Vivalascuola. Cosa sbagliano gli insegnanti?

Un milione di lavoratori della scuola, 8 milioni di studenti. Con i partner e le famiglie, fanno 26 milioni di persone. E’ la platea che gli insegnanti possono raggiungere quotidianamente e che li fa essere il più potente dei media. Eppure una campagna diffamatoria che indica gli insegnanti come fannulloni, inculcatori, dispensatori di un sapere inutile, che ha come capifila gli stessi uomini dei governi di turno, da decenni non accenna a diminuire e sembra fare breccia nell’opinione pubblica. E’ la rivincita degli ignoranti? O è tutta colpa della cattiva coscienza di pennivendoli? Dei media asserviti al potere? Dei governi neoliberisti che si sono succeduti? D’accordo, ci sarà tutto questo, ma cosa sbagliano gli insegnanti? Cattiva comunicazione? Questioni di linguaggio? Chiusura corporativa? E’ ora di porsi il problema, soprattutto nel momento in cui la scuola si prepara a impegni come la racconta di firme per un referendum sulla “Buona Scuola” di Renzi e alla presentazione di una nuova Legge di Iniziativa Popolare sulla scuola. Ne parlano in questa puntata di vivalascuola Mauro Boarelli, Giovanna Lo Presti e Bruno Moretto.

Indice
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.Mauro Boarelli, Autolesionismo
Giovanna Lo Presti, Cosa e perché sbagliano gli insegnanti
Bruno Moretto, Chi ha vinto e chi ha perso
Giovanni Cocchi, Il rapporto coi genitori e con l’opinione pubblica
Alain Goussot, Cambiare la scuola ogni giorno
Marina Boscaino, Una piccola storia ignobile: la diffamazione della scuola e degli insegnanti
La settimana scolastica
Risorse in rete

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Autolesionismo
di Mauro Boarelli

L’opinione pubblica ci odia

L’opinione pubblica ci odia”. Ho sentito pronunciare questa frase da un’insegnante poche settimane fa, nel corso di un’affollata assemblea nazionale convocata per analizzare le conseguenze della riforma voluta dal governo Renzi e stabilire strategie per contrastarla. In quelle parole sono riassunte due tendenze in rapida diffusione: il vittimismo e il corporativismo.

Un esempio tratto dalla cronaca recente può aiutare a comprendere meglio i presupposti e il funzionamento di questi due dispositivi. Mi riferisco all’uso del termine “deportazione” a proposito del sistema di reclutamento dei docenti introdotto dalla riforma, che implica un gran numero di spostamenti geografici di ampio raggio. Innanzitutto, la parola “deportazione” ha connotazioni storiche molto precise. Non si tratta di stabilire se il termine sia troppo “forte“, come ha detto qualcuno dei suoi utilizzatori quasi a mettere le mani avanti, anticipando prevedibili obiezioni. Si tratta di capire se il suo uso è congruo rispetto all’argomento. Io penso di no. E’ chiaro che non viene usato in senso letterale ma metaforico, tuttavia bisognerebbe riconoscere dei limiti all’uso della metafora, altrimenti questa rischia di perdere senso ed efficacia. Non si tratta di una disquisizione lessicale, ma di un uso responsabile del linguaggio nel discorso pubblico. E questo ci porta al secondo motivo di dissenso, strettamente intrecciato al primo.

Superare vittimismo e corporativismo

Ricorrere a un vocabolo legato storicamente a fatti tragici di proporzioni difficilmente quantificabili produce un senso di fastidio e un irrigidimento in chi legge, persone che il più delle volte non conoscono la situazione concreta di cui si parla e sono chiamate a giudicare proprio attraverso le parole di chi si incarica di spiegarla. Il risultato non è una migliore conoscenza dell’argomento, ma la produzione di ulteriore diffidenza e maggiore distanza. Ma gli effetti negativi indotti dal ricorso a un concetto così difficile da piegare ad usi metaforici non finiscono qui. Se un intero ceto professionale rappresenta se stesso come “deportato“, inevitabilmente rappresenta se stesso contemporaneamente come vittima e come soggetto separato dal resto della società.

La prima rappresentazione porta a incorporare stabilmente nel discorso pubblico incentrato sulla scuola l’ideologia del vittimismo, con tutto ciò che di negativo porta con sé, e in primo luogo la difficoltà ad agire anche quando si vorrebbe agire: una situazione di impotenza nella quale – in definitiva – diventa comodo per molti crogiolarsi. (Su questo argomento si veda la densa analisi proposta da Daniele Giglioli nel suo illuminante Critica della vittima, Nottetempo, 2014).

La seconda rappresentazione produce (o incoraggia o tollera) atteggiamenti di tipo corporativo, perché pretende per gli insegnanti una sorta di esclusiva non solo su problematiche specifiche del loro campo professionale, ma anche su dinamiche sociali più ampie che attraversano la categoria senza esaurirsi in essa. Inevitabilmente, se l’analisi non è in grado di mettere a fuoco la trasversalità dei processi di ristrutturazione del settore pubblico e del mondo del lavoro nel suo complesso, le rivendicazioni e le strategie di resistenza che ne conseguono saranno modellate secondo una angusta visione settoriale.

Ciò che accade nella scuola è ciò che accade nella società

Per farmi capire meglio: alle origini del meccanismo che ha prodotto insensati spostamenti geografici dei docenti neo-assunti a tempo indeterminato c’è anche il fatto che – attraverso questo strumento amministrativo – si vuole introdurre un elemento di “disciplinamento” dei lavoratori. E’ come se il potere politico dicesse: “vi assumo, però fate quello che dico io, dove decido io, e solo per il tempo che io stabilisco”. Ma questa modalità di governo del lavoro non riguarda esclusivamente i docenti. L’intera revisione dei meccanismi giuridici e contrattuali avviata già da molti anni e tutt’altro che conclusa va nella stessa direzione.

Allora sarebbe più interessante – e politicamente più produttivo – leggere quello che sta accadendo in queste settimane nel mondo della scuola come un pezzo di quello che sta accadendo nella società intera, anziché costruire artificiosamente la categoria – vittimista e corporativa al tempo stesso – dei “deportati”, o altri apparati concettuali più o meno strutturati che portano al medesimo risultato: l’isolamento dal resto della società. Quella che emerge è una scarsa consapevolezza del fatto che gli insegnanti – da soli – non andranno da nessuna parte, e che hanno assoluto bisogno di costruire alleanze sociali. Non serve a nulla – se non a piangersi addosso – affermare che l’opinione pubblica odia gli insegnanti: sarebbe più opportuno che gli insegnanti si domandassero cosa fanno loro stessi per parlare all’opinione pubblica.

Perché non si usa un potere enorme?

Ad esempio: quanti tra i seicentomila docenti che hanno dato vita nello scorso mese di maggio a uno degli scioperi del settore più partecipati da molti anni a questa parte hanno parlato con i genitori dei propri studenti o hanno scritto loro una lettera per spiegare le ragioni dell’opposizione alla riforma voluta da Renzi? Ben pochi, temo. Eppure basta pensare a quale forza dirompente potrebbe avere un atto del genere se praticato in massa, quale uditorio enorme potrebbe raggiungere una lettura critica che non ha alcuno spazio sui media. Una semplice moltiplicazione tra il numero degli insegnanti e quello dei genitori mostrerebbe cifre impressionanti che nessun apparato mediatico potrebbe mai uguagliare. Invece gli insegnanti sembrano ignorare completamente l’enorme potenziale rappresentato dal loro rapporto quotidiano e diretto con milioni di studenti (e quindi con milioni di genitori) – una peculiarità che appartiene solo ed esclusivamente a questa categoria di lavoratori – per la diffusione di una coscienza critica nel paese, e preferiscono anche in questo caso atteggiarsi a vittime di un sistema di informazione asservito al potere politico.

