Pasolini l’implacabile. A quarant’anni dalla morte

Pasolini
di Augusto Benemeglio

1. Una voce malata

Pier Paolo Pasolini, – scrittore, poeta, regista, giornalista, editorialista, ma anche filosofo e pittore , ritenuto uno dei più grandi intellettuali italiani del ventesimo secolo, – lo rivedo ora in televisione, in bianco e nero, dopo più di quarant’anni, forse poco tempo prima del suo assassinio nell’idroscalo di Ostia, il 2 novembre 1975. Lo ascolto con attenzione, registro la sua voce: è una voce malata, la voce fievole di chi veglia da tempo, la voce di chi protrae un lavoro al di là della sopportazione. A vederlo come lo vedo io non c’è nulla del Pasolini cupo, corrosivo, violento, denunciatore, polemista; anzi appare mite, umile. E in lui mitezza e umiltà sembrano quasi il presagio di una sconfitta. Avevo sentito dire, o avevo letto da qualche parte, che era un uomo “definito-indefinito”, come il suo nodo di passione e di visceralità, la sua ideologia di profeta del seicento, tutto libidine e santità, servilismo e rifiuto radicale, il suo essere “barocco che ridiscende a dare irrealtà agli uomini, e la sola realtà è la solitudine”. Quel nodo di sofferenza voluta, implacabile, e di esasperazione inutile, di ribellione, di accettazione, di consolazione, di forza oscura e di illuminazione; quell’insieme di sentimenti opposti o diversi e compresenti ch’egli riconduce tutti alla matrice comune “dell’amor di vita” che forma la sua vitalità, ma che a noi si rivelano solo quando è provocato e soffre, e geme, e cerca ancora e sempre implacabilmente, un nuovo amore, un nuovo corpo d’amare ( “Solo l’amare, solo il conoscere/ conta, non l’aver amato/ non l’aver conosciuto. Dà angoscia/ vivere di un consumato/ amore. L’anima non cresce più”)

2. Lo scandalo e la fuga

Tutto cominciò a Casarsa della Delizia, nel Friuli, dov’era la casa natìa della madre, la mitissima insegnante elementare Susanna Colussi, e dove la famiglia Pasolini, originaria del ravennate, si rifugia durante la guerra. Pier Paolo ha diciassette anni, ma fin dalla più tenera età aveva dimostrato di avere un talento non comune per le lettere – scrive le sue prime poesie a sette anni – e subito s’immerge in quel paesaggio friulano, in quel vivere umile e cristiano dei contadini, coi loro vespri e le loro campane. Il Friuli diventa per lui un mondo edenico, la sua patria elettiva, un’isola linguistica e morale già pronta per la poesia, lanciata verso l’avvenire, tant’è che partecipa vivamente alle manifestazioni culturali e sociali, alle lotte dei braccianti friulani contro i latifondisti, ai convegni, ecc., e fonda, insieme ad altri studenti universitari, “l’Accademiuta de lenga furlana”, un centro di studi filologici sulla lingua e la cultura friulane; pubblica un libro di poesie in dialetto friulano (Poesie a Casarsa), in cui manifesta già uno stile sicuro, che non sfuggì all’attenzione di un critico sottile come Gianfranco Contini, che recensì il libro sul “Corriere di Lugano”. Questo periodo friulano, che si concluderà drammaticamente con un fuga a Roma (un ragazzo confessa al Parroco di Casarsa di aver avuto rapporti sessuali con Pasolini, e da quel momento la vita per lui diventa impossibile), sarà basilare e incancellabile. A Roma, a Ponte Mammolo, vicino al carcere di Rebibbia, che per alcuni anni sarà diretto dal mio amico di teatro, Pino Makovec, uno che ha la voce alla Nando Gazzolo, vive anni terribili, in un mondo degradato e atroce (“ero un disoccupato disperato, di quelli che finiscono suicidi”).

