Frammenti di un discorso poetico

Arendt
(Saggio breve inedito)

di Rosa Salvia

Questa mia ‘irruzione’ nel labirinto della comunicazione poetica prende avvio con una riflessione di Simone Weil: “in poesia non c’è atteggiamento di maggiore umiltà dell’attesa muta e paziente. È l’atteggiamento dello schiavo pronto a qualsiasi ordine del padrone, o all’assenza di ordini. L’attesa è la passività del pensiero in atto. L’attesa è trasmutatrice del tempo in eternità”. (1)

Tale atteggiamento è al contempo ricettivo (passività) e rivelativo (attività): è ricettivo dei tesori ereditati dal passato come anche ricettivo nel senso inteso da Keats: “diligent Indolence,” che permette di farsi compenetrare dal negativo senza rendergli il definitivo omaggio d’una abdicazione, ma solo quello di un momento di transizione necessaria per diventare rivelativo della capacità di creare ex novo il presente.
Peraltro la poesia, come la musica o qualsiasi altra forma d’arte, non “fa centro” se non crea per il lettore un nuovo tempo. Ma il passaggio dall’attesa al suono, all’immagine, e la disposizione weiliana ad ascoltare il silenzio sembrano indicare un metodo che nella crisi dei linguaggi contemporanei, permette ancora di tornare a dire nel grande rispetto del passato.
Il passato non è dunque una dimensione a noi estranea che possiamo guardare da lontano, una istituzione museale, per dirla con Gadamer, che, preoccupata di mostrare una serie di monumenti del passato, sradica la cultura dal suo luogo originario. Esso al contrario rappresenta una realtà di tracce e di frammenti cui porre le domande fondamentali e verso cui orientarci, ma senza rinunciare a vivere il presente, anzi ridandogli vita – ricreando – per restare in vita, per far sì che il tempus edax non ci strappi a noi stessi e alle nostre radici.

La dimensione dell’attesa può essere altresì interpretata come lo spazio mentale nel quale si stabilisce una comunicazione. Ma tale comunicazione non è altrimenti raggiungibile che attraverso l’esercizio del fare vuoto, del disporsi al silenzio. E l’artista, fatto il vuoto di ogni determinazione, non solo si apre ad Altro, ma si trasfigura egli stesso in una nuova coscienza. “Come per la musica una poesia esce dal silenzio, ritorna al silenzio”. (2)
L’ascolto del silenzio implica il momento di una rivelazione o di un’intuizione. A tal proposito cito versi di Emily Dickinson: “Questo mondo non è Conclusione. / Un seguito è al di là – / invisibile come la Musica – / forte come il Suono. / Fa segno e poi sfugge. / Filosofia non lo sa. / È l’Intuizione, alla fine, a penetrare l’Enigma”.(3)
Scoprire ciò che ci attende oltre la frontiera della morte, “in quel punto di intersezione fra tempo ed eternità” (4) – per citare un altro poeta americano, Thomas Eliot – non si ottiene con un risultato filosofico evidente. L’uso di concetti filosofici da parte del poeta certamente si distingue per così dire da quello professionale del filosofo, non può essere inteso come “materia di discussione”, ma deve essere inteso come “materia di visione”, sempre nella consapevolezza che non è compito della poesia cercare verità universali, dare risposte univoche, quietare dubbi esistenziali.

La poesia in tal senso è ricerca senza posa di una verità puntuale, non di una verità universale, poesia che si pone come apertura ontologica: soltanto dopo la perdita di ogni punto di vista pre-determinato, può avere inizio un nuovo dire che è un dire diverso. Ancor più perché fare poesia è un modo di pensare il linguaggio come un percorso attraverso cui “ogni parola abbia un sapore massimo”, e al contempo “essere nulla per essere al proprio vero posto nel tutto”. (5)

Parallelamente, la comunicazione poetica è prova concreta dell’esistenza dell’uomo, vale a dire che la percezione della poesia avviene nella storia, la storia viva e difficile dei poeti e del loro destino. Un raggio di versi per ogni storia, senza la sovrabbondanza culturale o la paura delle affermazioni semplici che talora risultano fatali alla poesia. Tutto in funzione del criterio dell’utile. “Penso”, scriveva Nazim Hikmet, “che la poesia debba essere innanzitutto utile… utile a tutta l’umanità, utile a una classe, a un popolo, a una sola persona. Utile a una causa, utile all’orecchio…” (6)
A tal proposito mi appare quanto mai opportuno un riferimento alla filosofa e politologa statunitense Hannah Arendt per la quale la storia e la poesia sono la garanzia di senso per l’esistenza di ogni individuo.
Il discorso parlato e tutte le azioni e i fatti che i Greci chiamavano praxeis o pragmata, in quanto distinti dalla poiesis, fabbricazione, non sopravvivrebbero al momento della loro fabbricazione, se non fosse per la memoria. Scrive la Arendt: “compito del poeta e dello storiografo (accomunati da Aristotele nella sua Poetica in una stessa categoria perché la loro occupazione è la praxis) è fabbricare qualcosa che sopravviva attingendo alla memoria. L’uno e l’altro vi riescono traducendo praxis e lexis, azione e linguaggio, in quella sorta di poiesis o fabbricazione che diventa, infine, parola scritta”.(7)
Non c’è differenza così fra azione e linguaggio, tra politica e storia, tra racconto e vita.
“Anche le poesie apolitiche sono politiche…” scrive Wislawa Szymborska e ancora […] “Essere o non essere, questo è il problema. / Quale problema, rispondi sul tema. Problema politico”. (8)

