Vivalascuola. La paghetta

Un bonus di 500 euro agli insegnanti a tempo indeterminato. E’ un dettaglio nel mare magnum del sistema scolastico italiano. Eppure è la spia di un pensiero e di una politica, per questo gli dedichiamo una puntata di vivalascuola. “Il bonus è arrivato. Umiliante la grancassa mediatica che lo ha accompagnato. Restituirlo al mittente? Sì, se fossimo in grado di riproporre su Matteo il Giovane la pioggia di monete che si scatenò su Craxi all’ Hotel Raphael. Piuttosto cerchiamo, a partire dal bonus, di far crescere il dissenso verso la Legge 107. E vediamo di capire se si può dar corso ad un gesto collettivo di disobbedienza civile, se siamo in grado di rifiutarci di documentare le spese, visto che quei soldi sono nostri e costituiscono una parte infima di quel che ci hanno tolto con un blocco contrattuale di sei anni“. (Giovanna Lo Presti)

Indice
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.Giovanna Lo Presti, Timeo Danaos et dona ferentes
Materiali, La paghetta, cronistoria
Insegnanti Calabresi, Regala un libro al governo perché si aggiorni sulla vera buona scuola!
Marina Boscaino, La mancetta di Renzi agli insegnanti
Amelia De Angelis, 500 euro: dopo il bastone, la carota
Lucio Ficara, I diritti e il benessere dei prof non si comprano con 500 danari
La settimana scolastica
Segnalazione. Milanosifastoria. Milano: il lavoro, la storia
Risorse in rete

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Timeo Danaos et dona ferentes
di Giovanna Lo Presti

Il bonus è arrivato. Umiliante la grancassa mediatica che lo ha accompagnato. Restituirlo al mittente? Sì, se fossimo in grado di riproporre su Matteo il Giovane la pioggia di monete che si scatenò su Craxi all’ Hotel Raphael. Piuttosto cerchiamo, a partire dal bonus, di far crescere il dissenso verso la Legge 107. E vediamo di capire se si può dar corso ad un gesto collettivo di disobbedienza civile, se siamo in grado di rifiutarci di documentare le spese, visto che quei soldi sono nostri e costituiscono una parte infima di quel che ci hanno tolto con un blocco contrattuale di sei anni.

Premessa

In un suo raffinato saggio, Jean Starobinski esamina i molti aspetti che può assumere l’atto del donare: lungi dall’essere semplice manifestazione di generosità, il dono racchiude in sé una pluralità di implicazioni sociali ed è attraversato da una trama di intenzioni tutt’altro che facili da decifrare. Il sottotitolo dell’opera, che in francese si intitola Largesse e in italiano A piene mani, è significativo: “dono fastoso e dono perverso”.

L’idea di elargizione, quella praticata dai potenti nel corso della storia a favore del popolo, è stata al centro della critica antiassolutistica:

I tiranni facevano distribuire un quarto di grano, un sestiere di vino, e un sesterzio, e in quell’occasione faceva pena sentire gridare Viva il Re: quei poveracci non si rendevano conto che stavano soltanto recuperando una parte di ciò che gli era appartenuto, e che ciò che recuperavano, il tiranno non avrebbe potuto darglielo, se prima non glielo avesse tolto”.

Così afferma La Boétie, ma prima e dopo di lui in molti hanno sottolineato quest’aspetto, ben chiaro sin dai tempi antichi se, nell’Odissea, Alcinoo così esorta i principi feaci a dar ancora doni ad Ulisse: “Ma diamogli ancora un tripode grande ed un lebete/ a testa; poi, raccogliendo fra il popolo,/ noi ne avremo rivalsa, perché è pesante senza rivalsa donare”. (1) La cultura greca, nel mito e nella letteratura, ci offre due esempi famosi di “doni perversi”: il vaso di Pandora e il Cavallo di Troia. Spiace un po’ fare quel che mi accingo a fare – e cioè citare, pur superficialmente, un’analisi così originale come quella di Starobinski per analizzare l’iniziativa di un governo condotto da un primo ministro che all’estero sbologna la patetica battuta su “America” e “Vespuccia”: ma tant’è.

Il bonus

Già parecchio inchiostro è stato versato sul bonus di 500 euro destinato all’aggiornamento degli insegnanti. Dalla premessa si può dedurre quale sia, secondo me, la prima critica da muovere al bonus: sembra una elargizione generosa ma in realtà non è che una piccola parte di quello che ai lavoratori della scuola è stato sottratto con un blocco contrattuale che dura dal 2009. Facciamo i calcoli: i 500 euro equivalgono a circa 7 euro al mese per sei anni: vengono restituiti, con clamore mediatico, in un colpo solo.

Fonti ufficiali danno la perdita di potere d’acquisto degli stipendi dei docenti, tra il 2009 e il 2014, attorno al 10%; se aggiungiamo che, pochi anni prima, la Uil Scuola, un sindacato non sospetto di eccesso di critica, elaborava un documento in cui, dati alla mano, dimostrava che tra il 1995 e il 2008 i docenti avevano perso il 21% del potere d’acquisto, possiamo avere un’idea chiara della situazione. Gli ultimi dati Istat ci dicono inoltre che, guardando al Pubblico impiego nel suo complesso, dal 2010 al 2014 la perdita per i dipendenti è stata pari a 390 euro lordi medi pro capite. Il calcolo, per giunta, non tiene conto dell’erosione dovuta all’inflazione.

Insomma, lo Stato ha complessivamente risparmiato su tutto il Pubblico Impiego (scuola compresa) quasi 9 miliardi di euro (8 miliardi e 734 milioni) euro tra il 2010 e il 2014. Alla luce di questi dati leggiamo e interpretiamo i 7 euro mensili che, racimolati nel “salvadanaio” del Governo, hanno formato il “gruzzolo” di 500 euro del bonus: sono una piccola parte di quanto è stato ingiustamente tolto negli ultimi anni ai lavoratori della scuola.

