Liguria Spagna e altre scritture nomadi, di Marino Magliani e Riccardo Ferrazzi

Magliani
Prefazione di Giuseppe Panella

Sì, viaggiare…
Letteratura di viaggio e stile della visione

«Potrei cominciare l’elogio del mio viaggio col dire che non m’è costato un quattrino: il che costituisce un punto degno di considerazione. Per questo dunque, esso sarà soprattutto decantato e applaudito dalla gente di modesta condizione. Ma c’è un’altra categoria, presso cui esso è ancor più sicuro di ottenere successo per la stessa ragione che non costa un quattrino. Chi sono dunque costoro? Come, me lo chiedete? Sono i ricchi. Inoltre, questo modo di viaggiare offre non pochi vantaggi agli ammalati, i quali non avranno più da temere l’inclemenza del tempo e delle stagioni. Quanto poi ai timorosi, questi saranno al sicuro dai ladri, non incontreranno precipizi e paludi»
(Xavier de Maistre, Viaggio intorno alla mia camera)

1.

Ormai non si scrivono più libri di viaggio – almeno non nel senso classico del termine. Si pubblicano reportages su riviste femminili, diarietti sui quotidiani, annotazioni infeconde per libri destinati a un pubblico eteroclito e un po’ insipiente che vuole da chi ha viaggiato soltanto la facile conferma delle verità che si è costruito a casa senza aver compiuto la fatica di viaggiare e senza conoscere ciò che crede di avere già sperimentato.
I libri di viaggio del passato nascevano dal candore e soprattutto dal sudore (o dal freddo) patiti da autentici viaggiatori che, tra le visite tra una città e l’altra, tra l’estasi per le bellezze del passato (Goethe nel suo viaggio in Italia) e l’apocalisse sperimentata in diretta del Bello (la sindrome di Stendhal a Firenze), annotavano sui loro diari (che poi riponevano tra il loro bagaglio) esperienze effettivamente fatte e, in un certo senso, subite. Oggi tutto questo non è possibile. Basta accendere lo schermo del proprio computer (o cercare sul proprio telefono portatile) le voci che risultano interessanti ai fini della costruzione di un universo di esperienze che si vorrebbe condividere. Nell’epoca dei viaggi facili e a buon prezzo per tutti, viaggiare diventa (e, in un simile contesto, non paradossalmente! ) inutile, forse pleonastico.
I migliori percorsi all’esterno di casa propria diventano quelli che si fanno, invece, autour de sa propre chambre (come già aveva illustrato Xavier de Maistre in un aureo libretto del 1795) – in essi esperienza del mondo esterno e ricerca personale sono ancora possibili.
Chi viaggia oggi lo fa a proprio rischio e pericolo – quello di andare incontro a gravi delusioni nel momento in cui raggiunge la propria destinazione oppure di ritrovarsi in un ambiente del tutto simile a quello che hanno lasciato (ed è quello che accade il più delle volte).
Viaggiare ormai significa soltanto spostarsi e il più velocemente possibile, non fermarsi a pensare che il viaggio che si compie è parte integrante, anzi è la vita che si vive e che si è vissuta.

2.

Invece né Marino Magliani né Riccardo Ferrazzi corrono questo rischio. Autori già ben collaudati nel genere romanzo (soprattutto Magliani che ha ambientato la maggior parte dei suoi testi tra Dolcedo e Imperia), i due scrittori liguri sanno benissimo che non basta viaggiare o aver viaggiato per essere dei bravi descrittori di vicende ambientate durante viaggi e fughe in altri mondi o in altre stanze diverse dalle proprie. L’ambiente in cui si muovono è loro familiare e noto, conosciuto da sempre, eppure sempre nuovo, letto e vissuto sempre in maniera diversa ogni volta che lo sguardo dello scrittore si posa sulla sua morfologia apparentemente consueta e cerca di trovarvi nuove e più autentiche forme di visione del mondo.
Tutto comincia con una valigia, non molto diversa da quelle usuali dei normali viaggiatori, ma con una peculiarità importante: questa valigia, di cui poi si saprà che è andata distrutta in una notte di ambascia e di fretta forsennata, aveva a che fare con Italo Calvino o meglio era passata per le mani dello scrittore ligure (anche se nato a Cuba per via del padre botanico).
Con questa valigia di cui due scrittori (uno già famoso, l’altro che ambisce a esserlo) si scrivono perché non se la sentono più di riprendere dei rapporti interrotti da troppo tempo e che sono cessati come terminano tutte le relazioni tra giovani prima di diventare uomini, inizia il libro – comincia con una storia di speranze perdute e di un passato di cui non è rimasta traccia se non nella scelta della letteratura come unica possibilità del ricordo di sopravvivere alle fiamme dell’angoscia.
Il suo autore accomuna quella valigia alla sorte simile di un altro bagaglio leggero disperso dalle vicissitudini della guerra: quello di Walter Benjamin in fuga verso la salvezza in Spagna ma morto suicida a Port Bou perché la fiducia in quella possibilità era svanita (e, per fortuna, un’altra valigia, più pesante e contenente l’Angelus Novus di Paul Klee, era rimasta a Parigi nelle fidate mani dell’amico Georges Bataille).
Il libro poi continua con un’altra valigia che appartiene a Mary Suzanne, un’archeologa tedesca, traduttrice e scrittrice, che ritorna periodicamente in Liguria e va a trovare un vecchio amico, Leo, che coltiva gli ulivi e non si intende né di letteratura né di Patagonia o di archeologia.
Anche la donna cerca una valigia perduta (la stessa che Calvino aveva cercato invano, la stessa perduta da Benjamin) ma non è una valigia reale – è fatta per essere riempita di sogni e di ricordi, soprattutto di quello di Gregorio, studente di ingegneria e morto anni prima in un incidente nella notte, un uomo di cui lei era probabilmente innamorata anche se non ha avuto il coraggio di ammetterlo neppure con se stessa.
Eppure lo stratagemma del racconto da scrivere sulla valigia di Calvino ha avuto buon esito e il viaggio non è stato inutile (come la spedizione di Bruce Chatwin in Patagonia alla ricerca del bradipo gigante o milodonte un cui frammento di pelle lo scrittore aveva rintracciato nell’esplorazione di un armadietto a vetri ben chiuso in casa di sua nonna):

