Vuoi ballare?

bottoni
di Barbara Pesaresi

– La nonna Mina è la persona più importante della mia famiglia.
Terminava così il tema di Chiara. Martina aveva chiesto ai suoi alunni di terza elementare di raccontare la loro famiglia. Velocemente, vi scarabocchiò sopra a matita qualche parola di commento. Era l’ultimo. Chiuse il quaderno, lo impilò sugli altri e si tolse gli occhiali.
Un tuono frantumò l’aria immobile di quel pomeriggio bigio di inizio autunno.
– È il diavolo che butta giù dalle scale sua moglie, perché invece delle tagliatelle gli ha dato da mangiare i fagioli, – le diceva la nonna da bambina, quando tuonava e lei aveva paura.
Martina sorrise al ricordo inaspettato, e a quella rassicurazione alquanto discutibile.
Dalla cucina arrivavano le risate di sua madre e di Valentina, la figlia quattordicenne. Valentina stava insegnando a Livia l’uso del tablet.
Chissà se anche sua figlia avrebbe scritto che la nonna era la persona più importante della famiglia, si chiese Martina mentre con un braccio scostava la pila di quaderni, che urtando il portapenne ne rovesciò il contenuto sulla scrivania. Una matita rotolò sul pavimento per la felicità di Belinda, che con un balzo e un miao di riconoscenza per quel gioco inaspettato, saltò giù dallo scaffale preferito della libreria.
Sia Valentina che Federica, la sorella di tre anni maggiore, erano state cresciute dai genitori di Martina. Lei e Giorgio lavoravano entrambi e i nonni paterni abitavano in un’altra città, distante circa duecento chilometri dalla loro. Dopo la morte del padre, Martina era figlia unica, chiedere a Livia di andare a vivere con loro era sembrata la scelta migliore. La madre non guidava, e poiché vivevano in zone opposte della città si sarebbero risparmiati di perdere tempo in snervanti spostamenti in auto nelle ore di punta, per portare o andare a prendere le ragazze.
Tra Livia e Valentina si era stabilito sin da subito un legame speciale, fatto di gioco e complicità, alimentato dalla condivisione di segreti e chiacchiere sottovoce. Quando le osservava a loro insaputa, era difficile per Martina stabilire chi delle due fosse la nonna e chi la nipote, anche perché Valentina era molto protettiva nei confronti di Livia.
Si somigliavano molto: entrambe di indole allegra e comunicativa, avevano gli stessi capelli irriducibilmente crespi, nonché gli occhi di un caldo castano e dall’elegante forma allungata. Tra le matite e le penne sparse sulla scrivania c’era un bottone, piccolo e color avorio. Martina lo riconobbe, era quello mancante dal polsino di una delle camicie di Giorgio. Lo prese in mano e se lo rigirò tra le dita, poi lo strinse nel pugno. Si lasciò andare contro lo schienale e chiuse gli occhi.
– Mam-ma!, vie-ni-a-pren-de-re-la-non-na!
Le sillabe erano soldatini pronti all’attacco, addestrati a colpire il nemico qualora osasse invadere la quiete operosa di quei pomeriggi offerti in sacrificio alla matematica. E il nemico in questione era la nonna paterna che viveva con loro.
Come riuscisse, nonostante preventive e supplici raccomandazioni rivolte alla madre, a eludere la sorveglianza di quest’ultima, Martina non riusciva a spiegarselo. Anche se il sospetto che Livia lo facesse apposta a distrarsi, per consentire alla nonna di evadere dalla sua stanza, le era venuto.
Succedeva che mentre lei e Silvia, sua compagna di scuola, erano sedute in cucina a tentar di risolvere elaborate questioni matematiche, ad un certo punto l’amica cominciasse a tamburellare ritmicamente sul tavolo con le dita della mano sinistra. A Martina non serviva altro per sapere che la nonna si era materializzata nel vano della porta: il vestito sollevato e arrotolato in vita, senza mutande e con l’espressione divertita di chi pensa: – Te l’ho fatta anche stavolta. Si avvicinava a Martina e le prendeva una mano perché voleva ballare. Proprio la nonna, che da sana non sopportava la musica.
Fingendo una concentrazione che era ben lontana dall’avere, e senza alzare gli occhi dal quaderno di matematica e dai suoi rassicuranti quadretti, chiamava la madre.
Quaderni a quadretti che Martina avrebbe continuato a utilizzare anche negli anni a venire: per prendere appunti all’università, per lavoro, per fissare eventi importanti della sua vita. Un numero o una lettera in ogni quadratino, niente di più niente di meno. Non c’era spazio per le sorprese. Vuoti o straripamenti erano banditi, e comunque facilmente controllabili. Una piccola forma perfetta e chiusa in grado di contenere sistole e diastole di una vita, senza che nulla tracimasse dai contorni.