In questa prospettiva appare patetico, ancorché comprensibile, lo scatto d’orgoglio di chi sostiene che il bonus si debba restituire al Governo: sarebbe come invitare il ladro di passo a prendere anche gli spiccioli che, nella sua veloce opera di rapina, gli sono sfuggiti. Non si rivendica così la dignità del proprio mestiere; è meglio insistere, sino alla noia, con forza, sul fatto che i 500 euro sono soltanto una briciola di ciò che i lavoratori della scuola avrebbero dovuto avere.

Le vere intenzioni del Governo le leggiamo chiaramente nella cifra che pensa di destinare al rinnovo contrattuale: 300 milioni di euro, per più di tre milioni di dipendenti pubblici! Vale a dire, mediamente, 5-6 euro in busta paga in più, dopo sei anni di blocco dei contratti. Che la Consulta abbia definito tale blocco illegittimo, poco importa: abbiamo già visto all’opera la disinvoltura di Renzi e dei suoi nell’aggirare, ignorandola, la sentenza della Consulta sull’adeguamento delle pensioni al costo della vita. Ed hanno avuto la sfacciataggine di invocare la necessità di rispettare i vincoli imposti dalla Legge di stabilità! Quando questi maramaldi avranno finito di distruggere la Costituzione ed avranno inserito, tra gli articoli della stessa, non solo il pareggio di bilancio (che c’è già e porta guai) ma anche qualche altro “nuovo” e oppportuno articolo, che esalti il profitto di pochi ed opprima i diritti dei molti, ne vedremo delle belle. Ma questo è futuro – e noi, a differenza di Matteo il Giovane, per il quale “il futuro è solo l’inizio” (e mai slogan fu più icasticamente riassuntivo della valanga di luoghi comuni stravolti che costituisce il nocciolo duro dei discorsi renziani) noi, appunto, badiamo al presente e guardiamo al passato, per capire qual sia la direzione verso la quale stiamo scivolando.

Regalie al posto di giusti diritti

Il Governo elargisce 381 milioni di euro per l’aggiornamento dei docenti di ruolo (si vede che per i precari l’aggiornamento è inutile) e mette sul piatto del rinnovo contrattuale del Pubblico Impiego 300 milioni di euro. C’è un’unica interpretazione lecita: il Governo concede quel che vuole, senza intromissione di altri (leggesi: sindacati e lavoratori, organizzati e non). È chiaro che nelle intenzioni di Renzi c’è quella di mettere nell’angolo e togliere qualsiasi potere contrattuale alle forze sindacali; è l’ultimo paradossale esito di quella “politica di concertazione” che, dall’inizio degli anni Novanta, ha ridotto progressivamente, purtroppo con la complicità dei “sindacati maggiormente rappresentativi”, diritti e reddito dei lavoratori.

Adesso il Governo ritiene di non aver più bisogno di “complici” e tende a liquidare anche chi è stato prono nell’accettare il piano di precarizzazione del lavoro, di riduzione del reddito, di erosione dei diritti che ha caratterizzato gli ultimi due decenni e che ha avuto un’accelerazione grazie al “decisionismo” renziano. Non diversamente, su un altro piano, ha agito la prima potenza mondiale nel far diventare nemici dell’umanità quelli che in precedenza erano i propri amici medio-orientali. Non è certo una tattica originale, ma funziona.

Per anni chi, come me, crede che la trasmissione del sapere richieda in primo luogo conoscenza da parte di chi insegna, si è battuto perché l’aggiornamento venga considerato un diritto degli insegnanti. Ma abbiamo già visto come ha funzionato “l’aggiornamento obbligatorio”, quello che nel CCNL del 1994-1997 prevedeva che, in cinque anni, il docente dovesse dimostrare di aver frequentato “attività formative” per un numero di ore non inferiore a cento, pena il mancato passaggio al “gradone” retributivo successivo. Fu un pullulare di corsi e corsetti (spesso a pagamento) la cui mancanza di scientificità e di utilità non è nemmeno il caso di star qui a dimostrare. Mentre gli insegnanti accumulavano attestati di partecipazione, il tempo scorreva. Arrivò l’ora del rinnovo contrattuale (a quei tempi non usava ancora blocccare i contratti per sei anni) e, nel CCNL 1998-2001, l’aggiornamento diventò un “diritto” (non più un diritto-dovere) e assurse a “leva strategica”; delle 100 ore nel quinquennio scomparve, ben presto, anche la memoria, trascinando nell’oblio anche molti corsi e corsetti sui quali però adesso diciamo qualcosa.

Aggiornamento: corsi e corsetti

Se il presidente del Consiglio volesse avere un’idea più concreta della scuola e delle storture che la affliggono, potrebbe dare un’occhiata ai più accreditati siti scolastici e contare le inserzioni pubblicitarie che esortano ad usare il bonus per i più vari corsi di aggiornamento. Ci sono “imprese” che sui corsi di aggiornamento hanno fatto la loro fortuna economica. Si tratta di un fenomeno che dura da tempo. Cito da un articolo apparso nell’agosto del 2011 sul Fatto quotidiano (2) e che non mi risulta abbia scatenato querele: quello dei corsi che danno punti validi per scalare la graduatoria dei docenti precari viene definito “un vero e proprio mercato di punti che crea discriminazioni pesanti fra gli stessi precari”.

Pippo Frisone, sindacalista Cgil intervistato dichiara che

questi titoli, riconosciuti nelle graduatorie dei precari, possono rilasciarli solo le università statali o università legalmente riconosciute. Ovviamente ci sono le università serie e quelle meno serie come sempre accade nel nostro Bel Paese. Tra le università più gettonate dai precari c’è l’Università per Stranieri “Dante Alighieri” di Reggio Calabria, sorta come un fungo nel 2007, fucina di corsi e corsettini a pagamento validi da 3 a 1 punto, come ben si evince dal loro stesso sito. Ma c’è anche il Consorzio Interuniversitario (Forcom), che rilascia diplomi di perfezionamento, per via telematica, di almeno 1500 ore che valgono 3 punti”.