E ancora: quanti insegnanti hanno spiegato ai genitori dei propri studenti il funzionamento e le implicazioni del sistema di valutazione incentrato sui test Invalsi? Qui il discorso si complica, perché in questo caso il silenzio (rotto solo da alcune meritorie minoranze) non è indice solo di passività, ma anche di accettazione. Questo consenso non è privo di conseguenze. Non c’è dubbio, infatti, che tra le numerose ragioni che hanno allontanato le famiglie da una partecipazione critica alle vicende scolastiche che hanno segnato la storia recente dai tempi del ministro Moratti fino ad oggi, una delle principali è la penetrazione sociale dell’ideologia meritocratica intimamente connessa a quel sistema di valutazione.

Superare la subalternità culturale

L’isolamento che gli insegnanti percepiscono con rassegnazione e rancore è anche il frutto della subalternità culturale della maggior parte di loro verso modelli didattici piovuti come corpi estranei e apparentati più con l’economia che con la pedagogia. Ed è abbastanza sorprendente che – dopo averli subiti passivamente o abbracciati entusiasticamente – gli insegnanti alzino le barricate contro i meccanismi di valutazione previsti dalla riforma governativa per la loro categoria, perché quel meccanismo altro non è che una ulteriore articolazione di un sistema che hanno già accettato e largamente interiorizzato. D’altra parte, se in questa vicenda si vuole cercare una linea di demarcazione, è facile rintracciarla nella reintroduzione della valutazione numerica nella scuola dell’obbligo, provocatoriamente inserita dal ministro Gelmini in un decreto legge per saggiare quale fosse la linea di resistenza del mondo della scuola toccando un punto cruciale e altamente simbolico. La resa immediata e incondizionata segnò il punto di svolta, e da quel momento in poi la marcia delle contro-riforme si fece più spedita.

Possiamo anche crogiolarci nella convinzione che Moratti, Gelmini e infine Renzi siano i “cattivi” che – dopo un lungo assedio – sono riusciti a penetrare nella fortezza della scuola pubblica strenuamente difesa dai “buoni”. Ma non è così. Anzi, l’errore più grave compiuto dalle minoranze che continuano a resistere e a dare battaglia (in nome di una “buona scuola” che non è quella che dà ipocritamente il nome alla riforma ma è quella fatta quotidianamente dagli insegnanti che non hanno dimenticato la radice etica del proprio mestiere) è proprio quello di dare credito all’idea astratta di una scuola pubblica che non esiste nella realtà, di annegare le esperienze didattiche più feconde nel mare dell’indistinzione, di avallare inconsapevolmente l’idea che tutto andrebbe bene se i “riformatori” neo-liberisti non avessero sferrato un attacco distruttivo. Ma non è vero.

La scuola è una questione sociale

La scuola pubblica contiene il meglio ma anche il peggio, e non si deve commettere l’errore di difenderli entrambi per fare fronte comune contro il nemico. I seicentomila docenti che hanno scioperato contro il governo non lo hanno fatto tutti per gli stessi motivi. Lo sappiamo benissimo ma non siamo disposti a riconoscerlo. Questa reticenza non farà nascere nulla di buono, anzi favorirà la progressiva occupazione del campo da parte del vittimismo e del corporativismo. E questo offuscherà le idee pedagogiche più fertili, che sono inevitabilmente controcorrente e quindi intimamente nemiche di rappresentazioni conformiste come quelle che derivano direttamente da queste due ideologie, ma che sono destinate a soccombere se non riescono a divincolarsi dal loro abbraccio mortale e a condurre una battaglia a viso aperto, libera e indipendente.

Io non sono un insegnante. I conflitti intorno alle “riforme” della scuola che si sono accavallate negli ultimi dieci anni li ho vissuti da genitore. In un breve arco temporale ho visto e toccato con mano il degrado rapidissimo della scuola pubblica indotto da quelle “riforme. Ma ho visto anche il progressivo annullamento di ogni presenza critica (all’inizio piuttosto vivace) da parte delle famiglie. Su questo solco che si è creato e sulle sue implicazioni le minoranze attive nel mondo della scuola non stanno riflettendo abbastanza. Ma ogni volta che i problemi della scuola vengono rappresentati riportandoli in modo quasi esclusivo all’interno della categoria degli insegnanti, ogni volta che i processi di riorganizzazione del sistema scolastico vengono filtrati solo attraverso il punto di vista di quella categoria, ogni volta che il discorso pubblico viene tenuto insieme dal collante insopportabile del vittimismo e le rivendicazioni prendono il sapore sempre più marcato del corporativismo, ogni volta – in definitiva – che la scuola non viene percepita e rappresentata come una questione sociale, quel solco – inesorabilmente – si allarga, e non è lontano il tempo in cui sarà troppo tardi per colmarlo. [torna su]

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Cosa e perché sbagliano gli insegnanti
di Giovanna Lo Presti

Errore n. 1. La servitù volontaria

Da quando ho cominciato ad insegnare con continuità, vale a dire dalla metà degli anni Ottanta, ho guardato con sospetto alla scuola come istituzione e, a volte con maggior sospetto, ai miei stessi colleghi. Chi di mestiere fa l’insegnante, di fatto, non abbandona mai le aule; cambia soltanto la propria postazione e diviene, da discente, docente. Ecco, la prima cosa che mi aveva colpita nella maggior parte dei miei colleghi era il riprodursi della dialettica studente-professore anche nell’ambito lavorativo; il preside diveniva l’autorità di riferimento e i professori assumevano (senza che niente lo necessitasse) il ruolo di subordinati. Teniamo conto che, negli anni Ottanta, la scuola era sì un recinto, ma meno costrittivo di quello attuale: “meritocrazia”, gerarchizzazione, “presidi manager” erano di là da venire e si respirava ancora (almeno un poco) l’aria fresca del passaggio dalla scuola per pochi alla scuola per (quasi) tutti. Perciò identificherei il primo errore degli insegnanti nella loro servitù volontaria, che li rende timidi di fronte all’istanza gerarchica, che fa sì che per molti un intervento eterodosso in Collegio docenti sia un atto audace, che richiede straordinario coraggio.

Errore n. 2. Astenersi da nette rivendicazioni salariali

Ho insegnato per una ventina d’anni sempre nello stesso istituto tecnico; all’inizio i colleghi maschi erano almeno la metà (visto anche il gran numero di materie tecniche e professionalizzanti) poi, a poco a poco, si è scivolati verso una scuola sempre più femminile; segno certo che, per strada, per esempio, avevamo perso quegli ingegneri che avevano scelto di insegnare negli anni Settanta più per convinzione che per mancanza di alternative lavorative.

Nell’arco di tempo tra gli anni Ottanta e i primi dieci anni del Duemila, nonostante la crescente crisi occupazionale, un numero sempre più esiguo di laureati maschi si è avvicinato alla scuola, non più considerata una soluzione lavorativa soddisfacente per un uomo. Prima motivazione: gli stipendi, già modesti in partenza, in crescente declino. Così ho identificato il secondo errore che è un vecchio errore, del quale però stiamo pagando le conseguenze ancora oggi: l’astenersi da nette rivendicazioni salariali, un po’ a causa di una cattiva coscienza (“in fondo lavoro soltanto mezza giornata”) un po’ per non contaminare con richieste di “vil denaro” il “mestiere più bello del mondo” (dimenticando che, come ci insegnava De André in una sua famosa canzone, anche il “mestiere più antico del mondo” richiede adeguamenti al costo crescente della vita), un po’ perché la femminilizzazione crescente faceva sì che quel lavoro (inutile negarlo) fosse una sorta di “reddito secondario” per la famiglia, un po’ perché (inutile negarlo) i pochi maschi erano spesso doppiolavoristi e quel reddito, per loro, era più che sufficiente.

