che dice: “Forse ho sbagliato tutto, non avevo nessuna vocazione per fare l’attore, è stata mia madre che mi spinse a farlo , lo volle, fortissimamente, perché era stata una sua mancata aspirazione”.

4. Il commiato

Infine , il commiato. L’epilogo. In un palcoscenico che ribolliva di folla delirante. E lui, Gassman che alzava per l’ennesima volte le braccia come un eroe omerico. Superbo. Unico. Mitico. Ecco le sue dichiarazioni finali: “Gli attori sono una categoria con un forte tasso di imbecillità e di finte aristocrazie; io ho sempre amato attori e registi che hanno il senso del gioco e della relatività, Monicelli, Scola, Risi, Altman , tutta gente che fa le cose seriamente ma non si prende troppo sul serio. Del resto, se non si rimanesse bambini fino a novant’anni , non si potrebbe fare gli attori”.

Che rapporto ha con i suoi molti figli ?

“I figli sono creature sconosciute con cui il rapporto è ambivalente: amore e combattimento, ci devono essere entrambe, con i figli si lotta: ho un figlio di 19 anni che amo moltissimo, però se faccio un errore non mi perdona , punta subito il dito, però mi protegge anche”. Un figlio che ricorda, da bimbo, con versi di grande pudica virile tenerezza, da poeta vero:
Jacopo/ testina rasa/ voce roca di stupori:
sono io, non stupirti,/ il tuo fievole padre
che ti ama e ti carezza/i tuoi corti capelli,
la gola morbida /da cui si scioglie il suono
invincibile dell’infanzia.

Esiste la felicità?

“No. La felicità totale no. Esistono momenti di felicità, uno stupore di stare al mondo, ogni giorno mi sveglio con un cenno di ringraziamento verso l’ipotetico padrone del vapore”.

Crede in Dio?

“Sì, al sessanta per cento. Per il 40 intervengono il raziocinio, i dubbi . Ma un frate mi ha detto che la fede che non passa attraverso il dubbio vale di meno”.

Chi è realmente Vittorio Gassman?

Una persona goffa, che si è mascherata facendo l’attore. Tutte le mie profonde insicurezze, debolezze e fragilità sono riuscito a nasconderle facendo il buffone, ed è questa la causa della mia depressione.

5. Laurea honoris causa

A uno dei più grandi attori italiani di ogni tempo, a una persona di grande spessore culturale, che sarebbe stato qualcuno comunque, anche non facendo l’attore, la Facoltà dei Beni culturali dell’Università di Lecce avrebbe voluto dare una laurea honoris causa. Si era già deliberato il tutto, per l’autunno del 2000, ma Gassman non ha voluto aspettare, o non ha fatto in tempo. Vittorio è morto prima . E così, il riconoscimento al protagonista di tante imprese teatrali, al ruolo fondamentale che Gassmann ha svolto negli ultimi cinquant’anni per la cultura italiana, non gli è stato dato . Riceverlo postumo sarebbe servito solo a rafforzare la teoria del marchese Caccavone e del Totò della “Livella”: a niente.
Invece hanno dato, poi, sette lauree honoris causa ad Alberto Sordi, che , con tutto il rispetto per l’attore, come uomo valeva decisamente meno, ed era comunque a distanze siderali da uomini di cultura quali erano Gassman e Bene .
Vittorio meritava il riconoscimento non solo per l’attività in teatro, per il cinema, ma per tutto questo e altro ancora, comprese le sue opere letterarie ,alcune delle quali sono diventate best-seller. Magari ci avrebbe riso su, ci avrebbe scherzato, con auto-ironia , con auto-sarcasmo, avrebbe recitato una delle sue ultime poesie in endecasillabi tratte da Memorie del sottoscala:
Smettila, stai per essere vecchio/ e ancora la tua faccia ti diverte:
tardare un poco allo specchio è tuttora/ l’ora e il gioco a cui sei più solerte.
Guardati, dunque, guardone!/ Eccola, bene a fuoco adesso,
quella tua faccia che l’età non tocca/ se non d’un taglio agli angoli della bocca,
l’occhio guardingo di chi ha avuto successo;/ a fuoco quel collo eretto e fiero
quando le ruote girano propizie,/ e al primo allarme il vuoto, l’umor nero,
le vergognose mestizie./ Sputaci, nello specchio, vecchio cialtrone.
Del vecchio vizio è ora di far senza:/ prenditi a calci in culo, coglione!
Subito dopo la sua morte, disse Luigi Santoro, docente di storia del teatro e dello spettacolo e di cinema presso l’Università di Lecce: “Dare una laurea honoris causa a Gassman sarebbe stata una grande opportunità per quanti fanno teatro dalle nostre parti – e sono molti -, e soprattutto per i nostri giovani studenti. Gassman era la bandiera, il protagonista assoluto del teatro italiano nel mondo. E aveva investito tutto sé stesso, la sua vita nell’attività di uomo del palcoscenico”.