I costi dei corsi “variano da un minimo di 400 euro per un attestato di un punto a 1500 euro per quelli da 3 punti”. Quanto alla serietà (media: non escludiamo che ci sia qualche eccezione) di tali corsi, sentiamo le testimonianze degli stessi interessati:

L’ultimo corso che ho frequentato – dice Annarita S., precaria da una dozzina d’anni – si è concluso con un esame svolto attraverso dei testi telematici. Ho risposto a casaccio, ma l’attestato mi è stato ugualmente recapitato. È bastato versare altri 50 euro per averlo”.

Oppure:

Ci hanno convocato in alcune centinaia per volta – racconta Ernesto F., docente di filosofia e precario in attesa di un posto – Ne hanno interrogati una ventina, poi uno degli organizzatori è venuto a dirci che potevamo andarcene, che tanto l’attestato ci sarebbe stato recapitato a casa dietro il versamento di una tassa. Un finale umiliante. Ma se non facciamo questo percorso il posto ce lo sogniamo”.

Posso confermare di aver sentito testimonianze identiche da precari che conosco; posso dire che, trovando la via giusta, è possibile, attraverso Università come la “Dante Alighieri” accedere (senza selezione) a corsi di dottorato all’estero che, come per i dottorati nel nostro Paese, danno diritto a tre anni retribuiti di esonero dall’insegnamento.

Osservazioni finali

Un’altra osservazione sul bonus graziosamente concesso dal Governo Renzi; i 381 milioni di euro stanziati andranno in consumi e poiché l’Istat prevede un aumento della spesa delle famiglie stimabile per il 2015 nello 0,8%, non dubitiamo che l’astuto Matteo il Giovane abbia pensato che anche il bonus porterà qualche decimale di acqua al mulino in cui si racconta la favola bella del nostro Paese che sta uscendo dalla crisi, visto che i consumi aumentano.

Ancora: in un Paese in cui tutti i consiglieri regionali indagati per uso illecito del denaro pubblico si contano, negli ultimi anni, a centinaia, chiedere che gli insegnanti documentino una spesa annua di 500 euro (che, sia ben chiaro, è decisamente inferiore a quello che ogni insegnante dovrebbe spendere in un anno per la propria formazione), appare una soperchieria, umiliante per chi la riceve. Riportiamo un passo di un articolo di Carlo Forte sulla rendicontazione delle spese per l’aggiornamento, apparso su ItaliaOggi:

Il decreto prevede che le spese sostenute dai docenti per l’aggiornamento dovranno essere rendicontate. E la documentazione sarà fatta oggetto di controlli da parte dei revisori dei conti delle istituzioni scolastiche dove prestano servizio i docenti interessati. L’esigenza di documentare le spese era già emersa in commissione bilancio al senato all’atto dell’emanazione del parere. […] Proprio per evitare che i docenti potessero utilizzare la somma anche per scopi diversi dal quelli strumentali. Il governo ha recepito l’indirizzo della commissione. Ed ha anche previsto che gli importi delle spese non conformi saranno decurtati dagli ulteriori 500 euro che spetteranno al docente interessato l’anno successivo. Ma questo non basta a precludere l’insorgenza di eventuali responsabilità. Il docente, infatti, opera in quanto pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio. E viene in possesso dei 500 euro non a titolo retributivo, ma in ragione del suo ufficio. Tant’è che la legge vincola l’utilizzo del denaro così assegnato alla copertura di spese per l’aggiornamento e la formazione professionale. Pertanto, il docente che dovesse intenzionalmente utilizzare i 500 euro per scopi diversi, dandone una rendicontazione truffaldina, potrebbe incorrere nella responsabilità penale.Tra le varie ipotesi, quella del reato di truffa aggravata e di falso”.

È naturale che i corsi a pagamento cui abbiamo fatto cenno prima vengano considerati spese lecite: ognuno faccia le proprie riflessioni.

A quanto pare, il prossimo anno scolastico ci sarà la card. Non sappiamo di preciso quanto costerà attivare la card. L’unico, triste precedente nel nostro Paese è quello della social card di Silvio Berlusconi (40 euro al mese per più di mezzo milione di pensionati indigenti, che in un anno fanno 480 euro – ci vedo qualche analogia con la card per i docenti). Allora, ai tempi di Silvio, la molto discussa card costò parecchio: “almeno 50 centesimi l’una, più 1 euro per la ricarica bimestrale, più il 2 per cento per le spese del circuito bancario. Uno scherzetto da 8 milioni e 500mila di euro, a pieno regime”. (3)

E ora, cosa accadrà? L’articolo 6 del Decreto del Presidente del Consiglio che vara la card dice testualmente:

Il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, nel rispetto di quanto previsto dal decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, e successive modificazioni, provvede ad affidare il servizio relativo all’emissione, alla fornitura e alla gestione della Carta, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. Eventuali utili derivanti dall’affidamento del servizio sono versati all’Entrata del bilancio dello Stato per essere successivamente riassegnati allo stato di previsione del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca”.

Possiamo notare che qui compare la formula magica onnipresente nella Legge 107: “senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”; notiamo pure l’eventualità di “utili derivanti dall’affidamento del servizio”: Non siamo però in grado di dire null’altro – e sospettiamo che, se la social card costò ai contribuenti 8 milioni e passa di euro, la card per i docenti non si discosterà troppo da questa cifra. Diversa, ma ugualmente forte, l’umiliazione inflitta ai destinatari della card.

Ho l’impressione che, nel nostro Paese di furbetti ben rappresentati dalla attuale classe politica, troppo pochi abbiano letto Machiavelli. Il segretario fiorentino per antonomasia avrebbe consigliato all’ex-sindaco fiorentino di stare attento, e sopratutto di “astenersi dalla roba d’altri; perchè gli uomini dimenticano piuttosto la morte del padre, che la perdita del patrimonio”. Auspichiamo che i nostri governanti la smettano di taglieggiare il reddito dei lavoratori dipendenti (insegnanti compresi), che non sperino che il cavallo di Troia del bonus da 500 euro rassereni gli animi, che non chiedano ridicole e minacciose giustificazioni della spesa – queste avranno il solo effetto di rendere più gravoso il lavoro del personale amministrativo e dei revisori dei conti. Piuttosto verifichino come viene offerta formazione da certi enti in odore di malaffare.

