L’attimo di una farfalla. Sulla poesia di Monica Martinelli

cop
di Lucianna Argentino

Durante la presentazione a Roma, lo scorso maggio, del libro di Monica Martinelli “L’abitudine degli occhi” (Passigli, 2015), Claudio Damiani tra le tante cose interessanti ha detto anche che la nuova poesia si è, finalmente, accorta che c’è un “fuori” per cui lo sguardo del poeta si è rivolto all’esterno. Ora non è questa la sede in cui discutere approfonditamente su questo stimolante tema che, tra l’altro, mi riporta alla mente Michel Foucault e il suo “Il pensiero del fuori” là dove il filosofo scrive che “l’essere del linguaggio appare di per se stesso solo nella scomparsa del soggetto”. Credo che fosse questa la direzione in cui procedeva l’affermazione di Claudio Damiani parlando della poesia di Monica Martinelli, è indubbio, infatti, che rispetto alle precedenti raccolte (“Poesie e Ombre” e “Alterni presagi”, di cui parlai sul blog Viadellebelledonne) c’è in quest’ultimo libro, in cui pure si ritrovano temi a lei cari, la stessa atmosfera umbratile unita a un ampliarsi della visione, a un respiro più largo che testimonia dell’ampliarsi del dentro. L’accrescersi dell’esperienza di vita e quindi della consapevolezza di sé aumenta la capacità di ospitare il fuori (tra l’altro è stato proprio Rondoni a ricordarci come etimologicamente autore è colui che fa accrescere). Ospitarlo nel medesimo istante in cui ci si sente “ospiti sgraditi” o forse non in grado di corrispondere alle regole che l’ospitalità richiede per via di quel senso di inadeguatezza che fa sì che la poesia divenga il luogo in cui esercitarsi a vivere la propria vita, quella che proviene dal più profondo di noi stessi e non ci è imposta dall’esterno. Esterno che assume una grande importanza per la poetessa in quanto è lo specchio in cui si tracciano le sue geometrie interiori, in cui la sua poesia afferra e si afferra alla realtà per cercare di coglierne il senso. Tuttavia non si avverte nella poesia di Monica Martinelli la volontà, la possibilità di colmare le antitesi tra visibile e invisibile, tra vita e morte, tra dolore e gioia, tra dolore e amore pertanto rimane una distanza tra lei e le cose che sembra incolmabile e che ben rappresenta la nostra attuale condizione storica per cui la riconciliazione non è tra dentro e fuori, tra intimo ed esterno ma un tra dentro e dentro, quando le cose stesse sono fagocitate dal nostro non essere capaci di farne altro. Per questo concordo ancora con Damiani quando parla di un’ironia sotterranea, “sublimata”, ha sottolineato, sublimata secondo me all’interno del linguaggio poetico che la poetessa usa, sceglie e che è piano, pacato, userei anche l’aggettivo dolce se non facesse pensare a buoni ed edulcorati sentimenti perché in Monica Martinelli indica tutt’altro. La pacatezza e la dolcezza sono l’espressione del suo avvicinarsi alle cose senza alcuna forzatura se non quella che nasce da un’esigenza di autenticità che non prevede un approccio duro, violento a ciò che ci circonda ed è parte con noi di un comune destino e forse ancor più di una comune origine. Per questo nell’ironia della Martinelli risuona anche una certa amarezza tant’è che Damiani stesso citando la poesia “Quale mimosa” sente di dover tirare in ballo “La ginestra” di Leopardi, simbolo della condizione umana declinata nel segno della debolezza e della fragilità in contrapposizione alla forza della Natura a cui la ginestra oppone una coraggiosa ma precaria resistenza. Non sembra della stessa opinione Davide Rondoni che nella prefazione definisce il libro della Martinelli “frenetico e violento”. In effetti ci sono dei momenti in cui la scrittura si fa veemente ma senza l’urlo, il grido; la scrittura della Martinelli scaturisce da un soprassalto di ribellione, di voglia di affermare la propria identità che tuttavia sembra un maldestro tentativo, un po’ come una mosca che continua a sbattere contro il vetro della finestra. E questa è pure la condizione di ciascuno di noi, almeno in alcuni momenti difficili della nostra esistenza: “Potessi rinascere ghiaccio/ per sciogliermi al sole/e non un essere umano/ alla fine del viaggio/ su un pianeta che muore”. Ma Monica Martinelli ha, e qui concordo con Rondoni, coraggio e umiltà nel suo stare nell’”incrocio” tra la morte e l’amore: “E quando scopriamo cos’è amore/ che arriva impetuoso e ci abbandona fragile/comprendiamo che non tutto ciò che ha nome/esiste o dura”.
Colpisce come il senso della vista presente sin dal titolo e che percorre tutto il libro, sia considerato in una accezione negativa: “Ma vedere è un subire in permanenza” scrive la poetessa e nel verso successivo: “Non si può scegliere cosa guardare”, come se l’esposizione delle cose del mondo abbia in sé qualcosa di osceno e che esponendosi così spudoratamente il mondo in realtà si celi, ci celi la sua e la nostra verità dunque il poeta non brancola nel buio, nel vuoto ma tra le cose che si mostrano senza pudore, tra la loro accecante presenza.
Prima di concludere volevo spendere due parole sul termine “abitudine” che compare nel titolo ma che ritroviamo anche in altri testi all’interno del libro e dunque appare subito chiaro che per la poetessa è una parola importante e ce lo spiega nella poesia iniziale: Penso non sia il cambiamento/ ma l’abitudine/ L’unità di misura dei viventi,/ ciò che rassicura e ci consola/ ciò che ci viene naturale fare. L’abitudine anche come luogo in cui ritrovare dei punti fermi in una vita che spesso tende a confonderci, a spiazzarci e come personale adattamento adattamento alla realtà perché ognuno ha le sue abitudini diverse, a volte solo per piccoli dettagli, da quelle degli altri e poi una volta radicate sono difficili da estirpare, proprio per il loro carattere rituale, teso a ristabilire un equilibrio in noi attraverso gesti esteriori. Riguardo all’abitudine degli occhi del titolo Monica Martinelli durante la presentazione ha dato la sua autobiografica spiegazione parlando della sua miopia che a volte la porta a fare cose, a compiere gesti, per abitudine pur non apparendole nitide, proprio il contrario di ciò che fa la poesia che ci rende nitide le cose che per abitudine siamo portati a vedere sfocate o a non vedere affatto, a non dare loro importanza. Un libro, dunque percorso dalle domande universali che a ognuno di noi è capitato di porsi ma la Martinelli come tutti i poeti, non persegue la risposta assoluta, definitiva sul perché del nostro essere qui ma attraverso la poesia cerca di fare della vita un cammino di consapevolezza e di amore: “o in quel sasso che riflette luce e si chiede qual è il suo posto come io qui.”

