Fare spazio a un mondo diverso: i giocattoli di Cesare Zavattini

Zavattini

di Giacomo Verri

“Ho torto forse a ripetere che il mondo sarebbe bello se tutti fossimo malati?”, leggo a un certo punto tra alcune brevi prose di Cesare Zavattini che le edizioni Hacca hanno rimesso in volume con il titolo I giocattoli (pp. 59, euro12): si tratta di una plaquette di una sessantina di pagine, aperta e chiusa da dotti saggi di Valentina Fortichiari e Gualtiero De Santi; i testi di Za risalgono tutti al lustro 1934-1939, e tutti apparvero in origine su «L’illustrazione del medico» e furono ripresi nel 1976 da Einaudi, nel volume di poco successo Al macero: Scritti 1927-1940. Il peso di queste prose è quello lieve della malinconia appena velata da un palpito ironico; un peso specifico, direi, che in questo delicato volume, dalle pagine ben spaziate, trova l’esatto veicolo per poter essere apprezzato al meglio.
I giocattoli, Ippocrate minore, Qualche malato, Parma secondo un umorista, sono i titoli dei quattro raccontini; il filo rosso che assieme li lega è l’indispensabilità delle nugae, la necessità tutta umana delle bagattelle. Non ha torto Zavattini quando si chiede se il mondo sarebbe migliore ad avere intorno tanti malati; certo il pensiero non va a chi sta grave, in letto, ma a quella forma di pazienza e di languore e di rallentamento che una sana influenza dona alle nostra membra. Se tutti fossimo un poco malati, la nostra sarebbe una “vita tranquilla e meditativa: sull’asfalto passerebbero leggere come piume le innaffiatici spargendo zampilli di lisoformio; invece della fredda neve i tetti sarebbero coperti di candida bambagia. E all’inaugurazione del padiglione E o del padiglione F la forbice del signor ministro taglierebbe una diafana striscia di garza sterilizzata”. Realtà controfattuale, grottesca, ironica, forse non definitivamente augurabile, ma necessaria alla coscienza affinché lasci un varco bambino nella fantasia adulta, o apra uno spazio adulto nell’immaginazione bambina.
Zavattini ci invita a pensare, quasi tra parentesi, a un mondo diverso; a come sarebbe strana, surreale e stimolante, una realtà in cui i “giocattoli superiori alle lire venti” fossero proibiti – il meccano e le automobiline dei ricchi – o quegli altri che “favoriscono il giuoco del salotto”: con quelli le bambine “crescono con il convincimento che le donne di servizio, indispensabili in un salotto, siano istituzione divina”. Ma Za non è fustigatore dei cattivi costumi; è piutosto l’anima distaccata e ironica di chi pensa che i giocattoli siano “indispensabili come l’acqua, l’aria, la luce”, e che anzi i giochi non siano un oggetto ma una forma della sensibilità, una sensibilità che se la cava con poco e ne trae moltissimo: “prendo un gesso rosso – è lo Zavattini adulto ma sempre bambino a parlare – e faccio una striscia sul muro. Mia moglie strepita, ma i ragazzi entrano nel regno delle fate, camminano su quella corda di stella cometa per raggiungere Saturno”.
Non so perché, ma scorrendo le righe mi è saltato alla mente Gianni Rodari; non avrebbero potuto uscire dalla penna di chi ha scritto La grammatica della fantasia personaggi come il medico ladro che chiede al malato di chiudere gli occhi e di aprire la bocca per fregargli di sotto il naso il portacenere del comodino? O il piccolo orfano Bib che, malato, imparò a contare tenendo i battiti del polso agli altri degenti dell’ospedale-mondo in cui è immerso? O, ancora, il malato poeta che “aveva la cirrosi epatica e s’era messo in testa di fare un sonetto sulla sua malattia, ma la rima in atica non è facile”?
Nell’ultimo testo del libretto, Parma secondo un umorista, è scritto: “noi umoristi abbiamo tante curiose idee sulla città”; e non solo, aggiungiamo noi: anche sui giochi, sulla salute e la malattia, sulla vita intera, in specie nei suoi aspetti poco appariscenti, incostanti, capricciosi. Zavattini gioca a scardinare le priorità e noi giochiamo con lui, impariamo, senza pretese, la possibilità di un salto nel vuoto, di un essere diversi, dell’essere, con un briciolo di follia bambinesca, più virtuosi e più giusti di quello che siamo.

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