3. Era implacabile verso se stesso

Intanto il padre, Carlo, tirannico e temuto tenente di fanteria, era tornato dalla prigionia, e ciò aumentava i suoi problemi: “Passionale, violento di carattere, – scrive di lui il figlio – era finito in Libia senza un soldo e così aveva cominciato la carriera militare, da cui sarebbe stato deformato e represso fino al conformismo più definitivo. Aveva puntato tutto su di me, sulla mia carriera letteraria, aveva intuito, pover’uomo, ma non aveva previsto, con le soddisfazioni, le umiliazioni.”
Col padre ci saranno sempre scontri, dissensi, incomprensioni. Mentre verso la madre, a cui dedicherà alcuni dei versi più sconvolgenti della letteratura italiana, il suo stato d’animo fu sempre quello di un “disperato amore”, qualcosa di implacabile e di tragico.
“[..]Ho un’infinita fame / d’amore, dell’amore di corpi senz’anima/ Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu / sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù” .
Dirà Dario Bellezza, omosessuale come lui, che Pasolini è morto per colpa della madre. Perché non è concepibile che un uomo di 53 anni (l’età in cui fu assassinato, ad Ostia , nel 1975), non abbia una casa dove far l’amore, e sia costretto a seguire “i ragazzi di vita” nei più sordidi luoghi. “C’è qualcosa che non funziona – continua Bellezza -, ha una psicologia regredita, è ancora mammista. Aveva ragione Arbasino quando lo accostava al Pascoli, che aveva il culto della mamma e delle sorelle. Ci sono omosessuali che crescono e fanno una vita autonoma, che magari si sposano, naturalmente con un uomo, anziché una donna, e poi ci sono quelli che continuano a vivere con la madre, perché sono sposati con la madre. Io vivo la mia quotidianità normalmente, essendo libero. Lui non era libero. Per sua scelta, era feroce e implacabile verso se stesso”.

4. La sua morte l’ha voluta lui

“Forse era questa non-libertà – scrive Ferdinando Camon – che gli dava continuamente una carica di tensione, di all’erta, di aggressività, di violenza, di ricerca, di iniziativa, che si riflette anche nella sua scrittura, una scrittura che ho definito “fallica”, a differenza di quella di Arbasino e Penna che è una scrittura “afallica”.
“Pasolini – riprende Dario Bellezza – faceva troppe cose, film, romanzi, saggi, testi teatrali, e questo mi dava fastidio. Ha finito col non trovare soddisfazione in nessuna delle cose che faceva. Perciò credo che di lui resterà soprattutto il personaggio. Dirò di più, Pasolini barava: i maestri li vogliamo puri e innocenti, diceva, mentre lui era impuro e non innocente, era “perfetto e cieco” come amava dire Fortini. Il senso profondo di rimpianto per l’autenticità di un mondo preindustriale e contadino perduto, la sua filippica contro i nuovi italiani e l’era del consumismo nasceva da ragioni molto basse, perché i “ragazzi di vita” non andavano più a letto con lui. L’opera di Pasolini è troppo legata all’attualità, perciò va buttata presto nel cestino. Quella morte violenta non è a caso, è la conclusione legittima e unica. Lui ha voluto quella morte lì. L’ha cercata, l’ha prefigurata, l’ha individuata, l’ha anticipata, l’ha raccontata, e alla fine è avvenuta. L’ipotesi della morte politica (lui ucciso da un gruppo di fascisti) è del tutto artificiosa.”

5. La coscienza della propria inutilità

E tuttavia c’è qualcosa di implacabile e di estremo nel pensiero e nella scrittura di Pier Paolo Pasolini, una continua tensione intellettuale che non lascia angoli bui, che traccia radiografie di spazi interiori ed esteriori, politici, storici, sociali, ma anche psicologici e comportamentali. Questo ha reso Pasolini ostico e indigeribile, antipatico e molesto persino a quell’intellettualità di sinistra che ora lo santifica, esaltandone la visione profetica, ormai innocua, ma spostando in secondo piano la durezza delle lettere luterane in cui – nell’ultimo periodo della sua esistenza , il giornalista–scrittore scandalizza con i suoi articoli d’assalto, le sue proposte e le sue analisi, argomenti scottanti come l’aborto, il nuovo fascismo, la civiltà contadina morente, il potere dello sviluppo, tutti temi che risuonano come orribili sintomi entro un perfetto silenzio. Gli appelli disperati e utopici echeggiano, ma nessuno li intende e i loro stessi provocatori suggerimenti, le loro tremende nostalgie, i loro paradossi, sono tutti per definizione “impraticabili”. Questi scritti chiudono la carriera pasoliniana con una parola impossibile, con una enunciazione che non crede neppure più in se stessa, con un affannarsi attivistico che nasconde dentro di sé la coscienza, implacabile, della propria inutilità.

Roma, 30 ottobre 2015

8 pensieri su “Pasolini l’implacabile. A quarant’anni dalla morte

  1. Non condivido quanto dice Bellezza, né trovo inutile l’opera di Pasolini. La trovo, per molti versi, profetica. Indubbiamente poetica.