C’è dato un tempo
per ogni tempo.
C’è una magia in ogni cosa,
nel perdono
in un bacio che ferma l’addio
nella ragione di essere nati.

Penso non sia il cambiamento
ma l’abitudine
l’unità di misura dei viventi,
ciò che ci rassicura e ci consola
ciò che ci viene naturale fare.

E poi gli occhi,
con cui misuriamo la realtà
che sia di fiato e di sabbia,
che ci prepari alla nostalgia
o all’abbandono.

È come seguire la danza
di una foglia nel vento
e indovinare da quale parte cadrà.

***

Sassi e molecole riempiono il selciato,
orecchiette e ventricoli
operai instancabili
sentinelle d’eventi indecifrabili.
Ho bisogno di ossigeno
per essere accettabile.
Siamo chicchi macinati
da implacabili ingranaggi
in balia di sorprendenti ribaltamenti.

Il tempo m’incalza e mi adeguo
nell’attesa.
Niente è più pietoso di aspettare
quello che già si conosce.
Ma niente si conosce
se non l’attimo d’una farfalla.

A cuore aperto

Negli altri non so distinguere
un cuore stretto, a spigoli
da uno largo, aperto.
Mi perdo l’anima nel compostaggio
di sfalci e ramaglie.
Una tramoggia mi divide in due
mi stacca il cuore,
la parte di me più grande
da contenere quanto più si può,
da contenermi tutta.

Il volo mi sbatte in alto
gettata in aria, nell’inferno
tra piroette di carta e pioggia di cenere
risucchiata da un aspiratore potente
che non ha pietà.
Pure lì provo a cercarti
ma la scommessa è persa
ogni livido ha la sua pena,
ogni illusione la sua trasparenza.

Io invece vorrei cadere
con la grazia di un passero ferito all’ala
che volteggia in tentativi
ma subito plana di dignità.
Non ho un’altra possibilità,
negato il desiderio di rigenerarmi.
Sazia di tempo e di forma
mi costringo a seguirti,
inutile calamita del cielo.

***

Cerco una carezza superstite
una carezza d’affetto
avanzata nella giostrina d’incontri
nei gesti arditi del dare,
quando ormai la mano è inchiodata
a orrori di solitudine.

Forse, cerco una carezza per vivere.

***

Tra cera colata
e odore di incensi e memorie
si consuma la vita su mosaici
scoloriti da occhi e tempo.

Visi e teschi si fanno compagnia
in un avello senza tormento.
Il sacrificio del corpo e del sangue
si riduce a un fermo immagine
nel mestiere moderno di fare copia
e calco di ogni cosa sia stata nella storia.

Ma anche riprodurre è un’illusione
se il tempo non si ferma, non rimane.
Ecco perché qualunque senso è poco
di fronte a ciò che ci fa più grandi.

