VICTORIA CÁCERES, “LA FUGA DE POLLOCK”

Introduzione e traduzione dallo spagnolo di Giovanni Agnoloni 

Quarta puntata della serie dedicata agli scrittori internazionali da me conosciuti durante la residenza letteraria presso H.A.L.D. Hovedgaard.

Oggi parliamo di Victoria Cáceres, scrittrice argentina nata a Buenos Aires. Laureata in Lettere e Filosofia e autrice di romanzi, racconti e saggi (tradotti in numerose lingue), è stata ospite di residenze internazionali negli Stati Uniti, in Cina e, appunto, in Danimarca. Ricordo in particolare le sue raccolte di racconti El baño turco (Urania, 1997) e Monasterio (Orbital, 2000), e i romanzi Sentimiento Oceánico (Orbital, 2006) e La fuga de Pollock (Textosintrusos, 2014).

Victoria Cáceres

Victoria Cáceres

Proprio da La fuga de Pollock – una fantasmagoria di percezioni e angosce scaturenti dall’immaginarsi della scrittrice all’interno di una delle opere del maestro dell’espressionismo astratto americano, fuori da qualsiasi riferimento spazio-temporale – traggo questo estratto (le pagine iniziali), da me tradotto dallo spagnolo.

I – Orfani nella tempesta

V1 lo vide picchiare con violenza sul portone, caricandolo come se volesse attraversare il collo uterino, la vagina della madre, e autoeiettarsi nel mondo. Non si sentiva né stanca né abbattuta, e neppure spaccata in due dal dolore. Solo annoiata. Intasata. Addormentata. Vagamente inquieta, come se avesse dimenticato qualcosa d’importante. Tuttavia, non fondamentale per muoversi, seduta com’era sugli scalini che conducevano al portone, osservando magneticamente lo stupido imberbe che si avventava contro il ferro massiccio con le sue mani intorpidite che cominciavano a sanguinare.
Inutile come lottare contro il desiderio, pensò, il respiro già alterato; il ventre le si contraeva spasmodico, gli scomparti della mente esplodevano dentro i propri limiti, le palme delle mani erano giunte per contenere il tremore. Il desiderio che si conficca nel ventre e s’inerpica sottile e corrosivo come l’acido, annientando al suo passaggio la cautela, occupando la bocca e la lingua con la sua sete invasiva, che non accetta rinvii, negoziazioni, pause, boccate d’aria.
Se non merita cercare di interromperlo, fermarlo, spiegargli che non c’è rimedio, che abbandoni tutto il suo bottino di anima e corpo per accelerare il processo di perdita d’identità, di gelatinizzazione con la membrana che li circonda, e ardere lento come una candela alta e grossa, no, allora non vale la pena; lei risparmierà le forze per accogliere il suo corpo limitato e fragile, quando finirà, e gli darà, se non rifugio o acqua, l’aspro conforto della miseria condivisa.
Voglio sapere subito se sopravviverò senza il mio carapace… la sostanza gelatinosa sottostante, appiccicosa, infiammata come un organo represso per tanto tempo… Ah, non riuscirò mai a sopravvivere senza la mia crosta… La parte soffice, carnosa, rosacea, pulserà e s’ingrandirà, e la sua delicata membrana si troverà esposta alla forza dell’esterno, e probabilmente perderà morbidezza e lucentezza e… creerà una nuova crosta… una fodera dove mettere le mie ossessioni, quei pensieri ridondanti che si annidano in mezzo allo strato centrale e si trasmettono sotto forma di frustrazioni verso il nulla, onde che muoiono prima di lasciare la carne, grafie e logaritmi diversi che ripetono solo ad infinitum le sillabe che non voglio sentire; pur tuttavia, la morte è un custode, davanti ad essa tutto è una scelta, e soccomberò al padrone più crudele e più infame perché preferisco obbedire all’ignoranza del silenzio totale dell’infinito senza estremi, l’infinito dove non esistono sopra né sotto, né destra né sinistra.
Si distrasse per un attimo dal ragazzino che tormentava il legno respingente del portone. Le arrivarono flash delle altre volte. Scosse frammiste di dolore e piacere, rantoli di desiderio, e vita reale, punture di estasi e lussuria. Come piccoli trapani ostinati si aprivano la strada nei suoi ricordi per inocularle il sangue che la vita vera comporta, il calore estremo, la viscosità del sudore altrui, l’offuscamento degli occhi visti da vicino, il lampo degli sfregamenti, e le grida, i gemiti, le risa. Si tappò le orecchie e chiuse gli occhi, e la tentazione, ancora una volta, fu potente. Eppure, non poteva accantonare il rovescio dell’avventura, la piaga. La sua crisalide gommosa e fetida, esposta all’aria e al sole e allo sguardo degli altri. Il suo carapace estirpato che lasciava frammenti di pelle e ruscelli di sangue e, a volte, bozzoli ripieni di pus.
Si costrinse a guardare. V2 graffiava ancora il portone, le forze finalmente si esaurivano, le ginocchia toccavano terra. Forse sarebbe meglio l’ignoranza, lo stadio precedente alla perdita della verginità, congelato nello spazio e nel tempo. Ma non vi erano opzioni, non vi erano permessi né pillole che permettessero di alterare la memoria, tranne la definitiva assenza. Perfino davanti alla condanna di sbriciolare il percorso ancora una volta, la presenza della domanda senza risposta era sovrana e rappresentava l’unica fonte a cui abbeverarsi per molto tempo.

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