Joseph Czapski, «Proust a Grjazovec»

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Józef Czapski, Proust e il ritorno della memoria nella ‘terra disumana’ dei gulag.

Proust a Grjazovec (Adelphi, pp. 125, euro 18) è un libro decisamente particolare. Denso, a tratti commovente, luminoso. Di che si tratta? È un saggio, una lezione, una conferenza su Proust, un florilegio della memoria sfuggito, per miracolo, alle maglie strette del gulag di Grjazovec – uno dei tanti nell’enorme arcipelago –, a quattrocento chilometri da Mosca. È un “racconto di ricordi”, mirabile direi, affidato alle pagine gilve di un quaderno gualcito da Józef Czapski, scrittore, pittore e critico d’arte polacco, nato a Praga nel 1896, un uomo che a quarantacinque anni si trova prigioniero dell’intolleranza, in un luogo infestato dalle cimici, tra travi crollate, e muri percorsi dal fruscio del gelo. “Dettato durante l’inverno 1940-1941 nel freddo del refettorio di un convento sconsacrato in cui era stata ricavata la mensa del nostro campo di prigionia”, il saggio rappresenta, metaforicamente, il seme che resiste all’arroganza dell’ideologia, quand’essa è cieca e sfrenata. Józef Czapski il 27 settembre del 1939 viene fatto prigioniero dai sovietici e internato nel campo di Starobel’sk, e, con lui, quattromila commilitoni. “Tra di loro c’era l’élite intellettuale della società: medici, ingegneri, insegnanti, scrittori, pittori. Nella primavera del 1940 le autorità sovietiche cominciarono a deportarli verso destinazioni ignote. Ad eccezione di circa quattrocentocinquanta prigionieri, furono tutti uccisi”, ricorda Wojciech Karpiński nel saggio che chiude il volume generosamente portato in Italia da Adelphi e affidato alla cura appassionata di Giuseppe Girimonti Greco.

Si salva Józef Czapski e, assieme a lui, gli appunti dettati allora, dai quali tra il 1943 e il 1944 trasse una versione dattiloscritta, che è alla base dell’edizione a stampa (per primo fu l’editore svizzero Noir sur Blanc a rimettere in circolo il prezioso cimelio) dello straordinario testo che oggi sta appoggiato alle nostra ginocchia e s’arrampica, come una tenace linfa, agli occhi increduli di chi legge. Increduli perché quella che scorriamo è una lezione, prima di tutto, di memoria. Józef Czapski infatti (così come il dottor Ehrlich che conferì, per gli altri deportati, attorno alla storia del libro, o padre Kamil Kantak che parlò della storia dell’Inghilterra e delle migrazioni dei popoli) prepara la materia della propria conferenza clandestina senza il supporto di nessun testo, di nessuna bibliografia, di nessuna carta. A muoverlo è una questione di vitale necessità: i prigionieri, affinché la loro mente non sia annientata, decidono che è giocoforza riprendere “una qualche forma di lavoro intellettuale”. Così, mandate avanti mille istanze, superati tanti dinieghi, ottengono il permesso di organizzare quegli incontri, quelle riunioni di salvezza, direi io, a condizione di sottoporre le loro parole a un severo (e probabilmente non erudito, né intelligente) controllo preventivo. Ne nasce, tra le altre, questa lezione straordinaria per la freschezza e la vivacità del dettato (nonostante gli inevitabili intoppi di memoria a cui una mente che lavora solo in se stessa, priva di supporti, incorre), preparata da Czapski in un contesto di ‘privilegio’ (egli, dichiarato tisico, fu dispensato dai lavori più pesanti): gli appunti sono la nervatura del ricordo incisivo che in noi lasciano le più tenaci esperienze estetiche, sono lo sforzo intellettuale portato avanti senza l’ausilio dei libri, l’operazione più sublime di quella memoria involontaria, sempre da Proust inseguita, e qui messa in opera proprio per restituire, come se di libri fossero stati circondati anche i prigionieri del gulag, le pagine migliori della Recherche.

E poi, di là dall’eccezionalità della memoria portentosa di quest’uomo – che con la modestia che contraddistingue i grandi cita a braccio interi episodi dell’opera proustiana, e aneddoti della vita dell’uomo che si seppellì nella sua stessa scrittura – , e oltre ai briosi sguardi con i quali Józef Czapski ci introduce alla Recherche, vale qui il valore assoluto del suo gesto intellettuale, che è gesto di salvezza personale (come già lo è la parola che salva Primo Levi – parola dantesca, prima di tutto – o quella che accompagna Charlotte Delbo tra gli spettri di Auschwitz), ma è anche atto d’amore per il prossimo, e impresa di condivisione, attraverso la bellezza e il sapere, di una passione, e, infine, senso di responsabilità, di accoglienza della sofferenza altrui in un alveo fatto di tenerezza e gioia per la conoscenza.

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