Firenze, Chiesa di San Miniato

***

Volevo sentire il rumore del mare
nella conchiglia nascosta dalla sabbia,
troppo piccola per conservare suoni.
Se la pelle ferita lacera il tessuto
la speranza che ha nome di promessa
si alza in volo verso spazi nuovi.
Come sappiamo che oltre l’orizzonte
c’è qualcos’altro che ci tiene sospesi,
un filo d’erba dove si posa un’ape,
una stanza vuota da abitare.

***

Il lungo sasso tagliato dalle nuvole
ha il morbido sapore dell’estate.
Il passaggio di mandrie al pascolo
ci sorprende in quel vento
dove l’aria ha un suono familiare
e anche le case hanno un nome.

Riflessi di luce si appoggiano
su sentieri di piombo.
Ti specchi in quel lago senza nome
mentre cerchiamo un rifugio
che sciolga la paura
di mostrarci al cielo.

E si può solo domandare
il perché di tanta bellezza.

Sassolungo, Ortisei

Quale mimosa

Catturi la luce e la rifletti generosa.
Un boato di colori
rami ricchi di fiori,
gemme gialle e dorate
si contendono lo spazio verticale.
Fragranze piene spandi intorno.
Resto attonita a guardarti,
mi riempi gli occhi
di fugace bellezza.

Appari rigogliosa
gioiosa mimosa.
Armonioso svettare,
una benda al cielo.
E nel tuo impetuoso sbocciare
la vita ti ama,
errato simbolo di un giorno
che non ti appartiene.
Una sorpresa, un momento:
è già finito l’inverno?
Eppure fino a ieri
cadevano le foglie.

8 marzo 2011

Monica Martinelli è nata a Roma e lavora nella Pubblica Amministrazione in un settore economico-finanziario.
A fine 2009 ha pubblicato il libro di poesie con prefazione di Walter Mauro dal titolo Poesie ed ombre, Tracce editore.
A dicembre 2009 ha vinto il Premio letterario “La città dei Sassi di Matera” per la sezione poesia inedita.
A fine 2011 ha pubblicato il libro di poesie dal titolo Alterni Presagi, Altrimedia editore, con prefazione di Plinio Perilli.
A marzo 2015 ha pubblicato il libro di poesie L’abitudine degli occhi, Passigli editore, con prefazione di Davide Rondoni.
Ha pubblicato poesie sulle riviste “Poeti e Poesia”, “Poesia” e “Orizzonti” e racconti e poesie su varie antologie e blog letterari come ViaDelleBelleDonne, Neobar, La presenza di Erato, L’ombra delle parole.
Il libro L’abitudine degli occhi è arrivato nella rosa dei candidati finalisti del Premio Camaiore ed. 2015 ed è stato segnalato al Premio Frascati Poesia 2015.
E’ redattrice della rivista di cultura letteraria e arte “I Fiori del male”.

10 pensieri su “L’attimo di una farfalla. Sulla poesia di Monica Martinelli

  1. Con tutto il rispetto per la silloge di Monica Martinelli e per la recensione di Lucianna Argentino, ritengo completamente inopportuno e fuori luogo qualsiasi riferimento, come ho visto a piè di pagina, alla produzione poetica di mio cugino Beppe Salvia. Rosa Salvia

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  2. Rosa cara devi aver frainteso a piè di pagina ci sono gli articoli collegati ma nella mia recensione non c’è alcun riferimento alla poesia di tuo cugino Beppe e anche se ce ne fosse stata io al tuo posto non me ne sarei risentita ma rallegrata.

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  3. Cara Lucianna, non vorrei essere fraintesa. La tua interessante e così ben argomentata recensione alla silloge senz’altro da leggere di Monica Martinelli della cui poesia ho già in passato avuto modo di conoscere levità e originalità, non ha nulla a che vedere con la mia riflessione. E’ sul libro della Fandango su mio cugino Beppe che avrei da ridire… E’ da secoli che ci si aspetta una riedizione più curata del libro.

    Liked by 1 persona

  4. “L’abitudine degli occhi” è un canto alla vita e tutto in questi versi parla di un profondo sentire, di un lontano vedere, di un autentico esistere interrogandosi, riflettendo, soffermandosi sulla natura, sulle parole, sui sentimenti.

    Grazie Monica! Grazie Lucianna!

    Rosaria Di Donato

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  5. Ringrazio per l’ospitalità e per quanti hanno qui speso parole e apprezzamenti sul libro e la mia poesia, e ringrazio particolarmente Lucianna Argentino per l’intensa e centrata recensione de L’abitudine degli occhi, in grande sintonia col mio sentire, che fornisce una illuminante chiave di lettura sul significato di abitudine per me e sul senso della vista e della vita alla ricerca di un’armonia con la poesia.
    Grazie a tutti.
    Saluti
    Monica

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