Comunque, questo è stato un errore grave che si riflette nella situazione odierna: eppure, nemmeno adesso i lavoratori della scuola danno la giusta priorità al dato salariale e, in qualsiasi assemblea di scuola, bisogna sempre ribadire che, in una società di mercato, un lavoro vale quanto viene pagato. Se l’idraulico pretende trentacinque euro all’ora mentre all’insegnante quarantenne entrato in ruolo rifilano millequattrocento euro al mese, quello è segno certo che, socialmente, l’idraulico vale più dell’insegnante, nonostante la melassa sdolcinata sulla scuola che ogni premier, ogni ministro dell’istruzione, ogni presidente della Repubblica ci propina da un quarto di secolo a questa parte.

Errore n. 3. Ignorare che la scuola è un frammento di un certo assetto sociale

Passiamo al terzo errore, che consiste nel fatto che troppi insegnanti ignorano che la scuola altro non è che un frammento coerente di un certo assetto sociale. Perciò la mia idea è che, invece di cercare alleanze di supporto con studenti e genitori ci si dovrebbe unire tutti nella protesta su temi non specificamente scolastici ma di ampia portata sociale; in primo luogo ci si dovrebbe battere insieme contro la precarizzazione dell’esistenza, con tutto ciò che essa comporta (diminuzione dei redditi da lavoro dipendente, diminuzione di diritti, diminuzione delle garanzie sociali). Su questo punto gli insegnanti consapevoli sono davvero pochi; ma la durezza della realtà è una buona maestra e confido che aumenti gradualmente il numero di coloro che siano in grado di cogliere il legame tra job acts e Legge 107, tra attacco alla sanità pubblica e attacco alla scuola.

Errore n. 4. Piangersi addosso

Il quarto, gravissimo, errore consiste nel piangersi addosso, nel preferire il lamento (preferibilmente nelle chiuse stanze della propria scuola) all’analisi, le geremiadi alla protesta vera. Questo aspetto, tra l’altro, viene subdolamente sfruttato dai mass-media che, piuttosto che rivolgersi a persone in grado di argomentare – e ce ne sarebbero tante – privilegiano, nei servizi sulle proteste nella scuola, le interviste ad erinni lamentose; “erinni lamentose” sembra una contraddizione, ma esse esistono ed io continuo a vedere mostri sproloquianti di questo genere ad ogni servizio televisivo sulle proteste nella scuola.

Errore n. 5. L’essersi allontanati dallo specifico del proprio lavoro, la trasmissione del sapere

Altro errore, il quinto; l’essersi allontanati dallo specifico del proprio lavoro, che è e resta la trasmissione del sapere, e l’aver abbracciato (talvolta con entusiasmo, poveri noi!) ogni compito di supplenza, cosa che ha reso soprattutto i primi gradi di scuola una sorta di caleidoscopio in cui si fa di tutto (spesso in modo abborracciato) invece di imparare a leggere, a scrivere, a far di conto, attività sempre nobili e realmente emancipatorie, molto più emancipatorie dell’andare tre volte di seguito, in anni diversi, senza costrutto, allo stesso agriturismo (cito fatti di vita reale).

Errore n. 6. Non parlare chiaramente del loro lavoro

Ed ancora: gli insegnanti sbagliano quando non parlano a chiare lettere della loro condizione lavorativa. Il mugugno di cui sopra impera nelle aule scolastiche di tutte le scuole della Repubblica ma io non sento dire ai miei colleghi che, nelle condizioni date, non si può offrire un grado di istruzione soddisfacente a tutti i nostri studenti per il semplice fatto che non esistono le pre-condizioni materiali per lavorare bene. La scuola per (quasi) tutti avrebbe bisogno di ben altro supporto da parte dello Stato.

Ormai si è rotto da tempo quel rapporto di autorità tra studente e professore che consentiva a quest’ultimo di entrare in classe e tenere la sua lezione, poiché quello era il suo compito, che corrispondeva all’aspettativa degli alunni. Ormai si lavora, per così dire, senza rete, conquistando quotidianamente sul campo il rispetto degli studenti. E bisogna stare attenti a non commettere errori perché in un giorno si può bruciare il lavoro di mesi. Nulla è acquisito per sempre.

Ma in tutto questo gli insegnanti hanno una gossa colpa: non hanno mai detto esplicitamente che, come ogni lavoro, anche il loro si può fare soltanto a certe condizioni e con gli strumenti necessari a disposizione. Provate a dire a un cardiologo di valutare lo stato del proprio paziente con un fonendo, senza far uso di nessun altro strumento diagnostico – vi riderà in faccia. Invece l’insegnante può insegnare oggi sostanzialmente nello stesso modo in cui si insegnava un secolo fa; e, quando si sospetta che la scuola debba adeguarsi ai tempi, non si riesce ad andar oltre l’idiozia superficiale delle “nuove tecnologie” applicate alla didattica. Come se il problema fosse quello! Invece il problema sta nel fatto che la scuola si muove, fisiologicamente, in controtendenza con i messaggi forti che arrivano dal mondo esterno, che è l’ultima versione della “società dello spettacolo”, profeticamente descritta negli anni Sessanta da Guy Debord e tuttora trionfante.

Presi come l’asino di Buridano dall’incertezza, gli insegnanti non sanno che pesci pigliare e non riflettono abbastanza sulla difficoltà di instaurare un rapporto educativo ai tempi del cellulare e del tablet. I quali non sono strumenti del demonio ma piuttosto potenti armi di distrazione di massa, sirene sempre in agguato (nonostante i divieti ministeriali sull’uso del cellulare in classe) per distogliere l’attenzione dalla noia della lezione.

Errore n. 7. La scollatura tra scuola e ricerca

Non è vero che non ci sia niente da fare e che bisogna adeguarsi ai tempi; invece è vero che, continuando così, si allevano schiere di persone in cui la superficialità e la velocità sostituiscono la capacità di analisi e di sintesi, in cui la capacità di leggere e interpretare un testo, nonché di scriverlo, diviene sempre più rara. Per avere ragione di tali difficoltà certo non serve la politica dei BES (bisogni educativi speciali) promossa dal Ministero; serve invece, da parte degli insegnanti, studiare, riflettere, approfondire la ricerca delle cause che rendono la comunicazione tra discente e docente sempre più problematica. La scollatura tra scuola e ricerca, tra scuola ed università, drammatica in Italia, non fa che amplificare la portata di un problema legato anche all’insufficienza dell’analisi teorica su cosa e come si insegna. Ma soprattutto la domanda fondamentale cui dar risposta riguarda il perché si debba imparare. E a questa domanda vengono date risposte imbecilli, che riducono il senso dell’essere a scuola ad una preparazione al lavoro futuro. Non sto ad esaminare quali e quante bugie nasconda un’affermazione di questo genere.

Perché sbagliano gli insegnanti

Ora, per concludere, vorrei dire perché, secondo me, sbagliano gli insegnanti. Sbagliano perché non sono audaci, sbagliano perché non amano abbandonare rassicuranti binari per procedere con libero pensiero, sbagliano perché hanno introiettato il momento gerarchico e si considerano (lamentandosi) l’ultimo anello di una catena di comando (sotto di loro soltanto i poveri studenti), sbagliano perché sono arcaici – e paradossalmente lo sono al massimo grado quando vogliono adeguarsi ai tempi moderni – sbagliano perché la mentalità critica, sempre sulla bocca di tutti, non appartiene affatto all’insegnante-massa, sbagliano perché sono zelanti e si affrettano (mugugnando) a mettere in campo tutte le astruserie pensate dal superiore Ministero, sbagliano perché troppi di loro insegnano materie che non amano, sbagliano perché non hanno punti di riferimento esterni sufficientemente saldi che li confortino e sorreggano in un lavoro di anno in anno più difficile.

