Inerzia 2: un vizio antico

di Antonio Sparzani
accidia
Dopo aver conosciuto la singolare inerzia del pigro Sole, conviene forse, per meglio comprendere l’idea d’inerzia e quanto le sta intorno, rifarsi alle origini almeno (perché altre parole appariranno lungo la strada) delle parole inerzia e accidia nelle letterature classiche. L’antecedente etimologico immediato per la prima è naturalmente il latino classico inertia, formato da in – ars, cioè assenza di arte, di attività, con lo slittamento di significato verso l’idea di non-fare in generale, e quindi inattività, pigrizia, inettitudine. L’antecedente etimologico del secondo è invece greco (esiste in latino un verbo acedior, d’uso assai raro e che significa mi intristisco, divento scontroso) ed è il sostantivo, anche qui piuttosto raro, akēdìa (ἀκηδία), talvolta akēdeia (ἀκήδεια), non usato dagli scrittori attici, ma solo in testi più tardi, tipicamente medici, per indicare spossatezza, esaurimento, abbattimento dello spirito.

Certo che se però si desse un’occhiata ad esempio al recente libro del monaco eremita Gabriel Bunge, intitolato Akedia, il male oscuro (Qiqajon, 1999) e riguardante la ricchissima dottrina di Evagrio Pontico, uno dei “padri del deserto” (IV secolo), potrebbe farsi un’idea dell’importanza della parola, e del suo contenuto, nella problematica etica del monachesimo delle origini.

L’antecedente greco più interessante invece è senz’altro arghìa (ἀργία), che proviene da aerghia (ἀεργία), astensione dall’azione, dall’opera, indolenza, pigrizia.
Arghìa è abbastanza frequente anche negli scrittori di epoca classica, e senz’altro poi in Platone e Aristotele. Per farci qualche idea concreta conviene citare un passo dell’aristotelica Etica a Nicomaco, nel quale Aristotele parla del sonno; discute in verità della facoltà della nutrizione, che compete alla parte non razionale dell’anima ed è comune a tutti gli esseri e non è quindi specificamente umana: tale facoltà, egli sostiene, si esercita soprattutto nel sonno, dove il bene e il male differiscono molto poco, ed è naturale che sia così perché il sonno è arghìa dell’anima, almeno quanto a quello per cui essa è buona o cattiva (Arist., Eth. Nic., 1102b2-11). E Demostene menziona, in un passo dell’orazione contro Eubulide (Dem., 57, 32), una legge sull’arghia: questa legge risaliva, sembra, a Dracone, e prevedeva la pena di morte per il reo, mentre Solone, nella sua riforma, aveva alleviato la pena, trasformandola, per chi fosse stato riconosciuto colpevole per tre volte, in atimia, ovvero nella perdita dei diritti civili. Una motivazione per la durezza della pena era l’incapacità del colpevole di arghia di conservare il patrimonio paterno e quindi il danno che ne derivava all’intera famiglia.

Nella letteratura latina il corrispondente inertia è pure usato in senso per lo più negativo; una citazione che menziona a questo proposito un’opposizione molto interessante si trova in Cicerone, nel Brutus (il protagonista è proprio quel Bruto che due anni dopo assassinerà Caio Giulio Cesare, suo padre adottivo, tu quoque Brute, ecc., – con ogni probabilità Cicerone era complice della congiura). L’opera comincia con il dolore per la morte dell’amico e avversario nell’arte oratoria Quinto Ortensio Ortalo, che Cicerone comunque grandemente stimava come uomo e come oratore, e prosegue lamentandosi dei calamitosi tempi presenti nei quali – Cicerone, repubblicano senza mezzi termini, era un convinto avversario di Cesare – le sorti della repubblica erano minacciate dalla tirannide. Così si lamenta Cicerone:

“Se c’è mai stato nel nostro paese un momento in cui il prestigio e la parola di un uomo dabbene avrebbero potuto strappare le armi dalle mani degli adirati cittadini, ciò si è avuto indubbiamente quando il baluardo della pace è crollato per gli errori o i timori degli uomini. Così ci è capitato che, quantunque vi fossero altre sventure maggiormente degne di compianto, noi dovessimo soprattutto affliggerci per la seguente considerazione: quando, dopo aver esercitato altissimi uffici, noi avremmo dovuto rifugiarci nel porto non dico dell’ozio e dell’infingardaggine, ma di una libera attività moderata e decorosa [portum confugere …. non inertiae neque desidiae, sed oti moderati atque honesti], e la nostra eloquenza cominciava a incanutire […], proprio allora sono state impugnate le armi…” (Brutus, II, 7-8).