E poi, dice Machiavelli, un Principe accorto non dovrebbe mai farsi odiare. I nostri governanti, se continueranno così – è evidente – si faranno detestare; e nessuno è più vendicativo di un popolo umiliato e offeso.

Note

1) Jean Starobinski, A piene mani, Torino, Einaudi 1995, p. 27.

2) Articolo di Augusto Pozzoli, apparso su il Fatto Quotidiano del 31 agosto 2011.

3) Articolo di Antonello Caporale da la Repubblica, 15 gennaio 2009. [torna su]

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MATERIALI

La paghetta, cronistoria

L’annuncio

In apertura dell’anno scolastico il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha lanciato un annuncio agli insegnanti rivolto da una parte a sedare la conflittualità contro la Legge 107 e dall’altro a propaganda elettorale: quello della firma imminente del decreto che assegna ai docenti 500 euro da spendere per l’autoformazione, firma avvenuta il 22 settembre. Il 19 ottobre il decreto è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale.

L’erogazione

I 500 euro sono stati erogati a tutti i docenti assunti a tempo indeterminato. Il bonus riguarda anche i neoassunti e coloro che nella fase C saranno assunti a novembre. La cifra è stata erogata con lo stipendio di ottobre. Nel complesso i docenti coinvolti sono circa 700.000. Non lo riceveranno i docenti precari, personale educativo, comparto AFAM. Dal prossimo anno sarà distribuita ai docenti una carta elettronica sulla quale verrà accreditata la somma annualmente.

Come spendere?

Secondo quanto scritto nel comma 121 della legge 107, detta “La Buona scuola”, i 500 euro potranno essere così spesi:

  • acquisto di libri e di testi, anche in formato digitale, di pubblicazioni e di riviste comunque utili all’aggiornamento professionale,
  • acquisto di hardware e software,
  • iscrizione a corsi per attività di aggiornamento e di qualificazione delle competenze professionali, svolti da enti accreditati presso il ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca
  • iscrizione a corsi di laurea, di laurea magistrale, specialistica o a ciclo unico, inerenti al profilo professionale,
  • iscrizione a corsi post lauream o a master universitari inerenti al profilo professionale,
  • partecipazione a rappresentazioni teatrali e cinematografiche, per l’ingresso a musei, mostre ed eventi culturali e spettacoli dal vivo
  • iniziative coerenti con le attività individuate nell’ambito del piano dell’offerta formativa delle scuole e del Piano nazionale di formazione.

La rendicontazione

I docenti dovranno dimostrare, con scontrini e ricevute, che i soldi sono stati spesi effettivamente per l’autoformazione. A tal fine dovranno presentare la documentazione che comprovi l’utilizzo secondo normativa del bonus entro il 31 agosto 2016. Per coloro che non rendiconteranno, le somme non giustificate verranno recuperate l’anno successivo. Mancano però tuttora indicazioni chiare sulle modalità di rendicontazione.

Il business

Essendoci la previsione di un investimento in corsi di formazione e acquisto di libri e materiali, si sono già mobilitati case editrici, enti accreditati, riviste e siti scolastici (vedi ad esempio qui, qui, qui) con la propaganda delle loro offerte.

Le reazioni

Restituire. C’è chi sostiene la restituzione dei 500 euro al mittente, come Mary Lo Fiego:

Caro Sig. Renzi, in data odierna ho firmato mandato al mio Istituto Bancario, per procedere alla restituzione al mittente dei 500 euro arbitrariamente accreditati sul mio conto corrente in data 19.10.

Con tale cifra la invito a comprare e studiare il manuale “Come rinnovare il CCNL COMPARTO SCUOLA” e “Come retribuire regolarmente i docenti precari, senza stipendio da settembre”. Con profonda disistima”.

Trovato l’ago in un pagliaio. Matteo Renzi invece scova il post di un insegnante umbro di nome Giovanni che invece è commosso e grato del bonus di 500 euro ricevuto dal governo e lo rilancia:

Lui è un professore umbro, si chiama Giovanni.
Ha scritto questo post.
Mi piace condividerlo senza aggiungere nulla. E riflettere insieme su quanto sia cruciale per la nostra società il ruolo del prof oggi più che mai.

Sono arrivati. 500 euro, tondi tondi. Non una chiacchiera o una promessa, ma un fatto. 500 euro sul mio conto corrente, provenienti dal Ministero della Pubblica Istruzione. E come me ad ogni INSEGNANTE di ruolo di questo paese, dall’infanzia al liceo. Compresi quelli che berciavano alla distruzione della scuola pubblica e alla deportazione dei neo-assunti, e che ora tacciono, col malloppo in tasca, pronti al prossimo piagnisteo. 500 euro da parte di un Governo che non ho nemmeno votato.

E’ la prima volta che succede in 25 anni che faccio questo mestiere, in cui di governi e di ministri ne avrò visti passare due dozzine. E di promesse di “riconoscimenti alla funzione docente e blablabla…” ne avrò sentite almeno il doppio. Un bonifico rivolto proprio a NOI, solo a NOI. Un bonifico per la mia formazione e aggiornamento.

Sconcerto. Non si contano le risposte al prof. Giovanni, per lo più su questo tono:

Con tutto il rispetto, lei sa da quanti anni è bloccato il suo stipendio e quello dei suoi colleghi? Sa quante migliaia di euro lei e i suoi colleghi hanno perso a causa di questo blocco, fra l’altro dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale?

Per il sindacato Ugl si tratta di un provvedimento insufficiente e discriminante che divide i lavoratori. L’Anief avvia un ricorso gratuito contro l’esclusione dal bonus di docenti precari e personale Ata. Il segretario della Uil Scuola protesta per l’esclusione dal bonus del personale educativo, inquadrato a pieno titolo nell’area docenti, ai sensi dell’art. 25 del CCNL. [torna su]

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Regala un libro al governo perché si aggiorni sulla vera buona scuola!
di Insegnanti calabresi – PSP Partigiani della Scuola Pubblica

Gli Insegnanti calabresi – PSP Partigiani della Scuola Pubblica”, delusi dalla dannosa Riforma della Scuola e indignati per l’elargizione dello school bonus di ben € 500 ricevuti il 19 ottobre (una partita di giro per editori commercianti e negozi commerciali), spediranno un libro per l’aggiornamento professionale al Ministero e lanciano lo slogan: “Fai buon uso dei 500 euro di bonus: regala un libro al governo perché si aggiorni sulla vera buona scuola!” Ma prima di parlarne nel dettaglio, è necessario fare chiarezza su alcuni punti. Innanzitutto, è bene ricordare che la retribuzione dei docenti e del personale ata è rimasta “congelata” al lontano 2009 a causa del mancato rinnovo del contratto.