«Non c’è fretta. La valigia in fondo ha funzionato, non è stata la scusa per tornare, e cercarla non è un pretesto per scrivere una cosa su Calvino, sulla verticalità che sta in certe sue descrizioni, sul girare per i caruggi dov’era passato Calvino e fare in modo che c’entri anche la Storia e possibilmente Benjamin, che ha davvero vissuto a Sanremo. No, la valigia si va riempendo di tempo da anni e ora semplicemente è satura. Bisognava svuotarla nella stalla del bradipo gigante di Chatwin».

Gli altri viaggi si svolgono nel tempo e riguardano pur sempre la Liguria: sono storie di padri e figli che si svolgono in un tempo immemoriale, eppure presente. Una si svolge nel 1943 all’epoca della Resistenza, l’altra nel 1973. Una è una questione di salvezza dalla guerra, l’altra di incomprensioni e idiosincrasie personali. Ma entrambi sono storie di un rapporto conflittuale che la Storia non sembra voler toccare, due vicende che si toccano e che restano a significare un’incomprensione profonda tra le generazioni. Il resto del libro (o, meglio, la parte relativa alla scrittura di Magliani) sono una ricostruzione del paesaggio ligure sia nella sua compiutezza e indecifrabilità geografica che come “paesaggio dell’anima”. Sono luoghi precisi e orografie materiali che si rovesciano nel complesso di un catalogo spirituale: scrittori liguri che si manifestano nella loro compiuta bellezza proprio a contatto con la terra in cui sono vissuti e su cui hanno camminato. Guido Seborga, Elio Lanteri, Lorenzo Muratore sono nomi che forse non dicono molto al grande pubblico ma che hanno contato molto per la formazione culturale e umana di Magliani:

«Ben più di un Far West, le acque dove nuoto con Seborga, e la passeggiata accanto a Gigi Betocchi, e la conoscenza delle terrazze di Francesco Biamonti, dove mi ha portato Giancarlo, la pace della piazza di Isolabona dove mi siedo con Paolo Veziano a raccontargli di come Gregorio Sanderi ha pescato anguille con lui, e le passeggiate portorine con Giuseppe Conte, è un Far West che per me comprende ogni luogo della mia letteratura, l’estremo occidente ligure sono il mio Bastieto, la mia Sorba, i miei Avrigue e le mie Combray, i miei Macondo e anche questo mio sabbioso Nord»

In poche frasi, Magliani racconta le sue erranze letterarie e personali, il suo nomadismo intellettuale e umano, le sue frequentazioni che vanno dalla Liguria al mondo ancora inesplorato di un’America Latina che non cessa ancora di stupirlo (così come riempie ancora di meraviglia chi ne legge le insuperabili narrazioni). Magliani attraversa così la sua terra di nascita e di elezione usando come guide privilegiate gli scrittori liguri a lui più cari, a partire da Biamonti e continuando con Conte e Lanteri, poi attraversando Seborga e Franco Carli, attore-autore molto legato alla Riviera Ligure, Boris Biancheri, l’autore del Quinto esilio, a sua volta un libro di viaggio e di memorie (quella della famiglia Grabhau). A Biancheri, Magliani concede molto spazio nelle sue ricostruzioni del percorso degli scrittori liguri a lui cari, perché, nonostante le loro storie molto diverse e spesso agli antipodi culturali e di provenienza sociale (l’autore di Elogio del silenzio era un diplomatico), trova in lui un’affinità nativa per il gusto della meditazione durante il viaggio che li accomuna e salva il loro continuo spostarsi dal rischio del puro e semplice nomadismo senza un perché.
Perché la logica sottesa al continuo viaggiare senza fermarsi mai e senza (voler) trovare un punto sicuro di riferimento è soprattutto questo: trascorrere tra uomini e fatti alla ricerca di una verità che non si trova ancora (o mai più) e che forse è nascosta (chissà) anch’essa in una valigia abbandonata.