Potrebbero non sbagliare?

Potrebbero non sbagliare? Dico di no, visto che i docenti, tanto spesso accusati di essere corporativi, in realtà oggi sono un volgo disperso che nome non ha, diviso da interessi, aspirazioni, formazione, attese ed impegno verso il proprio lavoro. Come accusare questa ingente massa di lavoratori per il fatto di non saper trovare il collante che li unisca davvero? A me pare inevitabile la disgregazione che esiste tra gli insegnanti, così come mi pare inevitabile che una massa di lavoratori anziani (altissima l’età media degli insegnanti italiani) alle cui spalle si colloca una fascia consistente di quaranta-cinquatenni logorati da decenni di lavoro precario, non abbia fiato per correre.

Si inizi a dire “no” nelle nostre sedi di lavoro

E quindi, non c’è via d’uscita, vista la problematicità della situazione? Penso, al contrario, che ci siano molte vie d’uscita praticabili nel momento in cui gli insegnanti la smettano di ripercorrere sempre lo stesso cerchio ed imparino, finalmente, a dire di “no”. C’è una pedagogia dell’obbedienza e c’è anche una pedagogia del “no”, che insegna che il rifiuto non deriva da un capriccio ma da un motivato giudizio. Allora si inizi a dire “no” nelle nostre sedi di lavoro: nei collegi docenti si boccino i documenti di fumo che nulla hanno a che fare con la scuola reale, si dica no ai BES e a tutti gli altri offensivi acronimi con cui ci hanno tormentato negli ultimi decenni, si dica “no” al Comitato di valutazione versione Renzi, si dica “no” ogni qual volta la “scuola di carta” neghi i bisogni della scuola reale. Si dica di “no” di fronte all’aula che può contenere venticinque persone ma nella quale ci vogliono mandare con una classe di trenta, si dica di “no” al lavoro aggiuntivo, perché insegnare è fatica. Si muova una critica serrata alla scuola così com’è in nome della scuola come dovrebbe essere; il “no” è il passaggio necessario verso una scuola aperta, in cui tutti abbiano diritto non di stazionare ma di imparare. Certo, per dire di no bisogna avere sufficiente autostima – e sappiamo quanto la categoria degli insegnanti ne sia priva. Ma la consapevolezza di vivere un momento davvero delicato deve spingere quelle avanguardie, che pure nelle scuole esistono, a fare giusta opera di proselitismo, che incoraggi i colleghi più timorosi alla presa di posizione. Sarà il primo passo verso la lotta.

Non si può insegnare che nella prospettiva di una società migliore

La posta in palio è alta: stiamo assistendo al combattimento tra un modello ideologico e sociale volto all’incremento delle diseguaglianze e un modello egualitario. Il primo è il modello dominante e, anche nella sua versione moderatamente di sinistra, è un modello regressivo: le sue parole d’ordine sono meritocrazia, valutazione, efficienza, efficacia etc. etc. Il secondo è un modello minoritario, che immagina una società di eguali, che è ancora in grado di intendere la bellezza della parola “eguaglianza”, una parola che nessun educatore dovrebbe mettere tra parentesi, perché non si può insegnare che nella prospettiva di una società migliore.

Con ciò non voglio ignorare il fatto che cultura e barbarie possano coesistere – ma dico appunto che se ogni monumento di cultura può essere anche monumento di barbarie, l’opera di un educatore che non sia sorretta dal desiderio di una società migliore e più equa smentisce il proprio stesso compito. È in questa vena sotterranea, profonda, che ogni insegnante dovrebbe attingere l’elemento vitale del proprio lavoro. È in questa dimensione carsica, ma importante, che bisogna esplorare per riportare alla superficie non le best practice ma il tesoro dimenticato del tempo lento dell’apprendimento (da giocare contro la velocità dell’addestramento e della scuola-quiz), dell’imparare fine a se stesso come tecnica preziosa della costruzione dell’individualità (contro ogni utilitarismo didattico), dell’attenzione alla bellezza in tutte le sue forme, artistiche o naturali che siano. Non sono che pochi, insufficienti cenni che mi servono ad indicare una direzione opposta a quella “ufficiale” sulla scuola.

Oggi c’è molta confusione; ma, nonostante tutto, qualche segnale positivo c’è. Il mio auspicio per il nuovo anno scolastico è perciò che i più consapevoli tra gli insegnanti si facciano forza trainante per gli altri, allargando così il cerchio della protesta. E che subito si parli – ma davvero – con i propri studenti, che li si renda consapevoli che una scuola precaria è propedeutica ad una vita da precari e che questa prospettiva deve essere rifiutata con forza. Gli insegnanti hanno in questo momento una grande responsabilità morale – devono trovare la forza di reagire, nella consapevolezza che il declino della scuola non porterà soltanto il peggioramento della loro attività lavorativa ma un sensibile peggioramento nella società intera. E questo non possiamo permetterlo. [torna su]

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Chi ha vinto e chi ha perso
di Bruno Moretto

La lotta della scuola contro la legge 107 è stata sconfitta?

C’è un non detto dietro la domanda su cosa sbagliano gli insegnanti. Il non detto è la valutazione sull’esito della lotta contro la “buona scuola” di Renzi.
Alcuni pensano che sia stata una sconfitta totale.
Io penso proprio di no.

La posta in gioco era altissima. Il governo Renzi voleva portare a compimento il processo di smantellamento della scuola della Repubblica iniziato 20 anni fa con l’introduzione dell’autonomia delle singole istituzioni scolastiche e della figura del dirigente.

Ricordo che allora al documento di Berlinguer e altri del 1994 “Una nuova idea di scuola” che fu l’atto di nascita dell’idea della scuola che doveva entrare sul “mercato” si contrappose quello “Dalla scuola del Ministero a quella della Repubblica” che fu l’atto di nascita dell’omologa associazione.

Il fatto che il mondo della scuola abbia retto per 20 anni questa offensiva dovrebbe rendere chiaro a tutti che la lotta continuerà.

La posta in gioco sono i principi di uguaglianza e solidarietà

Il modello di riferimento del governo è stato quello della scuola statunitense, una scuola governata a livello di territorio, con insegnanti scelti in modo discrezionale dal dirigente, in competizione con le altre per il reperimento delle risorse materiali e umane.

La scuola delle diseguaglianze territoriali e censitarie che tende a precarizzare il presente degli insegnanti e il futuro degli studenti in sintonia con la precarizzazione e dequalificazione del mondo del lavoro.

Renzi ha più volte ripetuto che la vera riforma in grado di cambiare il paese era quella della scuola riconoscendo che la sua funzione di organo costituzionale ne fa il “cuore” stesso del modello di società.

La lotta degli insegnanti è stata forte e duratura, basti pensare allo sciopero al 70% del 5 maggio, ma poi anche alle manifestazioni di giugno sotto il Senato e sotto alla Camera, gli scioperi della fame, i presidi con i lumini.

A mio avviso il progetto renziano è stato molto ridimensionato: è stata riconfermata la gestione collegiale delle scuole, è stato eliminato il progetto del 5 per mille alle singole scuole, è stata rinviata di un anno la chiamata dei docenti assunti da parte delle singole scuole.

Il 12 luglio e il 6 settembre si sono svolte due assemblee con grande partecipazione, che hanno evidenziato la volontà di proseguire nella lotta nella consapevolezza che il mondo della scuola è ancora in campo.

Ora che siamo entrati in una inevitabile fase di stanca si deve riflettere su come sia andata quali siano stati i punti di forza e quelli deboli.

Il ruolo sociale della scuola e il ruolo delle alleanze

Un milione di lavoratori della scuola, 8 milioni di studenti. Con i partner e le famiglie, fanno 26 milioni di persone.” Ci si è chiesti più volte come mai questa massa critica non riesca a incidere sulle politiche nazionali. E’ una giusta considerazione che però presuppone che questi 26 milioni vedano il tema della scuola come quello di loro interesse principale.