Questo ha comportato una flessione del potere di acquisto delle retribuzioni che va oltre il 10% e che supererà il 14% nel caso di mancato rinnovo entro il 2017, con perdite annue che si attestano tra i 3000-4000 euro (fonte Sole24Ore). A ciò bisogna aggiungere il danno dovuto al blocco della progressione di carriera, i cosiddetti scatti di anzianità, e poiché certamente l’utilità relativa al 2013 non sarà ripristinata, ciò comporterà un’ulteriore perdita media di € 1000, a cui si aggiungeranno gli effetti al ribasso su pensioni e Tfs. Ma il tragico elenco non finisce qui in quanto, finanche l’indennità di vacanza contrattuale (una somma – poco più di €10 – dovuta come piccolo anticipo sugli adeguamenti retributivi contrattuali e quindi in attesa del rinnovo), non si smuoverà dai valori stabiliti nel 2010, come prevede il documento di economia e finanza (Def) varato dal governo lo scorso 11 aprile.

Non bisogna, quindi, essere esperti contabili per capire che i 500 euro che il governo ha “generosamente” elargito ai docenti ai soli fini della loro formazione (per cui non possono essere usati per saldare bollette scadute, rate di mutui o canoni di locazione e neppure per una classica spesa semestrale al supermercato) sono solo una piccola parte di quanto è stato ingiustamente sottratto agli insegnanti in tutti questi anni. Per tutti i motivi su indicati e da ultimo animati anche dal nobile scopo di contribuire alla “formazione e aggiornamento” di chi ci governa, abbiamo ideato e deciso di diffondere la campagna “Regala un libro al governo”.

Appena saranno note le modalità di rendicontazione relative ai 500 euro (per chi non lo sapesse i docenti devono pure adeguatamente fornire prova di aver speso il tesoretto ai fini indicati dalla normativa!) chi vorrà partecipare all’iniziativa dovrà acquistare un libro (acquisto nominativo) utile per la formazione e scrivere una dedica ad un rappresentante, a scelta, del governo, dedica che inizierà con le seguenti parole “Regalo un libro al governo…” e che verrà completata dal donante (ricordiamo che gli insulti purtroppo potrebbero configurare ipotesi di reato). Da ultimo, si provvederà a spedire il “dono” presso la sede del governo.

Si raccomanda di fotografare la dedica e inviarla via mail ad insegnanticalabresi@gmail.com o al gruppo fb degli insegnanti calabresi al fine di dare massima diffusione all’iniziativa:

https://www.facebook.com/groups/298880626962079/?fref=ts

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La mancetta di Renzi agli insegnanti
di Marina Boscaino

Puntuale arriva la prebenda con la quale il governo tenta di accaparrarsi (a prezzo veramente irrisorio) le grazie dei destinatari di turno. Nella primavera del 2014 furono i proverbiali 80 euro; oggi i 500 euro in busta paga riservati ai docenti di ruolo; domani saranno le tasse sulla casa, con il twittato funerale di Imu e Tasi.

Come la storia ci ha e continuerà ad insegnarci, però tutto ha un costo. Che è per altro sotto gli occhi di tutti: a cominciare dalle prestazioni mediche tagliate, il nostro già vacillante welfare viene subordinato al tentativo di captatio benevolentiae che l’antidemocratica velocità renziana pretende di ottenere con soluzioni di facile impatto. L’acquisto (in senso letterale) del consenso, del resto, è una pratica che nel nostro Paese l’ha fatta e la fa da padrone. Il fatto che i 500 euro fossero previsti dalla legge non dimostra altro che – consapevole del dissenso che ha anticipato e seguito la pubblicazione della 107 – Renzi ha barattato – sulle spalle della collettività – un reale e democratico “ascolto” con la sua versione di panem et circenses, tentando di prevenire il continuare della protesta, pagando un obolo demagogico ed offensivo e sperando di comprare tolleranza e remissività rispetto ai provvedimenti imposti con violenza ed arbitrio inauditi.

I 500 euro saranno infatti destinati alla formazione. Questa erogazione prevederebbe (e vorrebbe dimostrare, dunque) un interesse e una forma di rispetto nei confronti dei docenti. Ma l’atteggiamento nei confronti dei docenti è tutt’altro che rispettoso. Oltre agli insulti e al dileggio continuo portato intenzionalmente avanti contro un’intera categoria, artatamente identificata con il profilo del fannullone ozioso e immeritevole, strapagato e lavativo (per non parlare degli insulti su squadrismo, fascismo, minoranza rumorosa, presi a caso nel triste repertorio del renzismo), cosa c’è di rispettoso, infatti, nella ratio intorno a cui ruota la 107, ossia la repressione del principio della libertà dell’insegnamento, strumento di tutela non per i docenti, ma per la democrazia del Paese; di una scuola realmente democratica e pluralista, in cui ognuno abbia diritto di apprendere e di lavorare?

