Provocazione in forma d’apologo 298

“La conoscenza è uno strumento, non un fine cui tendere per se stesso”.
Il tono non ammette repliche, e infatti lascio perdere.

Ma ci penso. Eh no, mio caro. La conoscenza come strumento è un concetto parente stretto del “sapere è potere”, della conoscenza-tecnica che porta con sé controllo e violenza. Mentre la conoscenza amata per se stessa (con tutte le cautele del caso, e quindi amata non certo idolatrata) confina con la filosofia. Che non è davvero quella cosa fatta solo di parole alla quale (forse per un amore tradito) a volte sembri farla assomigliare tu.
— Non ho capito niente, tu volevi dire… Lo so, lo so, mio caro. So quello che volevi dire: non intendevi affatto la conoscenza come potere in generale, ma come potere di far del bene agli altri. Questo volevi dire, ma non l’hai detto. L’hai sottinteso, d’accordo. Ma è uguale: sei sicuro che tutti, proprio tutti, si convenga su ciò che è il bene, e che gli altri siano ansiosi di lasciarselo somministrare? Ricorda, sei tu che citi sempre il classico adagio “conoscere il meglio e appigliarsi al peggio”, che in certi casi io mi permetto di modificarti in “conoscere il meglio PER appigliarsi al peggio”. Ripeto, per puro esercizio retorico ripeto: sei sicuro che quello che dici sia vero e sia giusto? Tu, evidentemente, sì; io no. È per questo che lascio che tu dica, e che la mia mente peregrini altre contrade.

8 pensieri su “Provocazione in forma d’apologo 298

  1. Interessante… ma ritengo che ogni cosa può essere fine o mezzo il problema è nell’approccio.

    Per i nostro piacere possiamo rincorrere un certo fine, ma per il bene degli altri dobbiamo saperlo usare come mezzo.

    Conservare e non rischiare è male spesso quanto strumentalizzare

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  2. ci sono aspetti del bene e del male che sono soggettivi e difficili da classificare, e spesso l’eccesso di conoscenza poco aiuta al loro discernimento, anzi tutt’altro!
    Un caro saluto

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  3. Caro Francesco,
    è vero. D’altra parte non sempre si è nelle condizioni di fare il miglior uso della conoscenza di cui si dispone.
    Un caro saluto a te,
    Roberto

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  4. Caro Roberto ,
    già altre volte sono stata colpita dall’originalità dei tuoi assunti, nonché dalle argomentazioni scelte a supporto delle affermazioni. Anche stavolta apprezzo il modo dialogante di portare avanti il tuo discorso e le risposte ai tuoi interlocutori.
    Non ho mai avuto un riscontro, per cui oggi non mi scervello con elucubrazioni intelligenti. Mi limito a condividere in generale ciò che ha aggiunto DO alle tue affermazioni ” Ogni cosa può essere fine e mezzo: il vero discriminante è l’approccio”. È anche vero che, se “per il nostro piacere possiamo rincorrere un fine, per il bene degli altri dobbiamo usarlo come mezzo”. Ora per il mio piacere vado a prendere in frigidaire un pezzo di torta e per il mio bene lo mangio: in questo caso fine e mezzo coincidono. Scusami se esprimo il mio consenso al tuo discorso serio ricorrendo a un esempio “voluttuario” personale. Ti e mi auguro di leggerti più frequentemente, ma sempre con contributi altrettanto interessanti. Carla Spinella

    PS: Dopo la torta scriverò una poesia (seria) che mi tormenta dal risveglio. CS

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  5. Gentile Carla,
    questo mio spazio non vuole tanto porsi e risolvere in maniera esaustiva delle questioni di puro principio, quanto mettere in guardia contro delle soluzioni che sembrano e magari possono anche essere perfettamente sensate e giuste, ma che rischiano di funzionare da cavalli di Troia per veicolare l’ingiustizia. Ora, se si parla di fette di torta mi va tutto benissimo, e mi metto in coda per riceverne una anch’io. Ma se si proclama una magari “neutra” strumentalità della conoscenza, si rischia di lasciar passare l’idea che “sapere è (comunque) potere (fare qualche cosa)”, ciò che di primo acchito sembra preferibile al non sapere. Io ad esempio non so pilotare un aereo da combattimento, e a questo punto dovrei sentirmi in forte soggezione nei confronti del superuomo che sapendo quale pulsante spingere è in grado di arrostirne migliaia con un gesto solo.
    Mi rendo conto di non essere in sintonia con questa felice età di progresso, ma a me ad esempio non interessa “il fare” sic et simpliciter, ma che cosa si fa, per chi, con che cosa, a quale scopo, ecc. Altrimenti un tagliagole molto efficiente potrebbe risultare più in gamba e (quindi) più rispettabile di un benefattore che fosse meno efficiente di lui, e la cosa non mi sorride affatto.
    Un saluto,
    Roberto

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