Le voci del Pretorio. Il romanzo epistolare di Angelo Ascoli e Pasquale Vitagliano. La rivelazione

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Rivelazione

Caro Giovanni,
Sono stato io a mentirti. Perdonami, Giovanni. A Caserta noi due non dovevamo essere soli. E una volta lì, in quella anonima città io non ho fatto alcun incontro inatteso. Comprendi adesso? Ma nessuno mi ha spiegato, giustificato la tua assenza. Nemmeno tu. Mi sentii abbandonato e non so dire se fu più forte il rammarico o l’irritazione. Dovevamo vederci a Caserta. Io, tu e Rosaria.

Poi, compresi quello che era accaduto. Prima solo un sospetto, poi furono le parole di Rosaria a rendere tutto chiaro, comprensibile, persino normale. Era stata lei ad impedire il nostro incontro. Ma tu ignoravi tutto o al contrario eri già a conoscenza di ogni cosa, magari eri il suo complice segreto? Ed alla fine io solo sono il testimone della sua morte. Se ci fossi stato anche tu, almeno avremmo condiviso i sensi di colpa. Invece, alla fine, anche da morta, ha vinto lei, per inchiodarmi alla mia sconfitta.
Sì, ti ho mentito. E questa è la mia confessione. Non è lo smascheramento, però, che mi costringe a dirti la verità. E’ il timore del silenzio. Non è stato lo sguardo impiccioso di un passante ad avermi inflitto questa sconfitta di fronte alla tua amicizia. E’ stata la paura di perdere le tue parole che ha costretto alla resa la mia sicurezza. Sono tornato spesso Milano. Non ti ho mai detto niente. Magari, ti avevo appena scritto e il giorno dopo ti ero segretamente vicino. Avrei potuto prendere l’auto e in pochissimo rivederti, parlarti. Ho viaggiato di nascosto, come nemmeno per inchieste pericolose e riservatissime ho mai fatto.
Sono tornato per rivedere Rosaria. Come potevo perderla? Non mi biasimare. Anche tu sei stato pronto a rischiare tutto per Elena. Io non sono riuscito a riempire la bocca protesa follemente verso di lei con la quotidianità delle chiacchiere in ufficio ed ogni mattina il pensiero di dover tentare di riuscirci per tirare avanti rendeva questa fatica più insopportabile.
Sono tornato a Milano quattro volte da quando sono partito. E non ti ho mai detto niente. Lei è sempre venuta ai nostri appuntamenti segreti. L’aspettavo nei luoghi prefissati sentendomi un criminale; appena ci incontravamo sfilavamo via sotto i marciapiedi delle strade come fanno le ombre sotto la luce della nostra terra. Una volta abbiamo fatto l’amore in auto ed io sudavo più per la paura che per la passione e l’affanno. Voleva lasciarmi. Per lei anzi, la nostra storia era ormai finita, trascorsa. Non aveva esitato a rivelarmi che c’è un altro uomo, Giuliano, che è una persona semplice ma è molto meglio di me. Non l’accetto ma non so darle torto. Sono stato io il primo a lasciarla indifesa, ad abbandonarla. Sono stato io a non farmi trovare per paura quando lei mi cercava. Poi, la situazione si è capovolta.
E’ una donna coraggiosa. Continuava a far fronte alla mia follia perché voleva guarirla e così fare in modo che tutto finisse normalmente, senza guai per nessuno, specie per Giuliano. In silenzio. Malgrado, adesso fossi io l’intruso. Una presenza ingombrante, forse addirittura diabolica, capace di perseguitarla, di abbattersi, colpevole eppure vendicativa, sul suo nuovo, questa volta limpido, amore e separarla da lui.
A Caserta ci saremmo incontrati l’ultima volta. E lei avrebbe potuto fuggire con Giuliano: questa era la sua speranza, la sua utopia. Così, almeno, io credevo.
“Perché a Caserta?”, mi chiese, meravigliata per la scelta di quella città estranea. “La presenza di Giovanni può aiutarci”, risposi. “Con lui ho appuntamento lì il giorno di San Francesco.”
Mi parve che Rosaria non capisse, ma tale era la voglia di un chiarimento definitivo, di finirla senza brutte conseguenze, che acconsentì e non aggiunse altro. Quante volte prima di quel giorno si sarà fatta domande sulla tua presenza? Tu, per lei, forse soltanto un altro intruso, un incomprensibile saluto in più da dare in una città sconosciuta e ignara nel giorno luttuoso di un addio o in quello caldo della liberazione.
Giovanni tu dovevi esserci. Tu avresti dovuto essere testimone e giudice della mia vittoria. E le tue parole avrebbero toccato il silenzio pacificatore della mia furia.
Questo ho pensato. Questo ho creduto.
Alla fine non è stato necessario parlarci per chiarire e dirsi addio. C’è voluto invece uno sparo. Ma non lo sparo di un magistrato impazzito, alla presenza del suo amico fraterno. Un delitto passionale con testimone oculare: per accusare e non per scagionare. A questo ero pronto e questo avevo preparato. Credimi, ti prego. Credimi. C’è voluto un altro sparo, con la pistola di uno sconosciuto, per un altro delitto senza colpevole, con un movente plausibile, eliminare un teste scomodo ed un’importante affiliata decisa a cambiare pagina. Lei è morta ma altri l’ hanno uccisa. Così, lei, comunque, ha vinto.

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