Martina non osava guardare l’amica. Ne immaginava l’espressione stupida e stupita, e si sentiva riempire di rabbia e frustrazione. – Ma perché tua nonna fa così? – chiedeva ogni volta. – È malata, – rispondeva secca Martina. Era tanto difficile da capire? Chissà cosa avrebbe raccontato alle altre. Del gruppetto di amiche di allora, soltanto lei aveva in casa una nonna matta. – Ma puoi diventare anche te così? – diceva Silvia, sgranando gli occhioni a palla più che poteva. Al punto che, Martina, si aspettava da un momento all’altro di vederli rotolare sul tavolo come biglie. E con quale inconfessato piacere gli avrebbe dato un colpetto, per farli cadere sul pavimento e farci giocare Cico, il gatto di allora. – Non s’attacca, – sibilava, mentre con la penna anneriva i quadretti del quaderno e ne ricalcava i contorni, premendo così forte da bucare la pagina.
Senza fretta Livia arrivava, canticchiando. Prendeva la nonna per mano e con un braccio le cingeva la vita, quindi a piccoli passi di valzer scivolavano elegantemente fuori dalla cucina.
Creatura bizzarra e superba, morigerata sino al pregiudizio e devota sino alla superstizione, la malattia le infuse una dolcezza e un’umiltà che da sana non aveva mai posseduto.
Rimasta vedova di un nonno che Martina non aveva potuto conoscere, essendo morto alcuni anni prima della sua nascita, indossò il lutto e lo portò per i successivi venti anni che gli sopravvisse. Con ogni probabilità nell’ultimo periodo della sua vita neanche si ricordava d’aver avuto un marito, nonostante questo Livia aveva continuato a vestirla di nero per rispettarne la volontà.
Durante l’ultima primavera esente da impegni scolastici, la nonna aveva preso l’abitudine di portare Martina con sé, nei pomeriggi in cui si recava al cimitero a trovare il nonno. Era facile convincerla: a quell’età la merenda pomeridiana con una tavoletta di cioccolata offriva una motivazione sufficiente per intraprendere un viaggio.
Con l’arte magica che tutti i bambini conoscono, pur senza averla appresa, Martina riusciva a trasformare quelle visite un po’ noiose in un gioco, tutto sommato, divertente. La nonna le aveva insegnato a recitare diverse preghiere. La sua preferita era una in latino. Ovviamente non ne capiva il significato, però le piaceva il suono delle parole.
Arrivate a destinazione, Martina, dopo aver salutato il nonno, correva a salutare i parenti della nonna che soggiornavano in quel luogo, due coppie di zii morte da molti anni. A ciascuno di loro recitava un eterno riposo. Il fatto di poter con una preghiera, neanche tanto lunga a dir la verità, aggiustare la loro posizione nell’aldilà la faceva sentire importante, e le dispiaceva per tutti gli altri che non potevano beneficiare di quel suo determinante contributo.
Allora per Martina la morte era un quadrato di marmo bianco, dal quale gli zii e il nonno si affacciavano attraverso finestrelle ovali dalla cornice d’ottone. Le foto in bianco e nero mostravano volti austeri che la fissavano privi di espressione. Di fianco nome e cognome, sotto la data di nascita e quella di morte. La loro vita era tutta lì.
Fu la scuola, grazie all’impegno dei compiti pomeridiani, a sottrarla a quei pellegrinaggi cimiteriali. E a salvarla da un angelo, una statua posta a guardia di una tomba, davanti al quale era costretta a passare per poter raggiungere il nonno. Sua nonna le aveva detto trattarsi di san Michele, quello che nell’Apocalisse sconfisse il drago.
L’angelo era di marmo bianco e di imponente statura. Aveva un’espressione pensierosa; se ne stava appoggiato con i gomiti sull’elsa di una enorme spada puntata a terra, una mano penzoloni davanti a sé mentre con l’altra sosteneva la testa riccioluta. Negli occhi, al posto delle pupille, c’erano due buchi inquietanti. Col suo sguardo bucato seguiva tutti quelli che gli passavano davanti. Che poi se guardasse proprio tutti, Martina, non lo poteva dire con certezza, ma di sicuro guardava lei.
Quando gli arrivava a tiro sentiva incombere su di sé una oscura minaccia, e si aspettava una volta o l’altra d’essere presa per la collottola, come si fa con i gattini.
Col tempo e per disgrazia, dal momento che non è certo il caso di dire per fortuna, il cimitero andò via via allargandosi e vennero aperti due nuovi ingressi. Così non fu più necessario usufruire di quella che si iniziò a chiamare l’entrata vecchia.
Molti anni dopo, ripensando a quel periodo, Martina fu presa dalla curiosità di sapere che fine avesse fatto l’angelo, soprattutto che effetto le avrebbe fatto rivederlo. Lo andò a cercare e scoprì che qualcuno l’aveva spostato in un angolo. Il volto era girato verso il muro in modo tale che poteva guardare i passanti soltanto di sguincio. Pareva in castigo. La polvere aveva ingrigito il bianco immacolato. Rimase delusa nel vederlo così sporco e in disarmo.
