Le voci del Pretorio. Il romanzo epistolare di Angelo Ascoli e Pasquale Vitagliano. La nona lettera.

tarr_pretorio_museo_05Nona lettera

Giovanni,

Non riesco a perdonarmi di non essere andato al suo appuntamento. Dovevo andarci, Giovanni. Forse oggi sarebbe ancora viva. Questa idea mi tormenta. Cerco di non pensarci. E’ inutile. Ho il terrore poi che colleghino la mia presenza a Caserta con la sua morte. E’ inevitabile. Voi giornalisti fate il vostro lavoro. E questa storia, queste coincidenze, questo gioco è per voi una tentazione irresistibile. Approfittane, Giovanni, ascoltami. Lasciami perdere e approfittane.
La mia segretaria non ti ha mai telefonato, Giovanni. Hai ragione tu. Qualcun altro si è insinuato nella nostra storia, forse addirittura ha preso in mano i fili di questa trama sempre più opaca, in cui la menzogna rischia di sopraffarci. Anche tra noi il mare della verità si ritrae e ci lascia scoperti, nudi relitti delle nostre paure e delle nostre piccole e grandi bugie.
E’ diventato difficile muoversi su questa scacchiera.
Possibile che non siamo riusciti a parlarci? Malgrado queste nostre lettere, queste parole; malgrado i telefonini. Dobbiamo guardarci negli occhi. Riusciremmo forse a trovare una ragione in quello che ci sta accadendo, un qualche senso dentro questo caos, una qualche consolazione dentro questo dolore.
Sono tornato a Potenza sconfitto.
Sai cosa ho fatto appena giunto in Procura? Ho occupato la stanza che al mio arrivo avrebbero dovuto assegnarmi. Ho preso i miei libri, i codici, i fascicoli, alcuni oggetti personali d’arredamento e mi sono trasferito. Nessuno mi ha detto niente: è sembrato a tutti naturale, com’era stato naturale che quella stanza fosse rimasta vuota fino a quel momento.
Cerco di non pensare a quello che è accaduto. In ufficio mi sono rigettato a capofitto nella mia inchiesta. Anche questo è sbagliato ma è l’unico modo per uscire fuori da questa storia. Vorrei che i nostri dolori fossero dovuti unicamente a problemi di funzionamento. Tutto avrebbe una soluzione, un motivo mediocre ma tangibile e immediato di appagamento.
Ti ricordi quando facevamo politica all’Università. Un giorno andai ad un convegno per la nascita di non ricordo più quale coordinamento. C’era la televisione. Si dissero tante di quelle cazzate – alla fine non nacque, infatti, alcun coordinamento – che la mia attenzione si fissava continuamente sul cameraman: a cosa pensa mentre ci riprende? Ascolterà queste parole? Quali idee avrà? Che opinione si sarà fatto? Credo che quella serata ebbe un senso esclusivamente per quel cameraman, per il suo lavoro, si parlasse di politica o di vacche. Io invece tornai a casa con i pugni vuoti.
Giovanni, vorrei essere come quel cameraman.
Ah! Non ti ho ancora detto a chi era appartenuta la stanza che mi sono preso: a Di Giacomo, il magistrato dello scandalo del Palazzaccio, il magistrato più famoso d’Italia. Dietro la scrivania campeggiava un manifesto de The Untouchables di Brian De Palma. Io ho coperto il vuoto su quella parete con il Ponte nella pioggia di Van Gogh: fa meno effetto ma mi dà tranquillità.
Ti assicuro che scoprirò chi non ha voluto che noi due ci incontrassimo a Caserta. Anche se questo gioco spetta solo a noi. Siamo noi i burattinai ciechi delle nostre trame, credimi. La morte di Emilia non ci appartiene. E se tu hai mentito, sarà questa la consolazione al rimorso di non averti cercato le volte che sono tornato a Milano.

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