Cosa c’è, inoltre, di rispettoso nel blocco di 8 anni di un contratto che nulla aveva già a che fare con i corrispettivi emolumenti degli omologhi colleghi europei, nonostante le bugie propinate dalla propaganda di regime, che ci dipinge privilegiati, vacanzieri, assenteisti? Solo una completa mancanza di consapevolezza politica e professionale potrebbe portare a barattare l’accettazione del bastone (la funzione del dirigente, di fatto ormai in molte scuole solitario emanatore di direttive, in barba alle prerogative degli organi collegiali, nonché valutatore-reclutatore altrettanto solitario; il rinnovo e l’aumento dei privilegi per la scuola paritaria; il demansionamento dei nuovi assunti e la precarizzazione di quelli vecchi) per una carota che si configura come un umiliante donativo per tentare di imbavagliare il dissenso? (vedi qui) [torna su]

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500 euro: dopo il bastone, la carota
di Amelia De Angelis

Ecco che, come tradizione impone, dopo il bastone arriva la carota. Sarà infatti corrisposto ad ottobre a ciascun docente di ruolo delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado il primo bonus di 500 euro per l’autoformazione, come previsto dal comma 121 dell’art. 1 della legge 107/2015. Il decreto che disciplina come i docenti dovranno utilizzare il “tesoretto” destinato annualmente al loro aggiornamento e alla loro formazione professionale è stato firmato lo scorso 22 settembre e tempestivamente postato su Twitter dallo stesso Matteo Renzi.

Una manna dal cielo, per alcuni, attraverso la quale si riconosce finalmente la necessità di sostenere la qualità della professione docente con attività di autoformazione finanziate dallo Stato, per altri solo una meschina manovra attuata dal governo per conquistare quel consenso elettorale che teme di perdere, una sorta di “Befana fascista per avallare il culto della personalità di Matteo Renzi.

Non va dimenticato, tra l’altro che sulla base di quanto stabilito dal comma 124 dell’art. 1 della legge 107, “la formazione in servizio dei docenti di ruolo” diventa “obbligatoria, permanente e strutturale”. Ciò che è certo è che, anche se, come diceva Don Milani, “il vero insegnante è colui che ha sempre voglia di imparare”, il “tesoretto” da spendere scatenerà gli appetiti dei fornitori di beni e servizi di settore, nel cui ventaglio di offerte bisognerà scegliere con la dovuta attenzione per scongiurare il pericolo che si possa in qualche modo alimentare il tristemente noto mercato di certificazioni di crediti formativi “ad pecuniam”. (vedi qui) [torna su]

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I diritti e il benessere dei prof non si comprano con 500 danari
di Lucio Ficara

Sono anni che la politica italiana mira a screditare il ruolo professionale dell’insegnante e a smantellare il sistema nazionale della scuola pubblica. Gli insegnanti sono stati definiti fannulloni, una corporazione eccessivamente sindacalizzata, una categoria di privilegiati con tanti diritti e pochi doveri, una corporazione di intoccabili e illicenziabili. È stato anche detto che gli insegnanti sono pagati poco perché lavorano poco.

Ciò ha prodotto le due ultime riforme scolastiche della Gelmini e Giannini. Queste riforme hanno tolto diritti e benessere a tutti i docenti della scuola pubblica italiana. È stato tolto il diritto di avere rinnovato un adeguato contratto di lavoro, infatti gli insegnanti hanno un contratto scaduto dal 2009, è stato tolto il diritto di avere, ogni sei anni circa, uno scatto salariale di anzianità, è stato tolto il diritto di avere, per i nuovi assunti, i perdenti posto e i trasferiti volontari, la titolarità in una scuola, sostituendola con la titolarità in un ambito territoriale, è stato tolto il diritto di andare in pensione ad una giusta età e con una pensione adeguata al ruolo ricoperto, è stato tolto anche il diritto di avere un giusto riconoscimento sociale. Infatti si è minata profondamente alla base, l’autorevolezza della funzione docente e l’immagine di una figura indipendente e libera nel suo magistero, sottoponendola all’onnipotente giudizio del proprio superiore gerarchico.

La legge 107/2015 assegnando grandi poteri al dirigente scolastico, anche sulla valutazione del merito oltre alla scelta diretta dei docenti da assumere, ha determinato, senza mezzi termini, il “genocidio” del ruolo e della professione docente.

Adesso arriva nei conti correnti degli insegnanti un bonus annuale di 500 euro, da spendere in formazione, aggiornamento, acquisti di libri, software e hardware. Insomma gli insegnanti trattati come animali da soma: “dopo le bastonate arriva la carotina”. È bene avvisare i nostri governanti, che vivono molto distaccati dal Paese reale, che i diritti e il benessere dei prof non si comprano con 500 danari. Gli insegnanti sono molto arrabbiati con il governo e in particolare modo con il Partito Democratico, spenderanno certamente i “loro“ 500 euro, ma sapendo bene di essere stati derubati di 5000 euro annui e di sentirsi molto infelici della loro condizione professionale. Forse a qualcuno che ci governa dovrebbe sorgere il dubbio, che nel Paese reale non esiste una Buona Scuola ma Insegnanti Arrabbiati. (vedi qui) [torna su]

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LA SETTIMANA SCOLASTICA

Sciopero

Sarà il 13 novembre lo sciopero della scuola contro l’applicazione della legge 107 e per un consistente recupero salariale per docenti ed Ata. L’“offerta”, contenuta nella Legge di Stabilità, ai lavoratori e alle lavoratrici della scuola e del Pubblico impiego, dopo sei anni di blocco contrattuale, di aumenti salariali di 8 euro (lordi) al mese aggiunge ulteriori motivazioni allo sciopero. “Una provocazione” anche secondo i sindacati rappresentativi.

Nonostante numerosi appelli per una mobilitazione unitaria come quella di maggio-giugno, lo sciopero è indetto solo dai sindacati Cobas, Unicobas, CUB, Anief, Sisa, Usi-Surf, con l’adesione di vari coordinamenti (Comitati LIP, Adida, Mida, Autoconvocati, Partigiani della Scuola e altri ancora),

Per il 20 novembre è stato proclamato lo sciopero generale nazionale di tutte le categorie del pubblico impiego dall’USB.

Che cosa succede nelle scuole?

Una parte importante dei provvedimenti previsti dalla “Buona Scuola” probabilmente slitteranno al prossimo anno scolastico, nelle scuole il disorientamento regna sovrano, tra “fai da te” dell’interpretazione della legge (vedi comitato di valutazione) e “supplentite” non solo non debellata, ma addirittura aggravata.

