Scòstati dal sole, di Rosa Salvia

patibolo
Dalla raccolta inedita di racconti Le conseguenze dell’amore

“Tutto è dentro di me, in attesa che io lo capisca”. Delara talvolta si adagiava in soffitta su un vecchio materasso, là dove il suo rigurgito di molle e d’imbottitura lo permettevano. Inseguiva pensieri, ‘visioni’. Poi poggiava il cavalletto e le tele di fronte alla finestra per avere la luce del sole riflessa sui colori e iniziava a dipingere quel che la sua mente creava. “Vedi l’Angelo,” disse una volta ad Amir, il suo ragazzo, “ho finito di dipingerlo adesso”. Si accovacciò per terra e quasi toccò con un dito la figura rigida ma fulgida, che era emersa dal caos dello spirito in cui era nata.
Amir, abitudine o accorto proposito, non dette che un tenue sorriso di approvazione. Il suo pensiero volava altrove, alla pelle di lei, la baciava, poi con la sua mano lieve scompigliava, spolverava con il piumino della perversione. Le dita tornavano, circondavano, soppesavano il tepore del seno, del ventre di lei.
Ma quel giorno Delara sentì, con dolore, come un morso al seno, come se la spalla le fosse stata presa in una morsa: la cesura delle loro vite.
E si trovò a fissare il sole. Era vicino all’orizzonte. Aveva dovuto voltare il capo per guardarlo, con gli occhi incatenati da un richiamo quasi morboso. Non l’aveva mai visto così. Largo, quasi sbiadito, al punto che lo si poteva guardare senza restare accecati e vedere in linee sottili nuvole sopra di esso, con una che lo attraversava diventando nera.
Amir si avvicinò alla finestra e le voltò le spalle.
“Scostati dal sole,” gli chiese lei con dolcezza. Certo, non pretendeva che Amir lo capisse. Capisse il suo panico, l’angoscia di morte che le saliva importuna a grandi ondate, quasi soffocandola e che trasferiva sullo sfondo scuro dei suoi dipinti. Anche l’Angelo bianco aveva alle spalle una macchia scura.

Rimasero lì, col sole che calava contro il cielo, in piedi davanti alla finestra per qualche minuto e lui che le chiedeva di fuggire insieme, nel caso avessero trovato i soldi…
“Vattene ora, i miei potrebbero tornare e se ci trovassero insieme…, non voglio neanche pensarlo!” Delara lo supplicò coi suoi occhioni neri acquosi e malinconici mentre la testa stranamente le girava e fuori il cielo era pesante e dal suo capo morente il sole aveva allontanato la terra.

Qualche tempo dopo Delara d’improvviso si svegliò da un sonno senza sogni in un lettino sconosciuto. Si contrasse, ebbe un gemito. Tutto quello che era stato il suo mondo segreto le si parò dinanzi, calato nelle forme bianche che intravedeva confusamente, linee e volumi di una stessa unica realtà, i polsi fasciati di garza.
Un uomo in camice le sfiorò il viso con una carezza: “perché hai tentato di tagliarti le vene, figlia mia, non si può desiderare di morire alla tua età!” Era anziano, un viso affilato, due occhi scuri e grandi, uno sguardo umido e dolce che esprimeva compassione e offriva aiuto.
Delara si costrinse a guardare intorno. Dunque, “questa deve essere l’infermeria del carcere, questo è il medico, questa un’infermiera”, disse fra sé.
“Ormai sei fuori pericolo, bambina mia, devi solo riposare un po’”. Era il medico con gli occhi grandi che le parlava.
Gli sorrise. Uno scatto della volontà, e l’angoscia, i pensieri di morte, il sentimento oscuro dell’addio, la sospensione fra il noto e l’ignoto, tutto era cancellato: era qui, sola, ma non aveva più paura, il suo corpo era sordo come un legno cavo.
D’un tratto udì la voce di sua madre che avanzava verso il lettino.
“Delara! Delara!” chiamava.
Ora era lì ferma davanti a lei. Dietro, la robusta figura di suo padre il cui viso le sembrò assolutamente ridicolo nella sua ansietà.
“Che hai fatto, bambina mia, che hai fatto!” Delara vedeva suo padre aprire e chiudere le mani sullo sfondo del letto e il suo corpo assumere posizioni goffe. Delara avrebbe voluto voltare gli occhi da un’alta parte, per quelle mani vuote e senza speranza.
“E dire che sono stato proprio io a consegnarti alla giustizia! Non me lo perdonerò mai, mai”.
Sua madre invece rimaneva in silenzio come una statua di sale, e le carezzava i polsi feriti.
“E’ quel maledetto di Amir che dovrebbe finire sulla forca. Io non l’ho capito subito, figlia mia, che ti sei addossata tu la colpa dell’omicidio di mia cugina per salvarlo. Lui era maggiorenne, tu no, non avevi nemmeno diciassette anni! Per quell’amore malato che ti legava a lui pensavi ingenuamente che vi sareste potuti salvare tutti e due”. La voce di suo padre impastata di lacrime, la riconduceva in una grande casa, lontano dalla prigione di Rasht in cui ora si trovava, dove Amir aveva pugnalato e ucciso per pochi soldi…e lei incredula, allibita, ferma a guardare la donna a terra, in un lago di sangue, come se vi fosse piombata per piangere in eterno su quel pavimento scuro…
“Lasciatemi in pace, padre, per favore! Non voglio più sentire”.
“Voglio io” ribattè il padre, “proveremo a convincere i figli di mia cugina ad accettare il denaro del debito di sangue e tu sarai salva, vedrai!”
“Cara la mia figlietta adorata!” Sua madre le baciò delicatamente la fronte.
“Non ho voglia di ascoltare, mamma. Ho le labbra secche: dammi da bere”. Delara si sporse leggermente in avanti, “stringimi le mani, forte forte, mamma.”
“Non so più dove sono io e dove sei tu, figlia mia.”
“Andatevene adesso, fatemi dormire”. La voce di Delara era un sussurro.

