Il silenzio insubordinato di Rossella Milone

Milone
di Giacomo Verri

Dentro ci sono sei racconti, storie di donne eccentriche e forti, a volte dure, disperate e poi struggenti. Traccia delle linee, Rossella Milone, con questo suo nuovo libro, Il silenzio del lottatore (Minimum fax, pp. 226, euro, 14), dei graffi che tentano, sempre più dappresso, di tracciare il profilo di tante donne difficili, dalla sfacciata brillantezza intellettuale, indefinibile eppure concretissima. L’anziana Erminia di Operazione Avalanche, per esempio: di lei la giovane protagonista del racconto dice che “probabilmente era sempre stata una persona eccentrica che con la vecchiaia aveva acuito certe sue stranezze. La voglia di starsene da sola. Ballare il charleston. Dimenticare i nomi delle cose e delle persone”.
In realtà nessuna di queste donne ha dimenticato nulla, neanche la vecchia Erminia che non parla più e sta per finire in un ospizio, neppure lei ha scordato la sua giovinezza ai tempi della guerra, tra Baronissi e Salerno, il grammofono e le sigarette. Soprattutto non ha perso il ricordo di Paul, il soldato americano che una volta l’aveva fatta ballare. E non si scorda nulla neppure la Marianna de Il peso del mondo, che ha un’amica con cui pensa e fa tutto (“ci mancava soltanto il sesso”). Marianna ha sulle spalle il peso del mondo intero, le si appoggia addosso prima piano piano, sotto forma di un affetto sfiancante e di un bisogno malato ‘dell’altra’, e poi di un dolore e di una cattiveria improvvisa, senza senso, spietatamente somministrata da Alessandro, una notte d’estate; una sofferenza dopo la quale – e nonostante tutto – Marianna resiste, e ricorda, e nei suoi occhi “una certa prudenza attecchisce simile a una radice d’albero”.
Sono eroine, queste donne, imparano ad “accudire le attese”, a tutelare il coraggio sempre periclitante, solo a volte sfrontato (ma quanto basta), delle loro convinzioni. Imparano a smarcarsi dal ‘male naturale’ che ci pervade: “quando uno pensa a una cosa, alla fine finisce per condizionare i pensieri dell’altro: è quello il momento in cui due persone si scompongono l’una nell’altra, dando forma a un solo corpo con due corpi; una cosa mostruosa se non fosse tanto naturale”.
Sono donne che dialogano con altre donne, di altre generazioni, o anche no. La protagonista di Le domande di un uomo è forse sul punto di mollare tutta la storia intrapresa con il suo Lui. Il loro rapporto è lì, sfiora il precipizio, anche fisico, di quella casa con il soppalco e “la ringhiera tutta traballante”, una faglia in procinto di aprirsi e che ha un correlativo oggettivo nei letti separati da un comodino a casa della signora Pia, inconsapevole e implacabile mentore della protagonista. Il tempo dell’attesa sta per finire, lasciando spazio al tempo delle domande: “qual è il posto che ti fa più paura?” chiede Lui, il posto dell’anima, si capisce, un luogo che si scolora nel futuro; e il futuro è pieno di dubbi, è zeppo della paura che loro due – Lei e Lui – si cambino prima o poi in creature “così sprovviste di audacia per una cosa tanto scabrosa come l’amore”.
Ed è solo conoscendola per bene che la paura ci fa sorridere, perché essa stessa “colma tutto quanto”.
La paura non è la fine, anche se la fine di una storia d’amore può far paura, renderci sporchi, crudeli, disperati. La Lei di Luccicanza sente il crollo della propria passione per Leo, durante un viaggio a Mombasa, quando lui si prende la febbre e lei se ne va in giro da sola per la savana. La fine, ineluttabile, apre il senso di incompletezza di due esseri ormai separati, il ritorno a casa è un crollo, Lui se ne va, tremendo: “aveva solo reso palese la distruzione, come se fosse venuto a galla il fondo sporco di un vecchio fiume”. La casa diventa per Lei una tortura, l’assenza, sempre necessaria, di Lui, diventa una brutale condanna. Lei si porta a letto tanti uomini, se li scopa con asettica malagrazia e poi si precipita a chiamare Lui: “più ero sporca, bagnata, sudata, più facevo in fretta a chiamare Leo”. È la disperazione cattiva, che una volta avviata, è irrecuperabile.
Il tempo non sempre sana le ferite, in amore. A volte assieme al tempo, cresce solo l’insofferenza; accade ai due di Questioni di Spazio, a partire dalla loro pretesa di farsi del bene, e di presumere la felicità altrui, come nei racconti di Fleur Jaeggy. Ma la felicità scorre, non resta mai sugli stessi corpi abbracciati, passa invece come un palpito d’ali a nuovi esseri, nostro malgrado.
E mano a mano che la vita procede, sembra che lo spazio vitale, quello dove siamo soli e nessuno ci può venire a disturbare, sia sempre più piccino, nonostante le nostre ribellioni, i gesti inconsulti, i colpi di spugna. Perché l’amore – e questo è forse l’insegnamento finale di Rossella Milone – ci rende “troppo invischiati l’uno all’altra per districarsi così, con la semplice agilità di un bambino. Anche quando l’amore è schiacciato, anche quando non si sa che faccia abbia e dove sia andato a finire. Eppure, di fronte a ciò, Il silenzio del lottatore (titolo dell’ultimo racconto e della raccolta intera) è una forma di stabilità contro l’esistenza ridotta a “una resistenza senza panico”, è una sopportazione audace dei propri dubbi, è un gesto di splendida insubordinazione, il solo forse che può rimettere in moto gli addentellati più logori di una storia a due.

2 pensieri su “Il silenzio insubordinato di Rossella Milone

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