In realtà sappiamo tutti bene che non è così storicamente e l’idea che ogni tanto appare di un “partito della scuola” non è realistica perché la questione scuola è sommersa da tante altre più impattanti sia per le famiglie che per gli insegnanti, come la crisi economica o quella del welfare assistenziale.

Vero è che la scuola pubblica è ancora in tutti i sondaggi una delle istituzioni più apprezzate, ma non è ancora vista dalle une e dagli altri come il tema al centro dei loro interessi sociali.

A me sembra però che questa visione si sia fatta largo fra i docenti durante la lotta degli ultimi mesi.

L’assemblea del 6 settembre a Bologna ha evidenziato una grande consapevolezza sul fatto che la scuola non possa lottare da sola e sulla necessità di trovare alleanze con il mondo del lavoro, quello che lotta per la difesa ambientale del territorio, quello che si impegna sui temi della democrazia costituzionale.

La presenza di diversi rappresentanti di questi movimenti dimostra che la lotta della scuola è stata colta nella sua dimensione sociale.

Non c’è alcun dubbio invece sul fatto che ci sia stato uno scollamento con una parte consistente dell’opinione pubblica che ha ormai introiettato la visione del mondo liberista e individualista e non riesce a comprendere che esista uno spazio libero e democratico in cui operare non in modo individualistico ma collettivo. E’ assolutamente necessario che gli insegnanti parlino con i genitori, non in quanto militanti politici ma proprio in quanto insegnanti che hanno come funzione principale la formazione di cittadini consapevoli.

Le parole d’ordine ora renziane, ma già berlingueriane e morattiane di merito, valutazione, efficienza sono passate anche fra i genitori.

Occorre far capire che sono le stesse parole che stanno distruggendo il lavoro, la sanità, l’assistenza sociale lo sfruttamento del territorio.

D’altra parte io penso che gli insegnanti siano ormai l’unico corpo sociale che combatte apertamente contro la deriva liberista e che sarebbe necessario, invece di denigrarli, sostenerli con forza.

I dati a disposizione da parte di OCSE Pisa evidenziano che nella scuola italiana l’incidenza sui risultati scolastici del fattore socio economico famigliare è ampiamente sotto la media dei paesi più sviluppati per non parlare degli esempi ampiamente discriminatori di Stati Uniti e Germania presi invece a modello dalla classe dirigente del nostro paese.

Per un’alleanza sociale tra insegnanti, genitori e studenti

Il vero problema che abbiamo di fronte è come costruire un’alleanza sociale fra insegnanti, genitori, studenti e cittadini.

Che questa alleanza passi per il riconoscimento del ruolo sociale della scuola è assolutamente necessario.

Occorre creare la consapevolezza che l’attacco alla scuola pubblica degli articoli 33 e 34 della Costituzione costituisce l’attacco definitivo ai principi fondativi di uguaglianza e solidarietà posti a sua base e che se perdiamo la scuola della Repubblica perderemo tutto.

Non perderanno solo gli insegnanti ridotti, come negli Stati Uniti a dipendenti dei genitori, che così avranno assicurato temporaneamente il successo dei loro figli, ma soprattutto gli studenti a cui verrà privato il diritto di diventare cittadini liberi e consapevoli, capaci di dare un futuro al nostro paese.

Questo ad esempio è stato ben compreso dagli studenti che non a caso sono stati in campo nella lotta degli scorsi mesi e stanno riproponendo nei prossimi giorni nuovi momenti di mobilitazione.

Per loro la scuola è uno dei pochi spazi in cui riescono a riconoscersi come soggetto politico collettivo attraverso i momenti di democrazia che hanno a disposizione: assemblee mensili, elezioni dei membri dei consigli di istituto e di classe, ecc.

Difendere tutti il principio della libertà di insegnamento

Il principio della libertà di insegnamento, come afferma l’art. 1 del testo unico Dlvo 297/94, che non è stato né abrogato né modificato dalla legge 107, ha lo scopo di “promuovere, attraverso un confronto aperto di posizioni culturali, la piena formazione della personalità degli alunni”.

La libertà delle nuove generazioni e di tutti passa quindi per la battaglia per la libertà di insegnamento. Questo occorre far capire a tutta la cittadinanza e il compito è comune.

Il tema delle risorse è determinante

La seconda questione da far capire è quella del continuo taglio delle risorse pubbliche per l’istruzione (meno 20% dal 2008) che ha portato l’Italia ad essere il paese europeo all’ultimo posto per investimenti.

La frase chiave per capire il progetto renziano è quella per cui “Le risorse pubbliche non saranno mai sufficienti a colmare le esigenze di investimenti nella nostra scuola.”.

Il vero scopo del progetto governativo è di ratificare la situazione di scarsità di risorse pubbliche e indurre i genitori a farsi carico delle spese di funzionamento tramite il contributo volontario ormai obbligatorio e l’ingresso degli sponsor privati.

Preoccupante è l’adesione di tanti genitori al progetto di Unindustria di Bologna che eroga un finanziamento di 75.000 euro ad alcune classi di scuole medie collocate in territori industrializzati per permettere un tempo pieno dotato di mense, laboratori linguistici e informatici finalizzato a orientare le scelte future degli alunni verso gli istituti tecnici e professionali.
E poi l’adesione alla campagna dei bollini per la scuola di Coop, Esselunga e Conad.

Su questo occorre costruire una campagna che sveli il progetto renziano teso alla dismissione dell’impegno costituzionale a garantire a tutti una scuola di qualità laica e gratuita.

Conclusioni

Aiutiamo tutti gli insegnanti a diventare davvero protagonisti, pretendendo innanzitutto che facciano bene il loro mestiere.

Il problema di insegnanti, studenti, genitori e cittadini è difendere questo spazio sociale sviluppando un’alleanza fra tutte le componenti in grado di far prevalere il meglio che c’è nella scuola, non buttare via il bambino con l’acqua sporca

Gli insegnanti devono parlare molto di più con i loro studenti e genitori perché devono capire fino in fondo che il loro compito non è solo quello di insegnare a leggere, scrivere e far di conto ma di favorire la crescita di cittadini consapevoli.

Genitori e studenti devono capire che la libertà di scelta del proprio futuro è la garanzia per una società libera e democratica e che la scuola è l’unico luogo in cui ancora si vive nella socialità, in uno spazio democratico praticabile.

Proviamo a costruire insieme la praticabilità di una grande stagione referendaria “sociale che investa i temi del diritto all’istruzione, della democrazia, della sostenibilità ambientale, del lavoro certo e dignitoso per invertire la tendenza liberista imperante e dare la speranza a tutti che c’è un modello di società libera e solidale alternativo a quello imposto dai mercati e della finanza.

* Comitato bolognese Scuola e Costituzione [torna su]

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MATERIALI

Il rapporto coi genitori e con l’opinione pubblica
di Giovanni Cocchi

Questa “riforma”, grazie all’aiuto dei mass media e delle semplificazioni propagandistiche, è stata ben “venduta, a cominciare dall’appeal persuasivo del titolo dell’intera operazione – la Buona Scuola: investimenti, assunzioni, valorizzazione del merito, poteri e strumenti per una migliore “organizzazione”; l’opposizione degli insegnanti dipinta come conservazione dell’esistente, rinuncia a presunti privilegi, volontà di sottrarsi ad essere valutati, pretesa ad avere un posto di lavoro fisso vicino a casa…

Va autocriticamente riconosciuto che, se siamo riusciti a creare un pressoché totale fronte unitario dei docenti, non siamo riusciti ad avere l’appoggio convinto dei genitori, come invece successo per le riforme Moratti e Gelmini; nel migliore dei casi i genitori l’hanno vista da spettatori “neutrali”, come una battaglia che riguardasse solo i docenti.