E dire che la sua vita dai quattro anni in poi era stata fatta di colori. Ora la sola immagine che appariva ogni giorno davanti ai suoi occhi era quella del muro sanguinante del presente.

Il mattino dopo la riaccompagnarono in cella.
I dipinti accatastati in un angolo l’attendevano, come se dovesse accadere qualcosa capace di sciogliere o rischiarare il blocco sordo dentro di lei… Prese fra le mani il foglio che aveva lasciato sul lettino prima di tagliarsi le vene dei polsi. Le lenzuola erano pulite e il disegno ancora lì, sgualcito, ma ancora lì. Aveva provato a disegnare con un gessetto nero il viso di Amir, scuro e dai capelli in disordine. Delara guardò e riguardò quel viso la cui assenza dondolava nell’aria, poi si girò con la faccia stravolta, appallottolò irosamente il foglio, come se intuisse che non si sarebbe mai più liberata di quel viso, mai più…, che l’avrebbe perseguitata per sempre fra vita e morte, come il volto stesso del destino.

Quasi non si accorse che la madre era entrata nella cella, l’aveva sfiorata togliendole il foglio di mano.
Delara sembrò diventare ancora più pallida; la bocca le si irrigidì in una smorfia di dolore, ma il cuore le batteva; sì, sentiva con ansia selvaggia che il cuore aveva ripreso a battere. Per un attimo ebbe la sensazione che sua madre le avesse tolto di dosso un peso sconosciuto, oscuro, anche se i suoi carcerieri gliene avevano imposto uno più grande, definito.
“Oh, mamma, abbracciami! Amir non ha neanche voluto più vedermi, non ha detto una parola a mia difesa, come se io non fossi mai esistita. E’ orribile, mamma, per questo credo che ormai per me la vita non abbia più senso”. Delara si accasciò sul lettino con gli occhi rivolti al finestrino in alto di fronte a lei attraverso cui penetrava una debole luce.
La madre le si sedette accanto e la strinse fra le braccia.
“Ah” esclamò, “la cecità dell’amore è tempo che sparisca, sparisca per sempre. Pensa invece a quando uscirai di qui. Non solo l’avvocato farà di tutto, ma tanta gente, anche a Teheran e in tutta Europa comincia a raccogliere firme per accelerare la tua liberazione”.
“Mamma, ho paura dei Mullah! Anche per questo avrei voluto fuggire da questo paese che pure amo tanto!”
“Zitta, figlia mia, zitta! Abbassa la voce e ascolta me che sono tua madre. Ritorna a dipingere, ti aiuterà ad avere pazienza, a sopportare ancora un po’. Dobbiamo pregare Allah ogni giorno!”
Delara sentiva la pressione di quella piccola donna nascosta dal velo che era sua madre, leggera quasi come carta al suo fianco, e il respiro di lei era quasi il suo stesso respiro. Si sentiva esausta, come avesse sopportato più che il peso della morte che aveva cercato.
“Perché non dici nulla?” incalzò sua madre con quello sguardo amorevole che mordeva dentro.
“Perché tu sai le cose” rispose Delara.
“Quali cose?”
“Quelle che sono giuste per me”. Delara teneva gli occhi fissi, guardava internamente, tutto quello che ancora non sapeva esprimere.
“Allora devi mangiare, sei troppo magra e tutt’occhi. Il tuo nasino puntuto si nota ancora di più. Certo il cibo qui non è come a casa, ma ti devi sforzare. Devi uscire da queste mura sana e bella come prima”.
“Si, mamma, ci proverò”. Delara si chinò a guardare attraverso le distanze che separano gli esseri, anche quando si amano. “Se potessi stendere la mano” pensava, ma non è possibile”. E già il momento, i momenti, il mattino che si consumava, avevano ingrandito la distanza che divide. “Non esiste una linea che unisca una vita con le altre,” pensò mentre sua madre si allontanava. La semplicità degli avvenimenti definitivi la scavava dentro. Si sentiva parte di un mondo sorprendente nelle cui mani, per ragioni che non riuscivano chiare neppure a lei, aveva persino posto gli oggetti concreti della sua esistenza, quali tele, pennelli, gessetti, pastelli…