Fatto sta che un giorno, non si sa come né perché, la nonna Marianna, così si chiamava, sbirciò in un mondo altro dal loro. Dovette piacerle perché da quel momento vi si recò sempre più di frequente, sino a che decise di rimanervi stabilmente. Portò con sé soltanto il pianto e il riso. Smise di parlare, non riconobbe più nessuno dei familiari e si svincolò da pregiudizi e superstizioni. Si liberò anche delle preghiere, e a Martina non parve vero di poter fare altrettanto.
Se da sana trascorreva buona parte delle sue giornate chiusa nel quadrato della sua stanza a recitare il rosario, da malata non ci volle più stare. Preferiva gironzolare per casa, passando da una stanza all’altra in un andirivieni continuo, sgranocchiando biscotti, – aveva una tasca del vestito sempre ben fornita di oro saiwa, mentre nell’altra teneva le mutande che regolarmente si sfilava, – e strappandosi sistematicamente i bottoni. Bottoni che Livia, altrettanto sistematicamente, riattaccava, dando ogni volta un giro di filo in più. Era una specie di duello tra loro due. Quando morì, sua madre le mise in una tasca ago, filo e dei bottoni di riserva.
La malattia liberò lo sguardo della nonna dalla tirannia delle apparenze. Negli occhi, dello stesso azzurro profondo dei nontiscordardimé, insinuò una lontananza in grado di oltrepassare qualsiasi orizzonte.
Se ne andò un giorno d’aprile. Martina ricordava d’aver pianto, ma non il dolore. Comunque non l’aveva rimpianta. Non era stata capace d’amarla.
La gatta le saltò in grembo, riscuotendola dai ricordi.
Con la presunzione figlia della rassicurante impossibilità d’essere messi alla prova, e madre di patetici tentativi di fare bella figura, se non con gli altri almeno con se stessi, le piaceva pensare che oggi avrebbe accettato l’invito di sua nonna a ballare, e se ne sarebbe infischiata degli sguardi stupidi e stupiti delle amiche. E dopo aver ballato l’avrebbe presa per mano, e insieme avrebbero passeggiato per casa, sgranocchiando biscotti.
Ma era un paracadute che si apriva soltanto a metà. Aveva ammirato, e al tempo stesso detestato per il confronto infelice al quale la sottoponeva, la dedizione con cui sua madre si era presa cura della nonna, senza mai perdere l’allegria o la pazienza, anche quando aveva a che fare con le sue necessità fisiologiche. Lei non ne sarebbe stata capace. Essere buona fino in fondo non era alla sua portata.
L’orologio del computer segnava le sei e mezza. Tra poco sarebbero rientrati Federica e Giorgio. Una raffica di vento spalancò la finestra socchiusa, gonfiando le tende come vele. Martina prese la gatta in braccio, si alzò e andò a chiudere la finestra. Radi goccioloni di pioggia annunciavano il temporale in arrivo. Uscì dallo studio. In camera di Valentina c’era la luce accesa. Sua figlia era seduta alla scrivania, intenta a sottolineare qualcosa in un libro. Il resto della casa era in penombra. Trovò la madre in salotto. La sua sagoma si stagliava contro la finestra, nell’ultima luce del giorno. Martina le si avvicinò.
– Lo facevi apposta a far uscire la nonna dalla stanza, vero?
Livia non rispose. La pioggia batteva furiosamente contro i vetri.
– Usi ancora i tuoi amati quaderni a quadretti? – disse la madre, dopo qualche istante di silenzio. – Sì, – rispose Martina. E la paura le esplose tra lo sterno e il cuore. I battiti accelerarono, il respiro si fece veloce e affannoso. Vide se stessa prigioniera di un quadretto, incapace di uscirne. Lo sentiva diventare sempre più piccolo, comprimerla sino a soffocarla.
Percepì su di sé lo sguardo struggente di sua madre. Era lo stesso della nonna quando la invitava a ballare. Lo stesso di san Michele arcangelo, il quale non aveva alcuna intenzione di prenderla per la collottola, ma desiderava soltanto offrirle la spada per sconfiggere i draghi che avrebbero tormentato la sua esistenza, costringendola a rifugiarsi in rassicuranti quaderni a quadretti. Dall’interno dei quali non le sarebbe stato possibile capire che i bottoni tante volte staccati e altrettante volte riattaccati, altro non erano che richieste e offerte d’amore.
Livia continuava a guardare fuori. L’acquazzone si era trasformato in una pioggia sottile. Lentamente Martina si calmò, il cuore e il respiro tornarono regolari. Sapeva che sua madre la stava aspettando.
– Vuoi ballare? – disse Martina.

[l’immagine è tratta da qui]

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