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  2. Sono d’accordo sulla poesia. Secondo me, Pasolini era (anzi è) un vero poeta e lo testimoniano non solo Le ceneri di Gramsci, ma “Poesia in forma di rosa”, un diario convulso, sofferto, disperato, in cui trovano spazio i processi “ingiustamente” subiti, alcune tappe chiave della sua attività di regista (Mamma Roma e il Vangelo secondo Matteo), cronache di viaggi in Africa e in Asia con Moravia, e le nuove e sempre più inquietanti problematiche politiche e ideologiche; trova spazio, soprattutto , il senso profetico del poeta , che si esprime in un’amara conclusione su quanto ormai stia precipitando in un baratro senza , in un omologazione e in un kitsch senza fine , in modo irreversibile.
    Ed è sempre “l’implacabile Pasolini” che fa avvertire il senso di una tensione affannosa, mai placata, di un continuo torcersi dell’autore su se stesso, in ” naturale bisogno di farmi male alla ferita/ sempre aperta”. Egli non cessa un solo istante di interrogarsi:
    “A questo mi son ridotto: quando /scrivo poesia è per difendermi e lottare, /compromettendo, rinunciando/ a ogni mia dignità; appare, / così, indifeso quel mio cuore elegiaco/ di cui ho vergogna”.

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  3. Bellezza vuole dare un senso della morte di PPP, proiettando la sua fine orribile retrospettivamente sull’opera egli ultimi anni. Operazione sospetta, alla luce delle antipatie suscitate equanimamente a destra e a sinistra. Lo stesso Calvino, il mite e saggio Calvino, domandò perfidamente se aver fatto soldi con il cinema non lo avesse allontanato dai sottoproletari delle borgate.
    La morte di PPP non fu cercata, fu evitabilissima, e il vuoto lasciato si è ingigantito con il tempo.
    Ho rivisto Salò, un film eccessivo, irrecensibile, di cui nessuno ha detto trattarsi di un “bel film”, Gìà è degno di nota che un regista affermato si risolva a lavorare su una sceneggiatura così e a girare quelle scene (il montaggio non fu curato da PPP, non ebbe tempo). Ancora più degno di nota è che Salò pare più un progetto di estetiche da costruire che un fallimentare testamento artistico ed esistenziale. Non sono d’accordo con la chiusura del pezzo, sull’inutilità della parola. PPP sosteneva che il cinema è una forma di poesia. Ebbene, in Salò PPP rinuncia programmaticamente alla cifra poetica dell’allusione e rivolta l’immagine in un vedere estremo, al di là della volontà stessa dello spettatore.
    È vero, PPP faceva troppe cose. Oggi è difficile fare bene una cosa.

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  4. UNA MOSTRA DI FOTOGRAFIE
    Un paio d’anni fa, forse , ad Ostia , nel ristrutturato “chiostro” della Sede del Municipio X , sono andato a vedere una interessante mostra di fotografie su Pasolini ad opera di un grande maestro della luce come Mario Dondero, una mostra che faceva risentire il suono delle rondini degli anni sessanta , quando erano ancora il riso della primavera che garriva e prorompeva a ondate, ellissi bianconere , nei cieli di Roma , e veniva a sfiorare quasi l’ombra dei nostri giochi, veri e propri comizi d’amore; in quelle foto scattate tra la fine degli anni cinquanta e gli inizi del sessanta , c’era anche rabbia, utopia, l’Italia del boom economico , la “rivoluzione delle coscienze”, insomma un magma di visioni e memorie che si fissava sulle pareti del chiostro come un film rivissuto .E tuttavia Pasolini vi appariva come un nuovo Socrate pacificato , che si godeva il sole sulla spiaggia nuda di Ostia . Era mite , umile, “passivo come un uccello che vede/tutto, volando, e si porta in cuore/ nel volo in cielo la coscienza/ che non perdona” .
    Eccolo con Laura Betti , l’amica del cuore carnale, umorale, larga nel ridere e nel piangere , poi vicino ad Alberto Moravia , alla testa geometrica , aguzza e più geniale della borghesia romana , il più spietato e realisticamente crudele degli scrittori della sua generazione nel descrivere , profeticamente , il disfacimento , la liquidazione di certi valori , di una certa borghesia; ed eccolo , in un altro foto, con il più epigrammatico e lirico dei poeti moderni, Sandro Penna, umile, dimesso , dall’occhio bovino e smarrito di un barbone della periferia .
    In un’altra nicchia del porticato sta con la madre: ha il viso affilato, scavato, magro, con quella piega fragile, quel sorriso melanconico , quel vivo senso di pudore che lo coglieva, lo attraversava , ogni qual volta era con la madre , Susanna , la Madonna del suo film più bello , Il Vangelo Secondo Matteo , l’unica donna , l’unica creatura a cui apparteneva interamente, implacabilmente , che aveva amato disperatamente, oserei dire tragicamente , e che le impediva di amare qualsiasi altra persona,