Occorre recuperarli al nostro fianco, cercando di far capire loro che la scuola che ci viene oggi imposta (nonostante il dissenso argomentato e civile) non migliora l’esistente ma lo peggiora – sia nelle sue ricadute immediate che in prospettiva – e che va contro i loro stessi bisogni ed interessi. Occorre coinvolgere i genitori informandoli, organizzando volantinaggi ed assemblee in tutte le scuole, incontri pubblici in tutte le città.

Partendo dalla denuncia – per nulla “ideologica”, da ciascuno immediatamente e concretamente riscontrabile – che nulla di quanto magicamente promesso è stato realizzato, nessuno dei veri problemi è stato affrontato: non è stata debellata “la supplentite”; sono aumentate le cattedre vacanti; è ulteriormente diminuita la “continuità didattica”; sono rimaste le classi pollaio ed insicure; ha continuato ad essere negato il tempo pieno alle tante famiglie che lo hanno chiesto; il contributo “volontario”, nella migliore delle ipotesi, non diminuirà…

Anzi, a questi si sono aggravati e aggiunti, “per legge”, problemi nuovi: la mancata sostituzione dei docenti il primo giorno e dei bidelli i primi sette giorni di assenza amplifica e legittima le trasmigrazioni in altre classi, nega la continuità didattica di ospitati ed ospitandi, pone gravi problemi di sicurezza e vigilanza.

Per arrivare anche e poi a denunciare come l’attacco alla libertà di insegnamento – tramite un possibile controllo “ideologico” di un Dirigente “manager” onnipotente – limiti il diritto e la libertà di apprendimento dei loro figli. Come l’accentramento del potere nelle mani di uno solo renda un orpello la partecipazione democratica dei genitori al governo della scuola. Come la mancanza di risorse renda le scuole dipendenti da “benefattori” difficilmente disinteressati. Come gli “school bonus” ad una scuola siano per il 65% a carico dell’intero corpo sociale. Come le private traggano enormi vantaggi e favori a spese delle scuole pubbliche che, per finanziarsi, dovranno sempre di più “mettersi sul mercato” e raccogliere bollini ovunque. Come il fine ultimo di questa “riorganizzazione” sia l’eliminazione dell’uguaglianza delle opportunità delle scuole e quindi dell’eguaglianza delle opportunità per i ragazzi sancita dalla Costituzione e la creazione di poche scuole privilegiate nei quartieri bene delle grandi città – destinate alla creazione di un’èlite dirigente – e di tante immiserite e senza speranza destinate alla rapida creazione di manodopera flessibile, precaria, con poca formazione e ricattabile.

Se non ci sforzeremo di far arrivare, tramite le evidenze già verificabili, questi messaggi ai genitori e più in generale a tutta l’opinione pubblica, la lotta di resistenza segnerà il passo e perfino l’eventuale ipotesi referendaria rischierà non solo di essere un insuccesso, ma di allontanare ancor di più la speranza di un riscatto e di un’inversione di tendenza. (vedi qui) [torna su]

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Cambiare la scuola ogni giorno

di Alain Goussot

Era scontato che il progetto la “Buona scuola“, cioè la cattiva scuola, sarebbe stato approvato da un parlamento blindato e dove il Partito Democratico renziano fa il bello e il cattivo tempo con il sostegno dei tanti transfughi del centro destra. La sostanza neoliberista del progetto e la sua filosofia di scuola azienda piegata alle esigenze dell’economia e del mercato sono evidenti. È una scelta ideologica di campo e una concezione della formazione funzionale agli interessi delle imprese e del mondo della finanza che non ha bisogno di soggetti pensanti e autonomi, di cittadine e cittadini consapevoli, ma di sudditi preparati tecnicamente ma completamente impreparati sul piano culturale e riflessivo.

La ferita è profonda ma il mondo della scuola continuerà a resistere e a progettare una autentica buona scuola fatta di formazione culturale, di educazione all’alterità, di cooperazione educativa e d’inclusione solidale nel processo d’insegnamento/apprendimento.

Sono tanti gli insegnanti che possono trasformare le scuole in Agorà educative organizzando dei collettivi pedagogici aperti alla società, ai genitori e ai cittadini, progettando nella praxis, con una partecipazione attiva dal basso, una vera rifondazione democratica della scuola pubblica. Una scuola che è anche diventata multiculturale e meticcia e che in quanto luogo di tutti e per tutti rappresenta un bene comune. È proprio l’organizzazione in collettivo pedagogico (gruppi di lavoro integrati, aperti culturalmente e pedagogicamente) che può favorire lo sviluppo concreto di un modello di valutazione che sia autovalutazione regolatrice di gruppo, cioè capacità di valutare collettivamente la progettualità educativa e di fare leva sulle potenzialità e le differenze di tutti (alunni e insegnanti) come possibilità pratica di una didattica viva attenta alla formazione generale della persona umana che si orienta nella vita e cerca se stessa all’interno di un quadro comunitario.

La scuola democratica e meticcia pratica la cooperazione e non la concorrenza o la competitività (come vorrebbe il progetto ‘la buona/cattiva scuola’), l’autovalutazione produttrice di presa di coscienza, la partecipazione attiva di tutti riconoscendo le differenze e il pluralismo dei modi di essere e di pensare, l’attenzione comprensiva e solidale con chi è più fragile, l’organizzazione democratica e partecipativa di tutti nei processi decisionali che riguardano la comunità scolastica, la formazione e l’autoformazione continua di tutti gli attori dagli insegnanti agli stessi genitori, la co-educazione e quindi la costruzione dell’alleanza pedagogica tra scuola e famiglia, l’inclusione vera che vuol dire integrazione delle metodologie educative e delle esperienze, la costruzione di un nuovo Noi dove tutti trovano uno spazio e diritto di cittadinanza.

Insomma il contrario della scuola neoliberista della competitività; diceva Pestalozzi:

Ogni ingiustizia a danno degli uomini è sempre…una conseguenza del libero corso che, in mezzo alla società, trova la natura animale del più forte contro lo scopo della sociale convivenza e della convivialità umana solidale”. (vedi qui) [torna su]

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Una piccola storia ignobile: la diffamazione della scuola e degli insegnanti
di Marina Boscaino

Vi chiedo di fare un salto indietro nel tempo. Siamo tra il 2006 e il 2007, periodo in cui, ponendo fine agli indugi, la politica di preparazione degli anni precedenti sfocia in un attacco frontale alla scuola pubblica.

In quel periodo – governo di centro sinistra, ministero Fioroni – i media inaugurarono una periodica, implacabile campagna di informazione a senso unico: quella sulla mala scuola. All’“anno zero” del bullismo fu dato il via dai filmati dell’aggressione, diffusa su Internet, di un ragazzo autistico di 17 anni in una scuola di Torino. Da allora il binomio scuola-bullismo è stato riproposto con asfissiante puntualità, come se prima gli istituti italiani non avessero mai assistito a episodi incresciosi: la cassa di risonanza dei media e l’abuso della rete hanno portato alla luce un fenomeno esistente da sempre e mai nominato. Una curiosa e apparentemente casuale concomitanza: contemporaneamente, l’inizio dell’ondata delle reprimende degli editorialisti contro gli insegnanti; il cahier de doléance di signori che – autorevoli e competenti nei propri specifici campi (in genere l’economia mainstream), comunque diversi dalla scuola – si affannavano a lanciare strali e denunce contro gli insegnanti. Suggerendo formule definitive ed intransigenti, in qualità di “esperti”, solo per il semplice fatto di aver frequentato in un tempo più o meno remoto la scuola: sareste così arroganti da sindacare in maniera definitiva su tutti i veterinari solo perché, avendo un gatto, ne avete incontrato qualcuno?