6. Il discorso funebre di Carmelo Bene

E anche Carmelo Bene, l’antico rivale, che l’avrebbe seguito qualche anno dopo nel regno delle ombre, pronunciò – dopo la morte di Gassman – una specie di discorso funebre sul futuro del teatro. Disse: “Tutto il teatro sarà in crisi finché si continuerà a credere che il teatro sia un raduno mondano, dove andare ad assistere alle recite con gli attori imparruccati che imparano a memoria i testi di chissà chi. Il teatro come lo si intende normalmente è un loculo, ed io non ho mai fatto quel teatro. L’invulnerabilità di Achille è un testo senza autore, perché non importa se c’è Omero o Kleist o Stazio. Io sto male quando lo eseguo , provo imbarazzo. Le stesse sensazioni che provava Vittorio, credo. Il teatro è uno spettacolo scandaloso , com’è scandalosa ogni cosa divina . E’ il mio testamento, non solo artistico ma anche privato. Il resto è nulla, non ci sarà nient’altro. Se non il buio sul teatro”.

Roma, 21.9.2015

5 pensieri su “Il poeta Vittorio Gassman

  1. Un ricordo magistrale, davvero perfetto. Al punto di non essere più un mero “ricordo” ma la restituzione, viva e palpitante, di un personaggio indimenticabile, rivissuto in tutta la fragilità dell’uomo Vittorio e in tutta la grandezza dell’attore Gassman.
    Grazie Augusto! Ti abbraccio.

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  2. Grazie, Paolo. Io non sempre ho apprezzato Gassman attore ( ha fatto anche tanti filmacci, diciamolo pure), ma l’uomo-Gassman, con il suo sterminato patrimonio culturale e umano, era impareggiabile. Sentirlo parlare di letteratura ( fu lui il primo che mi fece innamorare di Borges)o declamare Dante ( memorabile nel canto di Paolo e Francesca) è stata una cosa davvero sublime. E poi, giustamente come sottolinei, ho amato la fragilità psicologica , insieme alla sua smisurata forza atletica , la sua possanza e la tenerezza che mette nelle poesie dedicate al figlio. A Fellini che fu chiesto perché non avesse mai chiamato Gassman per i suoi film, lui rispose: ma Gassman non è italiano, non ha nulla del carattere italiano, ( vds. Sordi, Manfredi, Mastroianni) , è un principe germanico capitato per caso nel nostro paese, ed i conosco solo l’Italia. Beh, io credo che avesse in parte ragione. Basterebbe ricordare il primo giovane Gassman-Amleto per essere d’accordo con lui, era davvero un Amleto redivivo, per il piglio, la vitalità, la straordinaria potenza fisica, e anche per l’aspetto aristocratico.
    Per me , Vittorio rimane il massimo del teatro e del cinema italiano.
    Un abbraccio.
    Augusto

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  3. Grazie Augusto per questo palpitante ricordo di Gassman! un attore impareggiabile a cui la cultura ufficiale non rende il giusto tributo.

    Un saluto,

    Rosaria

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  4. Grazie , Rosaria. Sono d’accordo con te. Gassman è stato un patrimonio straordinario, direi a tutto tondo, come uomo di cultura, come italiano che ci ha nobilitato a livello mondiale. Mi raccontava il mio amico Florio Santini, un professore di filosofia lucchese che si era stabilito nel Salento, a Otranto, insieme alla seconda moglie, una principessa vietnamita di grande fascino e cultura, che avevano conosciuto Alberto Sordi in Africa durante le riprese del film, Finché c’è guerra c’è speranza, durante un ricevimento offerto dall’Ambasciata Italiana di cui Santini faceva parte come addetto culturale. Erano presenti tutte le autorità locali e il comportamento di Sordi era stato superficiale, macchiettistico, anche un po’ razzistico, da persona di scarsa cultura e sensibilità, mettendoli in forte imbarazzo . Mentre – al contrario – quando anni prima aveva conosciuto Gassman in Francia, a Parigi, si era sentito molto fiero e orgoglioso della propria italianità, perché l’attore , oltreché parlare in un francese perfetto, aveva espresso concetti di grande spessore culturale e umano. Per Sordi qualche anno fa, al Vittoriale, hanno fatto una mostra, con esposizioni di foto e di oggetti-ricordo dei suoi film, che è durata diversi mesi. Per Gassman non mi risulta che sia stato fatto niente di simile. Ma forse a lui non sarebbe neppure interessato.

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