Anche questi rimandi contribuiscono a sopire la protesta nelle scuole, oltre alla frustrazione di dover subire una legge respinta dalla gan maggioranza della scuola. proprio per questo Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda, è intervenuto a mostrare come le lotte dello scorso anno scolastico contro la “Buona Scuola” abbiano avuto un senso e inciso sulla stesura finale della legge.

Intanto si vede la traduzione in pratica dell'”organico potenziato”. Sarebbe dovuto servire a rendere possibili i progetti di potenziamento dell’offerta formativa che il ministero dell’Istruzione ha chiesto alle scuole di mettere a punto. Invece no. I docenti assegnati alle scuole non sono quelli di cui le scuole avrebbero bisogno, ma quelli rimasti nelle graduatorie a esaurimento dopo le prime tre fasi di assunzione. Così, dove serve il docente di matematica, arriva il docente di musica. Insomma, i 55.000 docenti in più assegnati alle scuole non hanno le competenze richieste dalle scuole. Così le materie scientifiche restano ancora scoperte.

Intanto la Gazzetta Ufficiale annuncia che le proposte di assunzione per la fase C del piano del Governo arriveranno a 55.000 docenti precari alle ore 16.00 del 10 novembre, attraverso il sistema informativo “Istanze Online“, raggiungibile attraverso un link dal sito internet del ministero dell’Istruzione.

La Gazzetta informa che “i docenti destinatari accettano espressamente la proposta di assunzione entro le ore 15.59 del giorno 20 novembre esclusivamente avvalendosi delle apposite funzioni del sistema informativo… i docenti che rifiutano o non accettano la proposta di assunzione sono definitivamente espunti dalle graduatorie di merito e ad esaurimento in cui sono iscritti“.

A proposito del Comitato di valutazione

Il Ministero dell’istruzione rispondendo a delle FAQ sostiene che il comitato di valutazione è validamente costituito anche nel caso in cui non ci siano tutte le componenti.

Con l’interpretazione del Ministero dissente la FLC CGIL, che individua tre errori nell’interpretazione ministeriale:

  • nell’articolo 37 comma 2 del testo unico che viene citato dal MIUR sono citati tutti gli organi collegiali (dal Collegio docenti al Consiglio di istituto fino al Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione, oggi CSPI) tranne il Comitato di Valutazione.
  • un organo valutante non può che essere perfetto. Quindi non può mancare una intera componente (ad esempio quella docente).
  • il Consiglio di Stato ha espresso diversi pareri con i quali sostiene che in merito alle deliberazioni per la valutazione delle commissioni esaminatrici, affermano che, al momento dell’individuazione dei criteri, deve essere rispettato il principio del collegio perfetto. Principio al quale il sindacato assimila il Comitato di valutazione.

Questo” commenta Marina Boscaino, “non è che uno degli esempi del modo farraginoso e viscoso in cui è scritta la 107“. La stessa Boscaino così riflette sul Comitato:

Da qualsiasi prospettiva lo si guardi, il Comitato di Valutazione – oltre tutto presieduto dal dirigente, ovvero da chi deve ricevere e impiegare i criteri per agire, in una paradossale configurazione di quel conflitto di interesse nelle istituzioni di cui il nostro Paese vanta un campionario ineguagliabile – si configura come uno strumento di aggressione intenzionale al principio alla libertà dell’insegnamento. Che non è un residuale privilegio di maestri e professori, ma un principio inserito dai Costituenti dopo la fine politica e la condanna morale del regime fascista a tutela dell’interesse generale, per garantire i giovani cittadini della Repubblica contro ogni forma di pensiero unico e di indirizzo culturale autoritario.

E sintetizza così i possibili atteggiamenti da assumere da parte dei docenti a esso contrari:

Il percorso di contestazione del Comitato di Valutazione sembrerebbe determinarsi pertanto attraverso due possibilità: boicottaggio tout court, con il rischio che l’interpretazione del Miur determini invece effetti contro questa posizione, che si basa sulla presunzione del collegio perfetto; oppure scelta di docenti – ma, laddove sia possibile, anche di genitori e studenti – convinti della necessità di non creare discriminazioni e di tutelare la libertà di insegnamento.

Quale posizione assumere dipende, innanzitutto, dai rapporti di forza nei singoli collegi docenti. Prospettiva quest’ultima che, in questo momento di profondo disorientamento e di mancanza assoluta di certezze – oltre a quella di doversi opporre con ogni forza all’arbitrio configurato dalla 107 –, mi pare forse non la più giusta, ma la più praticabile.

Una nota di colore tipicamente italiana: le scuole private cattoliche

Periodica e puntuale arriva la richiesta dei vescovi affinché lo Stato intervenga con maggiori finanziamenti a favore delle scuole private cattoliche, che lamentano una inarrestabile diminuzione delle iscrizioni. Tralasciando al momento la incostituzionalità del finanziamento statale a scuole private, proponiamo una constatazione di Vincenzo Pascuzzi.

Diminuiscono le iscrizioni e alcune scuole cattoliche sono costrette a chiudere. È questo il proseguimento di un declino iniziato da anni, almeno 10, se non 20.

Cei, Avvenire, Famiglia Cristiana, Agesc, suor Anna Monia Alfieri rinnovano periodicamente grida e allarmi, danno la colpa alla crisi, lamentano la riduzione dei contributi statali (peraltro minimi e anticostituzionali), si appellano alla legge 62/2000 (anch’essa sospettata di incostituzionalità e sicuramente incompleta e zoppa), gli argomenti che propongono a sostegno sono sempre gli stessi, fragili se non inconsistenti, ma comunque fanno notizia, tentano sempre qualche politico.

Inutile riproporre a Cei, Avvenire, ecc. considerazioni già sviluppate e sempre snobbate per partito preso. Anche inutile suggerire nuovamente un ricorso alla Corte Costituzionale o una legge di modifica dell’art. 33, comma 2 della Costituzione: sono vie non gradite forse perché sicuramente perdenti.

Sulla questione può essere utile segnalare quella che potrebbe essere la causa madre o principiale della contrazione delle scuola cattoliche, e cioè la secolarizzazione sempre maggiore della società. Aumenta la secolarizzazione, diminuiscono le scuole cattoliche. Crisi economica, riduzione di finanziamenti statali sono concause marginali.