3.

Per Riccardo Ferrazzi, l’uomo è nomade per definizione, fin dalle sue origini primordiali e preistoriche. E’ diventato stanziali – sempre secondo questa sua breve ricostruzione che molto deve alle ipotesi presenti nello Engels dell’ Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato – per pura necessità prima agricola, poi industriale. Il viaggio ormai è diventato, invece, una prospettiva di libertà, una sorta di rivendicazione della mancanza di radici (e l’esempio da lui individuato di Huckleberry Finn calza a pennello). I luoghi privilegiati dallo scrittore ligure sono la Spagna (in parte), l’Egitto e soprattutto Il Cairo e Vienna della finis Austriae.
Ferrazzi, lombardo, è diventato ligure dapprima come turista nel bollente periodo di agosto, poi si è reso stanziale in un piccolo paese poco lontano da Savona dove ancora si sente straniero e dove ancora deve ambientarsi completamente, sentirsi al sicuro come in un luogo da sempre abitato.
Ma il suo vero habitat resta sempre e comunque quello del viaggio, anzi del vivere viaggiando:

«Ciò che ha segnato la mia vita non è mai stato il posto dove andavo, ma il viaggio in se stesso. Forse sono stato felice solo sulle autostrade o negli aeroporti. Se ci ripenso mi rendo conto che non c’è un solo evento della mia vita che io possa ricollegare alla Provenza o alla Linguadoca, alle ostriche di Mèze o ai vini del Rossiglione. E neanche al bar di fronte allo stadio Santiago Bernabeu dove ci si trovava con gli amici per organizzare la juerga. E nemmeno al treno nella notte che correva sulla sponda portoghese del rio Minho. Se ricordo tutte queste cose è per le speranze che riempivano la mia vita in quei giorni e che sono rimaste incollate alle immagini di allora. Cosa posso farci? Niente. Il futuro si accorcia e io alzo le spalle; fisso gli occhi della mente nella frontiera spagnola, nella discesa verso Figueras, Gerona, Barcelona, per poi risalire fino a Lerida. Che ormai non si chiama più così. Adesso la chiamano Lleyda. Perfino i nomi hanno cambiato. Di tutto ciò che ho vissuto non è rimasto niente, niente! Mi sembra di essere il protagonista di Le braci, il romanzo in cui Marai esprime in una frase lo sgomento per la caduta di un impero millenario: “Tutto ciò a cui abbiamo giurato fedeltà non esiste più”»

Ma Ferrazzi si sbaglia a formulare un giudizio così desolato e netto sulle mutazioni del presente – perché i suoi ricordi restano e si imprimono nella mente di chi lo legge e comprende l’intima essenza della sua disperata vitalità, del suo voler ricordare a tutti i costi, della sua capacità di trasformare quello che ha vissuto in qualcosa che non morirà tanto presto proprio per via della tentazione letteraria che esprime la sua umanità. Nelle pagine dello scrittore adottato dalla Liguria scorre la sua vita (ciò che della sua vita, ovviamente, egli vuole che resti): la Spagna, certamente, ma anche l’Egitto e il Medio Oriente come luoghi dello spirito dove la vita si congela sulla pagina e si fa storia. E’ molto affascinante, ad esempio, il suo rapporto con i miti della tauromachia, che lo porta a reputare Death in the Afternoon del 1932 un libro bello ma falso, dove il senso profondo della morte che vi si respira non è solo l’attrazione sportiva per un bell’incontro tra due figure paritarie ma il simbolo (e il sintomo) di una concezione del mondo. Nei templi della corrida che si possono ammirare tra Madrid e Valencia, tra l’Andalusia e la Castiglia (ma quasi dovunque, peraltro, nella penisola iberica), il mito del torero invincibile è legato indistricabilmente all’ammirazione per il toro e non è detto che sia l’uomo a prevalere tra i due nel giudizio vincente degli spettatori della tauromachia.
Ferrazzi si diverte a intingere la penna nel vetriolo scrivendo di Hemingway:

«Negli anni 30 del secolo scorso Hemingway scrisse Morte nel pomeriggio. Leggerlo è come appoggiare il gomito al banco di un bar mentre papa Ernest pontifica fra un sorso di manzanilla e un assaggio di gamberi all’aglietto. E’ un libro maledettamente buono, al di là di qualche lungaggine. Ha un solo difetto: l’autore, anche se ha passato i suoi anni migliori in Europa a infarinarsi di cultura, è rimasto yankee nell’anima. Distribuisce patenti di artista a questo e a quello, ma non ha mai capito la differenza fra una corrida e un incontro di pugilato»

In sostanza, Hemingway è uno sportivo che giudica, non un appassionato che coglie nella corrida l’anima segreta della Spagna. Ferrazzi non vuole giudicare i tori e i toreri ma cogliere in essi una corrente profonda, l’anima segreta della Spagna. Nelle pagine della sua sezione del libro è sempre così: non vuole certo scrivere una guida turistica o, come si diceva una volta, un Baedeker (dal titolo di una fortunata collana di libri per viaggiatori avvertiti e niente affatto distratti di fine Ottocento) ma ricordare in modo accorato e simpatetico quello che lui stesso è stato in grado di vedere viaggiando e quello che ha imparato mentre lo faceva:

«In un certo senso, per me andare in Spagna è un po’ come andare in Grecia o in Egitto: ho la stessa impressione di aggirarmi fra i resti di culture sepolte. Dalle Piramidi agli hotel fin de siècle, attraverso mille anni di moschee, visitare Il Cairo è come entrare in un museo che contiene la storia dell’umanità. La differenza è che la storia, in Egitto, non parla: se ne sta lì, come la Sfinge, a farsi ammirare in silenzio, nel suo esibito mistero. E tu giri per moschee, vai da quella di El Azhar a quella di Ibn Tulun,sali sulla cittadella per vedere quella di Mohammed Alì, ti togli le scarpe e le rimetti un sacco di volte, ma non riesci a scansare quella dannata sensazione da museo: tutto ciò che vedi è interessante, è nuovo, è strano. Ma non ti dice niente»

I luoghi che lo scrittore girovago descrive e comprime nelle sue pagine non rivelano più nessun mistero (né storico né misteriosofico) al viaggiatore che le attraversa: si offrono e basta. Viaggiare, dunque – nell’ottica qui assunta da Ferrazzi – è come rammemorare un tempo passato che non tornerà più, riempire il cuore e la pagine di momenti indimenticabili e, infatti, non dimenticati, trasformare il puro e semplice trascorrere del tempo in vita reale, fatta di errori e di verità, di coraggio e di noia, di sogni e di visioni, della conoscenza di altri propri simili con cui la casualità del viaggio ci ha fatto entrare in contatto. E’ il caso di Vienna, ad esempio:

«Vienna ha la grazia di una gran dama, un po’ avanti con gli anni ma niente affatto in disarmo. Si mette in mostra per lo più nel suo barocco razionale, che non ha le mirabolanti fantasie del barocco romano ed esibisce anche nei mattoni il concreto buon senso della Kakania. Ma conserva una spruzzata di gotico antico nella cattedrale di Santo Stefano e una di neogotico nella Votivkirche, si pavoneggia nel neoclassico di San Carlo e della Rathaus, accoglie la Sezession nei décor dell’Opera e perfino in certe stazioni del metro. Per inciso, nelle stazioni della metropolitana di Vienna si può ammirare la storia dell’architettura europea dallo Jugendstil al razionalismo».

Anche Vienna, allora, una volta capitale della Kakania celebrata da Musil e ora moderna città dal profilo superbo ma disperatamente asettico e totalmente trasparente, penetrabile come la porta a vetri di un albergo o di un edificio high tech, è ormai soltanto “un luogo dello spirito” per chi sa leggerla come tale. I migliori viaggi – sembra ammiccare questo bel libro di Magliani e Ferrazzi – sono quelli che sanno fare non i “viaggiatori per caso” o per la deliberata volontà di accumulare una nuova città al proprio bagaglio di gite turistiche fatte, ma chi li legge come tante tappe di una vita trascorsa proficuamente. Alla fine, il viaggio dentro se stessi – come già ammetteva Agostino e ribadiva Petrarca, ribadendone l’originalità esperienziale – è fatto di conoscenze impossibili senza quell’uscita al di fuori di sé che rende il viaggiatore “vero” un autentico “contemplatore” della bellezza del reale. Durante il corso di essi, egli impara a vivere e a capire il mondo nel breve giro di una vita e non soltanto a guardare con mente distratta e smagata ciò che si trova davanti agli occhi per finire poi con il dimenticarlo.

2 pensieri su “Liguria Spagna e altre scritture nomadi, di Marino Magliani e Riccardo Ferrazzi

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