    Infine , eccolo vicino ad una sorridente giovanissima Dacia Maraini , che apre riviere marine ,o radure nello splendore della campagna romana settembrina , un sorriso breve , aguzzo e vorace , come quello di un furetto
    C’era in quelle immagini irrelate di Dondero ( ogni foto è per sempre , una sorta di giudizio universale , dice De Marco), quel nodo di luce e di sofferenza “voluta”, quel senso di esasperazione inutile , ribellione, accettazione, consolazione, forza oscura e di illuminazione; “quell’amor di vita” tipicamente pasoliniana che forma la sua implacabile vitalità, e la sua perenne sete d’amore: “Solo l’amare, solo il conoscere/ conta, non l’aver amato/non l’aver conosciuto. Dà angoscia/ vivere di un consumato /amore. L’anima non cresce più”

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  5. Grazie, Alberto. Non ho Sky, ma se posso ricuperarla – come dici tu – Online , lo farò di certo.
    Io credo che ognuno di noi abbia in se stesso il “proprio” muro e la propria immagine-idea di Pasolini; non era uno che conciliava, era uno che divideva. O si sta da una parte, o dall’altra del muro.

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  6. Pasolini un genio. La ricorsività è il sigillo del genio. Pasolini nel 1963 partecipò a un film a episodi con La ricotta. In realtà è un metafilm, dove protagonista è una troupe al lavoro durante le riprese di un film sulla Passione di Cristo. Nel 1967 nuovamente eseguì la regia per un film a episodi, Capriccio all’italiana, con il cortometraggio Che cosa sono le nuvole?, dove gli aspetti speculari sono moltiplicati in numero e profondità:
    In un teatro popolare è rappresentato l’Otello, mediante attori burattini. Jago mette in atto nei confronti di Otello, il falso tradimento di Desdemona con Cassio: Otello riceve da Jago un fazzoletto avuto con l’inganno da Desdemona, che utilizza come prova dell’infedeltà della donna, suscitando la gelosia e la vendetta di Otello. Il pubblico che assiste allo spettacolo, non accetta la conclusione canonica che, nella tragedia di Shakespeare, prevede l’assassinio di Desdemona da parte di Otello. Gli spettatori salgono sul palcoscenico, uccidono Jago e Otello e portano in trionfo Desdemona e Cassio.
    L’irrompere degli spettatori sul palco, con la partecipazione e la modifica del finale della rappresentazione che stavano guardando, è già un elemento ricorsivo. Carmelo Bene (1937 2002) attore, drammaturgo, regista e scrittore. Nella sua rappresentazione dell’Otello del 1979, il Moro era interpretato da un attore bianco truccato da nero, Jago era un nero truccato da bianco, e nel corso della rappresentazione Otello diventava bianco e Jago nero. Per recitare personaggi occorrono attori, ma per interpretare marionette servono grandi interpreti. Tra quelli che Pasolini riuscì a scritturare spicca Totò (1898 1967) nella sua ultima interpretazione e Domenico Modugno (1928 1994), che esegue la canzone di coda, che Pasolini compose prendendo parole e frasi dal testo dell’Otello. Nelle prime inquadrature, il cineasta collega il film al quadro Las Meninas (1656) di Diego Velàzquez. I titoli di testa sono sovrapposti a vari quadri. Il nome del film e del regista hanno come sfondo il famoso dipinto del pittore spagnolo. Il collegamento con l’opera, che ritrae il pittore nell’atto di dipingere la famiglia reale di Spagna, evidenzia le intenzioni del regista. Il lavoro cinematografico si basa su una duplice messa in scena: quella del burattinaio che dall’alto manovra i fili, e quella del personaggio Jago ai danni di Otello, che simula il falso tradimento di Desdemona.
    Per Pasolini fu pericoloso avere una conoscenza dentro un’altra, o perlomeno il dichiarare di possederla. Come quella a proposito della situazione politica italiana degli anni settanta. Questa conoscenza senza prove, una non conoscenza, è tipica dei geni:
    Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato Golpe (e che in realtà e una serie di golpes istituitisi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. Io so. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore. (P. P. Pasolini, Che cos’è questo golpe? Corriere della Sera, 14 novembre 1974. Pubblicato in Scritti Corsari, op. cit., pp. 88, 93).
    Così scriveva poco prima della sua morte violenta e mai del tutto chiarita. Cfr. ebook/kindle. Tre uomini un volto: Gesù, Leonardo e Michelangelo. Grazie.

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