La punta di diamante in questo senso fu un editoriale di Pietro Ichino che, suggerendo all’allora ministro dell’Economia, Padoa Schioppa, come risparmiare su una partita stipendiale, consegnava un identikit di straordinario e irrispettoso qualunquismo dell’insegnante italiano, identificato nella figura del prof. M., naturalmente meridionale, immigrato in un liceo di Milano, ritardatario, nullafacente, assenteista; insomma, pane per i denti dei futuri fustigatori, da Brunetta in poi, compresi gli (spesso immeritevoli) fan della meritocrazia. Si sono verificate in questi anni alcune indimenticabili uscite, che hanno contribuito a determinare una percezione del nostro lavoro piuttosto a senso unico. (vedi qui) [torna su]

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LA SETTIMANA SCOLASTICA

Cerimonie e contestazioni

Promesse di inizio d’anno. L’anno scolastico è stato inaugurato ufficialmente lunedì 28 settembre a Napoli dalla ministra Stefania Giannini e dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La ministra promette un anno di grande cambiamento e di apertura al mondo del lavoro e convoca i tavoli di ascolto e di confronto sulle deleghe previste dalla legge 107/2015, che prendono il via il 29 settembre. Il Presidente ringrazia gli insegnanti. La senatrice Francesca Puglisi, responsabile Scuola del Pd, è sicura che entro un mese gli scettici, quelli che diffidano della riforma della scuola, si ricrederanno. Il sottosegretario Davide Faraone si spinge ancora più avanti a dichiarare che la riforma già “sta dando benefici”.

Contestazioni. Eppure, un mese è passato, e le contestazioni non accennano a diminuire, anzi apprendiamo che con la “Buona Scuolagli scioperi sono aumentati del 200% . E’ stata contestata la ministra Giannini a Ferrara – e su facebook i membri del PD si scatenano definendo “merde” e “fascisti” gli insegnanti che esprimevano il loro dissenso. Anche il sottosegretario all’Istruzione Davide Faraone viene contestato a Palermo dai precari della scuola. E gli studenti, dalla Campania all’Emilia al Lazio, hanno iniziato le loro mobilitazioni contro la riforma governativa.

I sindacati Cgil, Cisl, Uil, Snals, Gilda hanno indetto manifestazioni regionali per sabato 24 ottobre, giudicando deludente l’incontro con la ministra Giannini del 23 settembre, dopo il quale i sindacati hanno dichiarato che le loro istanze di “Rinnovare subito i contratti e consentire la chiamata dei supplenti e le immissioni in ruolo degli ATA e dei docenti dell’infanzia” sono rimaste inevase e inascoltate.

Intanto i Cobas annunciano uno sciopero della scuola per il 13 novembre, dichiarandosi però ampiamente disponibili a concordare una data diversa insieme con gli altri sindacati.

Il fronte legale. Manifestazioni che si aggiungono al fronte legale già aperto da Flc Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola, Snals e Gilda, che stanno promuovendo una campagna legale nazionale contro tutti gli aspetti illegittimi ed incostituzionali della Legge 107/2015, sia quelli che riguardano i precari ed il piano di assunzioni che ha estromesso migliaia di loro, sia quelli che riguardano tutti i docenti, il personale della scuola nonché tutti i cittadini italiani, viste le gravi conseguenze di meccanismi quali la chiamata diretta e l’abuso di deleghe in bianco previste dalla legge.

Epperò, come scrive Marina Boscaino,

Nonostante sia percepibile il desiderio di mobilitazione da parte di ampi settori del mondo della scuola – che, sollecitati, hanno risposto prontamente con la grande partecipazione all’assemblea di Bologna, le 4 mila persone all’assemblea di Firenze all’inizio dell’anno scolastico, le iniziative che continuano ad esserci e a riuscire – si sente la mancanza di una spinta potente da parte dei sindacati di categoria che, con l’organizzazione, i tesserati, la visibilità mediatica potrebbero fare la differenza in un momento così delicato per il mondo della scuola.

Incostituzionale il regime di sospensione della contrattazione collettiva

Condannato il Governo. Ricordiamo che il governo e l’Aran sono stati condannati dal giudice del lavoro di Roma a «dare avvio senza ritardo e per quanto di loro competenza, al procedimento di contrattazione collettiva per i comparti della scuola, dell’università, della ricerca, dell’alta formazione artistica, musicale e coreutica e delle relative aree dirigenziali».

La sentenza è stata pronunciata dal giudice monocratico a seguito di un ricorso promosso dalla Flc Cgil ed è stata pubblicata il 16 settembre scorso (7552/2015). Il provvedimento è stato emesso sulla base della sentenza della Corte costituzionale, n. 178 del 24 giugno scorso, con la quale è stato dichiarato incostituzionale il perdurare del blocco della contrattazione nel pubblico impiego dal 30 luglio scorso. E cioè dal giorno immediatamente successivo alla data di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del responso della Consulta.

Adesso i risarcimenti? La pronuncia del giudice apre scenari inediti sulla contrattazione collettiva nazionale del pubblico impiego. Perché costituisce un vero e proprio titolo esecutivo, con il quale i sindacati possono chiedere al giudice di disporre l’esecuzione forzata e, al tempo stesso, il risarcimento dei danni derivanti dal perdurare dell’inerzia del datore di lavoro pubblico.

I segretari Generali di CGIL, CISL e UIL hanno inviato il 25 settembre una lettera al Presidente del Consiglio, Matteo Renzi e alla Ministra per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione, Marianna Madia in cui sollecitano un incontro urgente sul rinnovo dei contratti pubblici.

Al momento, dal punto di vista stipendiale gli unici a godere sono i dirigenti scolastici, che hanno avuto un aumento di stipendio sostanzioso

“Sopire, troncare… troncare, sopire” (A. Manzoni, I Promessi Sposi)

Rimandabili Piano triennale e comitato di valutazione. Il Ministero cerca di inviare occasioni di conflittualità nelle scuole. Dopo l’annuncio che il Piano triennale e il comitato di valutazione non erano rimandabili, arriva la conferma che la scadenza per la stesura del Piano viene spostata al 15 gennaio 2016.

Il Miur ha suggerito di procedere con molta cautela anche per la costituzione dei comitati di valutazione, che, in ogni caso, fino a che non saranno completi non potranno assumere nessuna decisione sui criteri per la valutazione del merito (e sembra quindi di capire che le nomine degli esperti designati dagli Usr non sono ancora nell’agenda del Ministero). Tanto che pare che il “premio” per i docenti “meritevoli” dovrebbe slittare di un anno.

La “mancetta” di Renzi. Un altro annuncio rivolto a sedare la conflittualità è quello della firma da parte del Primo Ministro Matteo Renzi del decreto che assegnerà ai docenti 500 euro da spendere per l’autoformazione.

I 500 euro saranno erogati a tutti i docenti assunti a tempo indeterminato. Il bonus riguarderà anche i neoassunti, anche coloro che nella fase C saranno assunti a novembre. La cifra dovrebbe essere erogata per intero con lo stipendio di ottobre. Nel complesso i docenti coinvolti dovrebbero essere circa 700.000. Dal prossimo anno sarà distribuita ai docenti una carta elettronica sulla quale verrà accreditata la somma annualmente.

I docenti dovranno dimostrare, con scontrini e ricevute, che i soldi sono stati spesi effettivamente per l’autoformazione. A tal fine dovranno presentare la documentazione che comprovi l’utilizzo secondo normativa del bonus entro il 31 agosto 2016. Per coloro che non rendiconteranno, le somme non giustificate verranno recuperate l’anno successivo.

La “mancetta“, la definisce Marina Boscaino. E Amelia De Angelis la carota, dopo il bastone.

Come trova la scuola italiana la Giornata mondiale degli insegnanti?