La secolarizzazione è testimoniata da alcuni dati statistici affidabili. Dati riportati nel “IX Rapporto sulla secolarizzazione in Italia”, curato dalla Fondazione Critica Liberale e dalla Cgil-Nuovi Diritti.

In venti anni – 1991/2011 – si sono verificate le seguenti riduzioni:

Preti, frati, suore: – 16%
Religiosi: – 33%
Religiose: – 30%
Battesimi: – 19%
Matrimoni in chiesa: – 6%

Il calo delle scuole cattoliche è in linea e compatibile con dette percentuali.

Quali novità sui giovani in Italia?

Sempre più poveri. Guardando la tabella del Rapporto “Social justice index” che riassume la posizione dei singoli stati membri in rapporto al livello di giustizia sociale, l’Italia si piazza al 25° posto su 28 paesi. Il rapporto sottolinea come ci siano ancora carenze “ancora gravi” del mercato del lavoro. Rispetto all’indagine del 2014, c’è stato un peggioramento in questo fondamentale: tra il 2008 e il 2014 il tasso di disoccupazione è quasi raddoppiato salendo dal 6,8% al 12,9%, mentre il livello dell’occupazione con una percentuale del 55,7% è rimasto stazionario a un livello molto basso (26° posto). Solo in Grecia e in Croazia si è registrato un tasso di occupazione ancora più basso. Per i giovani italiani la situazione “si presenta particolarmente drammatica“: dal 2008 al 2014 la disoccupazione giovanile è infatti più che raddoppiata, passando dal 21,2% al 42,7% (25° posto).

Sempre più mammoni. Non stupisce allora il fatto che un giovane italiano tra i 25 e i 34 anni su due viva ancora con mamma e papà, a fronte di appena il 3% dei coetanei danesi, l’11,2% dei francesi e il 29,2% della media Ue.

Se poi si allarga la fascia di età tra i 18 e i 34 anni, la percentuale si eleva ulteriormente: in questo range è il 66% dei giovani italiani vive a casa con i genitori. Che corrisponde a quasi 20 punti in più rispetto alla media dei 28 paesi Ue (48,4%), la più alta dopo la Croazia. La fotografia è stata tracciata da Eurostat e si riferisce al 2014. [torna su]

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SEGNALAZIONE

Milanosifastoria. Milano: il lavoro, la storia

E’ iniziata la seconda edizione di Milanosifastoria, dedicata a “Milano: il lavoro, la storia“.

Qui si può prendere visione dei programmi in progress delle singole iniziative della Settimana di apertura (Milano, Abbiategrasso e Sesto San Giovanni, 5-12 novembre 2015) della Seconda edizione del Progetto pluriennale Milanosifastoria: Milano: il lavoro, la storia (5 novembre 2015 – ottobre 2016), promossa da Comune di Milano e Rete Milanosifastoria, in collaborazione con Archivio di Stato di Milano, Soprintendenza Archivistica per la Lombardia e Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia – Ambito Territoriale di Milano, con il patrocinio del Dipartimento di Pedagogia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, del Dipartimento di Studi storici dell’Università degli Studi di Milano e del FAI (Fondo Ambiente Italiano) – Presidenza Regionale Lombardia, in gemellaggio con la Festa Internazionale della Storia di Bologna e con il sostegno di BPM (Banca Popolare di Milano) e Fondazione Cariplo.

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RISORSE IN RETE

Legge 13 luglio 2015, n. 107 qui.

La LIP – Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica

Questo è il sito della LIP e questo è il profilo facebook Adotta la LIP. In questo video ne parla Anna Angelucci.

Qui si può leggere il pdf della tabella comparativa, tra la “Buona Scuola” di Renzi e la “Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica“.

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Da Gelmini a Giannini

Bilancio degli anni scolastici 2008-2009, 2009-2010, 2010-2011, 2011-2012, 2012-2013, 2013-2014, 2014-2015.

Cosa fanno gli insegnanti

Vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Lavoratori Autoconvocati della Scuola Roma, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione, Comitato Scuola Pubblica.

Finestre sulla scuola e sull’educazione

ScuolaOggi, Edscuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, école, Movimento di Cooperazione Educativa (MCE), Foruminsegnanti, Like@Rolling Stone, Associazione Nonunodimeno, Gessetti Rotti, Quando suona la campanella, Gli Asini

Siti di informazione scolastica

OrizzonteScuola, La Tecnica della Scuola, TuttoScuola.

[torna su]

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Alberto Sabbadini)

2 pensieri su “Vivalascuola. La paghetta

  1. Carissimi, io sarei più che d’accordo, anche perché non capisco come lo Stato potrebbe “infilare” le mani nel mio conto bancario e non essere accusato di furto. Se avete un’idea su come non presentare le prove di come spendo i miei soldi, mi farebbe piacere aderire…

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  2. Cara Laura, l’articolo è il primo passo verso una possibile protesta, saremo più precisi, nel momento in cui la protesta diventasse un momento di aggregazione.

    L’idea (del tutto da definire) è quella di lanciare in varie sedi la proposta di non documentare le spese. Più che altro, una protesta del genere dovrebbe avere i seguenti requisiti:

    a) non essere individuale ma di gruppi organizzati (per esempio, gruppi che lavorino nelle stesse scuole);

    b) avere un’eco sufficiente sui mezzi di comunicazione, una volta partita;

    c) essere organizzata con la precauzione, comunque, di tenere gli scontrini comprovanti gli acquisti; nel caso in cui la protesta non avesse un buon seguito non mi pare che pochi testimoni servano;

    d) essere accompagnata da un’analisi che motivi il gesto di disobbedienza (in sintesi, gli argomenti espressi nell’articolo sui 500 euro);

    e) essere pubblicizzata adeguatamente.

    Di una tale forma di protesta sarebbe positivo il dato di disobbedienza civile, che non fa danno a nessuno ma che dice di “no” al tirannello di turno.

    Il tempo, una volta tanto è dalla nostra parte – abiamo davanti a noi un intero anno scolastico. Comunque, per prudenza, è bene che si tengano gli scontrini.

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