La poesia e lo spirito

7. L’ignoto


Il primo impatto, dunque, fu durissimo. Dentro mi sentivo morire, ma mi sforzavo d’essere aperto e disponibile, per non propormi sotto forma di problema, ma semmai come risorsa. Nel Santuario era il caos: una riunione del clero locale fu interrotta da un intervento telefonico del Cardinale, che proibiva le consultazioni indipendenti. Nessuno sapeva cosa fare. Paradossalmente, ero l’unico in possesso di certezze: l’urgenza di scaricare le valige, sistemare la stanza, prendere coscienza dell’ambiente. Il mio mentore era il vice del don, che mi trattava con squisita gentilezza, cercando d’alleviare l’angoscia del momento. Era il primo settembre: dietro di me lasciavo una parrocchia e un Centro giovanile cui trasmettevo il mio carisma, ereditato da don Mario, il maestro di sempre; davanti a me, l’ignoto.
Presto, al Santuario, fu nominato un amministratore, che conoscevo dagli anni del seminario diocesano. Mi stimava, e valorizzò largamente i miei talenti: mi affidò messe importanti e mi permise di tenere, settimanalmente, una catechesi cui presto affluirono cento e più persone. Da febbraio in poi, mi delegò la pastorale parrocchiale: lì subii il secondo trauma, che si aggiunse alla scomparsa imprevedibile del don.