L’edilizia scolastica. Il rapporto di Cittadinanzattiva sullo stato delle scuole in Italia non è molto confortante. La sicurezza delle scuole nel nostro Paese lascia ancora a desiderare: quattro edifici su dieci hanno una manutenzione carente, oltre uno su cinque presenta lesioni strutturali, in quasi la metà dei casi gli interventi strutturali non sono stati effettuati.

Ritardi e carenze. La nuova comunicazione della Commissione dell’Unione Europea al Parlamento e al Consiglio europeo sull’avanzamento della cooperazione europea in materia di istruzione e formazione mette in risalto la permanenza di forti criticità nei sistemi educativi europei: il 20% dei quindicenni ottiene scarsi risultati in lettura, matematica e scienze; il 20% degli adulti possiede scarse competenze linguistiche e matematiche, solo il 10,7% di essi prende parte ad attività di formazione permanente; gli abbandoni precoci si attestano attualmente all’11,9% (ovvero oltre 5 milioni di adolescenti), e il tasso di disoccupazione giovanile è molto elevato; il tasso di conseguimento di un titolo di studio universitario è aumentato, ma l’occupabilità dei laureati rimane un grande problema nei Paesi più colpiti dalla crisi.

I nodi italiani. La posizione dell’Italia è ancora più critica, perché la quota di giovani che presentano bassi livelli di apprendimento risulta superiore alla media europea, così come più alto (17,1%) è il numero di giovani che escono precocemente dal percorso scolastico. La quota di adulti che partecipa alla formazione permanente è più bassa (il 6,2%), e molto più bassa la percentuale di laureati (22,4% contro 36,9%), anche se alti sono i tassi di disoccupazione. La spesa pubblica per l’istruzione è molto bassa, in particolare a livello universitario.

Università: meno matricole, più fughe. I numeri degli atenei italiani degli ultimi dieci anni sono drammatici: tra i diciannovenni 1 su 4 non si iscrivono e 97 ricercatori precari ogni cento sono stati espulsi.

Assunzioni e supplenze: tutto risolto? Nonostante la campagna di assunzioni, rimangono i problemi dei diplomati magistrali, dei docenti precari che hanno maturato 36 mesi di servizio, dei docenti di sostegno. mentre la ministra annuncia un nuovo concorso da bandire entro il 1° dicembre. E comunque rimane il problema del combinato tra l’art. 1 comma 333 della Legge di Stabilità e la legge 107 conosciuta come “Buona scuola”, che impone alle scuole pubbliche da quest’anno scolastico di non chiamare supplenti in nessun caso per il primo giorno di assenza dei docenti e per i primi sette giorni di assenza dei Collaboratori Scolastici, cosa che priva gli studenti di un servizio dovuto.

Scuole senza soldi. Il Fondo che finanzia il funzionamento delle scuole, quindi, viene incrementato per far fronte a spese già decise, a ritardi nei pagamenti ma per quanto riguarda lo stanziamento effettivo relativo al 2015, diminuisce, con buona pace della carta igienica assicurata a tutti (da Stefania Giannini). Quanti soldi sta mettendo, davvero, Matteo Renzi, sulla scuola? Molto meno di quanto dichiarato. Non miliardi: stanziati solo 240 milioni.

No contributo (volontario) no scuola. Malgrado gli slogan del Governo e gli annunci di stanziamenti mirabolanti, le scuole non hanno nemmeno i soldi per sopravvivere e alcune per farlo rendono obbligatorio il contributo volontario, da Napoli a Novara.

La raccolta dei bollini “Facciamo un regalo alla Esselunga. L’ultima frontiera del mondo dell’istruzione per far soldi è la raccolta punti del supermercato. Migliaia di istituti a corto di fondi si sono armati di cartelle e cartelline per accumulare premi che vengono riempite grazie alla spesa delle famiglie. In tutte le Coop e le Esselunga di Piemonte, Lombardia e Liguria ogni dieci euro battuti sullo scontrino si ha diritto a un bollino per le scuole. E i Dirigenti esortano: “Partecipate numerosi“.

Per una vera scuola per la Repubblica

Con il nuovo anno scolastico è partito anche l’aggiornamento/riscrittura di parti significative della LIPPer una Buona scuola della Repubblica”, per fare in modo che possa tornare ad essere una nuova “legge di iniziativa popolare”.

Qui si può prendere visione dei 9 nuclei tematici su cui lavorare e dei referenti (a cui indirizzare una mail per essere inseriti nel/nei gruppi di discussione). [torna su]

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RISORSE IN RETE

Legge 13 luglio 2015, n. 107 qui.

La LIP – Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica

Questo è il sito della LIP e questo è il profilo facebook Adotta la LIP. In questo video ne parla Anna Angelucci.

Qui si può leggere il pdf della tabella comparativa, tra la “Buona Scuola” di Renzi e la “Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica“.

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Da Gelmini a Giannini

Bilancio degli anni scolastici 2008-2009, 2009-2010, 2010-2011, 2011-2012, 2012-2013, 2013-2014, 2014-2015.

Cosa fanno gli insegnanti

Vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Lavoratori Autoconvocati della Scuola Roma, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione, Comitato Scuola Pubblica.

Finestre sulla scuola e sull’educazione

ScuolaOggi, Edscuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, école, Movimento di Cooperazione Educativa (MCE), Foruminsegnanti, Like@Rolling Stone, Associazione Nonunodimeno, Gessetti Rotti, Quando suona la campanella, Gli Asini

Siti di informazione scolastica

OrizzonteScuola, La Tecnica della Scuola, TuttoScuola.

[torna su]

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Alberto Sabbadini)

3 pensieri su “Vivalascuola. Cosa sbagliano gli insegnanti?

  1. Pingback: Vivalascuola. Cosa sbagliano gli insegnanti?

  2. Un’analisi ben approfondita ma su una cosa non sono d’accordo: attenti a dire che gli insegnanti non parlano con i propri studenti delle riforme, non scrivono lettere ai genitori o non parlano con loro per informarli: già da qualche anno gli insegnanti hanno il divieto di parlare di politica o riferirsi in modo critico al governo e al suo operato, in quanto parte della Pubblica Amministrazione. Cito qui una sola fonte perché adesso non riesco a trovare il documento in rete, ma ricordo perfettamente di aver firmato una circolare in cui si intimava tutto questo, anni fa, pena sanzioni disciplinari. Sappiate, signori, che abbiamo il bavaglio. http://www.flcgil.it/rassegna-stampa/nazionale/unita-vietato-parlare-con-la-stampa-bavaglio-a-presidi-e-professori.flc

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  3. E’ una puntata che proprio ci voleva… Molto molto utile!!

    Condivido profondamente questo articolo di Marco Boarello … AUTOLESIONISMO … perché gli insegnanti non costruiscono grandi alleanze sociali avendo a disposizioni una platea così vasta come quella dei genitori?

    Prevale vittimismo (che genera impotenza…) e corporativismo (non vedo il mondo intorno a me, come cambia, cosa cambia, guardo solo ciò che mi tocca direttamente…).

    Quando si è formata Rete scuole – che ha avuto un impatto sociale davvero forte e significativo secondo me – è successo proprio perché la RETE di alleanze costruita era enorme. Si trattava però della riforma Moratti, non di Renzi … qui è più difficile, non solo perché il personaggio si porta dietro metà opinione pubblica della sinistra, ma anche perché gli strumenti critici devono essere più affinati, analitici, e capaci di un pensiero “globale” sul lavoro e sul liberismo, la precarietà come sistema, etc.

    Giovanna Lo Presti poi fa un’analisi davvero lucida e politicamente condivisibile dei “perché” di questa situazione e anche di cosa si potrebbe fare… questo numero di VIVALASCUOLA dovrebbe davvero essere massimamente diffuso perché porta contributi di pensiero di ampia visuale e ce n’è grande bisogno.

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