Dunque il poeta deve provare a investire musicalmente l’atto dell’ispirazione, senza ridurlo a semplice “aurorale” ineffabilità, senza diffidare del proprio pensiero e scrivere in stato di “sonnambulismo”. Egli deve essere il poeta-interprete comunicando con il lettore “non direttamente”, bensì attraverso il “correlativo oggettivo” in senso eliotiano, con il verso usato come un nuovo organismo all’interno del quale l’impegno semantico e speculativo si accomuni alla suggestione ritmica.
Lo stesso Ezra Pound precisava (in Pavannes and Divisions, 1918) un concetto molto vicino a quelli espressi da Thomas Eliot: “Una immagine è ciò che presenta un complesso intellettuale ed emotivo in un istante”.
“Occorre rimpiazzare il fantasma della poesia con la poesia in carne e ossa come ha sempre cercato di fare Giovanni Raboni critico e pensatore di poesia”, scrive Andrea Cortellessa. (9)

E per Giovanni Raboni “è proprio nella diade Pound-Eliot che il senso della poesia viene rintracciato: soprattutto per l’associazione da parte di entrambi, alla pratica della poesia, della più appuntita pratica critica: in primo luogo come riscoperta e rinnovamento costante, nel talento individuale, della tradizione: uno spazio sperimentale come qualsiasi altro (come la lettura “totale” di Dante introdotta da Eliot o come le operazioni di Pound sui nostri stilnovisti, sui poeti provenzali, su Villon ecc.) (10)

In conclusione mi fa gran piacere dedicare questo mio breve exursus a una bellissima voce femminile della poesia italiana del secolo scorso, quella di Cristina Campo, alla sua Tigre Assenza, citando gli ultimi versi della poesia scritta in memoria dei genitori: […] “la Tigre assenza / o amati / non divori la bocca / la preghiera”. (11)
Al destino di dissolvimento cui tutte le cose sono condannate, solamente “la bocca” può osare di resistere, la possibilità del “canto”, “la pietà del verso” che possiede la forza di preservarsi dal disfacimento per diventare “preghiera”.
E aggiungo, sul filo del paradosso pascaliano, ancor più al giorno d’oggi in cui “la miseria” di tanti tenta prepotentemente di tagliare le ali al libero pensiero.

Bibliografia

1 Simone Weil, Quaderni IV, a cura di Giancarlo Gaeta, Biblioteca Adelphi, Milano 1993
2 Simone Weil, Venezia Salva, a cura di Cristina Campo – Biblioteca Adelphi, Milano 1987
3 Emily Dickinson, Poesie, a cura di Margherita Guidacci, BUR, Milano 2011
4 Thomas S. Eliot, La terra desolata – Quattro quartetti, a cura di Angelo Tonelli, Universale Economica Feltrinelli, Milano 2006
5 Simone Weil, Venezia Salva, cit.
6 Nazim Hikmet, Poesie, a cura di Joice Lussu, Newton Compton, Roma 2005
7 Hannah Arendt, “Il concetto di storia: nell’antichità e oggi” in Tra passato e futuro (1961), Garzanti, Milano 2001
8 Wislawa Szymborska, poesia “Figli dell’epoca” nella silloge Vista con granello di sabbia, a cura di Pietro Marchesani, Adelphi, Milano 1998
9 Giovanni Raboni – La poesia che si fa, Cronaca e Storia del Novecento poetico italiano 1959 -2004, a cura di Andrea Cortellessa, Garzanti, Milano 2005
10 Ibidem
11 Cristina Campo, La tigre assenza, a cura di Margherita Pieracci Harwell, Biblioteca Adelphi, Milano 1991

Il saggio è stato segnalato nella sez. prosa inedita del Premio di Poesia e Prosa “Lorenzo Montano”, edizione 2015

Un pensiero su “Frammenti di un discorso poetico

  1. Desidero come sempre ringraziare don Fabrizio anche per la scelta della fotografia che ritrae Hannah Arendt. Peraltro, dalla inquieta e travagliata biografia, risulta che la Arendt fosse una gran fumatrice…

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