I giorni, i mesi scorrevano; pian piano aveva ripreso a dipingere: persino le pareti della cella indietreggiavano dinanzi alla vampata di dolore che bruciava come una lava su quelle tele.
Spesso sentiva il desiderio ardente delle persone care, della sua casa, dei suoi odori, dei suoi sapori. Andava oltre le sue forze rinunciare alla loro vicinanza, tanto più che nulla di nuovo accadeva e la sua vita sembrava sospesa nel vuoto.
Quando usciva in cortile nell’ora della passeggiata, la luce le flagellava il volto fino alle ossa. Si teneva distante dalle altre detenute, si sarebbe voluta turare le orecchie con la cera, non poteva sopportare le loro ciance, i loro schiamazzi. Si raggomitolava in un angolo e respirava, respirava l’aria della sua città, la sua Rasht, che, fuori da quelle mura, brulicava di vita. Ogni tanto si alzava e muoveva qualche passo vacillando, vetro ormai, un grande fiore nascosto in un velo, ma tagliato nel vetro. Le guance olivastre tremolavano e non esisteva parola che la accomunasse alle cose passate.

Finalmente la mattina del 19 aprile sembrò segnare una svolta nella sua vita. L’avvocato le comunicò che le era stata accordata una sospensione di due mesi dalla pena in attesa di nuovi riscontri. L’inferno pareva allontanarsi. Le tele riprendevano vita, eppure non consolavano affatto, i toni rimanevano ossessivi, feroci. Non c’era più fra lei e i colori quella affinità tenera, di un chiarore tranquillo, quasi una luce.
Le piaceva pensare all’universo come a un essere unico e al fatto che tutti gli esseri viventi siano cellule di questo essere. Talvolta con furia provava a esprimerlo nei suoi dipinti. Avrebbe voluto sentire la forma di qualche oggetto. Sentirla mentre si sviluppava, si estendeva, rimbalzava. Sorprendere il lampo, per non tornare nell’oscurità.
La coscienza le ticchettava dentro col rumore di una sveglia da pochi soldi. Avrebbe urlato a squarciagola se l’allarme si fosse messo a suonare.

E all’alba di quel terribile primo maggio 2009 l’allarme ineluttabilmente suonò…
La decisione improvvisa, senza che nemmeno l’avvocato ne sapesse nulla.

La notte si andava spezzettando in particelle minute. Delara avvertiva un dolore al petto, adesso che tutto ciò che era buono al mondo stava per infrangersi. Tutte le forme solide di cui si sentiva garante. Tutti i colori che aveva amato che le passavano in uno sprazzo attraverso il campo visivo. Non riuscì a controllare il desiderio di dare un ultimo sguardo a quei suoi pochi dipinti in cui la sua innocenza restava intatta, in cui Allah le permetteva ancora una solidità di forme, una continuità di vita, anche di errore.

Quando uscì dalla cella e si avviò con i suoi carcerieri verso il patibolo ove il figlio maggiore della cugina del padre le avrebbe girato la corda attorno al collo, il respiro le rantolò nelle costole.
Erano quasi le sei del mattino. Chiamò per l’ultima volta sua madre, “mi impiccano fra pochi secondi, aiutatemi, aiutatemi…”
“Figlia mia, figlia mia adorata, perché per la mia bambina un destino così atroce?” la voce straziata di sua madre dentro di lei come una foglia ancora verde superflua alla terra.

Ma una cosa vuota si impossessò del suo corpo. Una cosa vuota e senza nome. Chiuse gli occhi, precipitò nel nulla, si riebbe, il suo respiro era ancora forte. Il volto segnato da una caduta. Sarebbe morta con questo segno ancora fresco. Una caduta prima della caduta. Un ultimo dolore prima di smettere di essere. Niente per consolare.
Intorno a lei pietra, pietra, scorticata fino in cima. La corda… Il suo corpo che galleggiò nell’aria leggero impigliandosi nel cuore dei suoi cari come un ramo sottile alla deriva.

La giovane pittrice iraniana Delara Delabi è stata giustiziata nella prigione di Rasht alle sei del mattino del giorno primo maggio 2009 nonostante i continui appelli di Amnesty International per la sua liberazione.

Libera ricostruzione degli eventi accaduti

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