Questa traduzione ci aiuta in un punto importante: il latino otium, qui contrapposto a inertia, non ha la connotazione negativa che il nostro ozio possiede. Otium era il tempo libero onestamente dedicato agli studi preferiti, alle lettere, a ciò che non è utile, ma è bello in sé. Giustamente il traduttore (G. Norcio, UTET, Torino 1976) rende anzi inertia con l’italiano ozio e otium con libera attività. E in questo senso la parola ha un equivalente quasi sovrapponibile in greco: è la skholḗ, (σχολή), tutta diversa dall’arghìa; è il tempo che si ha la libertà di dedicare a quel che più ci piace, non alle pressanti necessità della vita.
Si può istituire un parallelo perfetto, (come illustra Benveniste nel suo bellissimo Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, Einaudi 1976) tra il latino negotium (da nec-otium) e la greca askholía (ἀσχολία); entrambi indicano occupazione, affari, assenza di tempo libero. Naturalmente gli usi che di una parola si fanno in una letteratura ricca e complessa come quella latina, o greca, non sono inscatolabili in formule rigorose e presentano casi estremi e anguillesche ambiguità.

Vorrei citarvi un ultimo passo dell’Ippolito di Euripide, nel quale la protagonista femminile, l’infelice Fedra, costretta da Afrodite, che arde di vendetta, a ardere d’amore per il figliastro Ippolito, dialogando con la fedele nutrice, e con il coro di donne di Trezene, riflette su “come si corrompa la vita degli uomini”; ecco le sue parole:

“E mi sembra che la gente volga al peggio non per predisposizione mentale: sono tante le persone sane di intelletto! Per me, la faccenda si prospetta così. Noi abbiamo una reale conoscenza del bene ma non ci impegniamo a praticarlo o per pigrizia o perché si antepongono al bene altri piaceri. Sono tanti i piaceri nella vita: le lunghe chiacchierate, il tempo libero – un delizioso male, il senso di vergogna.” (vv. 377-385).

Quello che qui traduciamo ‘tempo libero’ è per l’appunto la skholḗ, e il ‘delizioso male’ è terpnòn kakón, un ossimoro che esprime la contraddizione tra la dolcezza di abbandonarsi al piacere di un uso libero del tempo e il rischio sempre presente della peccaminosa pigrizia.
Ma, a parte pochi maliziosi esempi come questo, l’uso di skholé nella letteratura di epoca classica è pressoché costantemente senza connotazioni negative.
Dunque un campo semantico, quello che stiamo delineando, ancora esteso tra il non fare tout-court e il non fare le cose quotidiane e necessarie per la vita materiale, per dedicarsi però, con tutto l’agio richiesto, ad attività piacevoli per lo spirito. La storia delle parole naturalmente è strana e spesso imprevedibile e gli esiti italiani inerzia e ozio non rispecchiano affatto i significati degli antecedenti latini di cui s’è detto. Però è in questo campo semantico che si gioca quella minima analisi che vorrei un po’ alla volta portare avanti.

6 pensieri su “Inerzia 2: un vizio antico

  1. Circostanziata, onesta e puntuale l’analisi semantica dei termini “inerzia e accidia”. Non avrei saputo fare di meglio o dire di più. Anzi ho imparato qualcosa intorno alla legge in vigore sull “‘accidia” prima di Solone.
    Mi permetto un piccolo appunto su un sicuro refuso nel paragrafo riguardante Fedra: il prof. Sparzani sa sicuramente che tra due vocali uguali si inserisce la “d” eufonica; come tra “a (e) ardere”. Mi piacerebbe conoscerla, caro professore.
    Complimenti, cordialità e buon lavoro. Carla Spinella

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  2. grazie, cara Carla, del commento e anche dell’appunto sulla mancata “d” eufonica. In verità mi ero chiesto se metterla, e mi ero risposto che “ad ardere” suonava ancora peggio, per la ripetizione delle “d”. Ma forse ha ragione lei, è meglio la “d” per non trascinare due “a” di fila, che dice?

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  3. Mille grazie, Antonello, per i tuoi “otia”! Vorrei leggerne tanti, e più spesso. Quanto ai problemi di eufonia, forse conosci già l’aneddoto dannunziano: iniziando una lettera (a un uomo) con “lei, che è così buono” si accorse che buono non si accordava con lei; allora provò “lei, che è così buona” e fu anche peggio. Allora stracciò il foglio, ne prese un altro e scrisse: “Lei, che è così gentile”…

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  4. Gentile Ferrazzi,
    è vero: quando non si è sicuri del risultato di una scelta fra due possibilità è sempre preferibile cercare una terza via. Ma se si decide per una delle prime due, allora l’unico elemento dirimente è la grammatica, che ci indirizza secondo le sue regole. Quanto agli aneddoti, possono farci sorridere, ma non rappresentano l’elemento più valido per una decisione linguistica. Spero che il nostro garbato polemizzare possa svilupparsi in una
    sede più adeguata

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  5. Gentilissimo Sparzani,
    grazie di avere accolto con benevolenza la mia, spero discreta, nota linguistica. Spero che voglia continuare a offrire (stavolta la “d” eufonica non occorre perché le vocali sono diverse) su queste pagine le sue competenze, che risultano sempre gradite a lettori come me e Ferrazzi.
    Carissimi saluti. Carla Spinella

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