ANNA di Niccolò Ammaniti

di Massimo Maugeri

Anna«Figli miei adorati, vi amo tanto. (…) La mamma se ne sta andando per colpa del virus che si è diffuso in tutto il mondo. Queste sono le cose che so sul virus e ve le racconto così, senza bugie. Perché non le meritate». Sono frasi tratte da un quaderno che riporta sulla copertina consunta il titolo “Le cose importanti”. Le ha scritte Mariagrazia, madre di Anna: la ragazzina tredicenne protagonista del nuovo romanzo di Niccolò Ammaniti (“Anna”, Einaudi, p. 275, € 19).
Ci troviamo in una Sicilia attanagliata da questo virus (“la Rossa”) che, partendo dal Belgio, ha cominciato a diffondersi ovunque decimando la popolazione. Si manifesta con macchie rosse sulla pelle, tosse, febbre, croste sulle narici e sulle mani. E non lascia via di scampo. Colpisce tutti, tranne i bambini. Anche loro tuttavia sembrano destinati a soccombere, giacché il virus è legato agli ormoni della crescita ed è praticamente impossibile sopravvivere a lungo superata la soglia dei quattordici anni di età.
È in questa Sicilia devastata dalla Rossa e dalle sue conseguenze che Anna, con sottobraccio il suo quaderno delle “cose importanti”, va prima alla ricerca del fratellino Astor – che pare esser stato rapito da una banda di ragazzini – e poi (spostandosi dal trapanese verso Palermo, Cefalù, Messina) a inseguire una speranza di salvezza che si pensa possa albergare oltre lo stretto, dove forse è sopravvissuto qualcuno dei Grandi che potrebbe aver prodotto un vaccino contro il virus.
Ho avuto modo di definire come “letteratura del contagio” quella a cui sono ascrivibili libri che affrontano problematiche connesse alla diffusione di epidemie (tra cui opere del calibro de “I promessi sposi” di Manzoni e “La peste” di Camus). Il nuovo romanzo di Ammaniti rientra in quest’ambito. Se poi allarghiamo la visuale includendo i romanzi “post-apocalittici” (incentrati sulla lotta per sopravvivere in un mondo che pare volgere alla fine) vengono in mente molti grandi successi della letteratura internazionale, tra cui (ne cito tre): “Cecità” di Saramago, “La strada” di McCarthy, “L’ombra dello scorpione” di King. In “Anna”, Ammaniti introduce la variante di un mondo post-apocalittico che, per via delle peculiarità del virus, è popolato solo da bambini e da ragazzini i quali devono organizzarsi per farcela da soli (e qui il pensiero va a “Il signore delle mosche” di Golding). Come potrebbero vivere, i bambini, in assenza di adulti? In che forme sociali si potrebbero organizzare? A quali leggende o dicerie finirebbero per credere? Come muterebbe, per loro, il valore della “memoria”? Ammaniti sembra porsi tali domande e prova a fornire risposte raccontando questa storia.
Cambia tutto, in questa Sicilia post-apocalittica in cui Anna si trova costretta a muoversi: si arraffa quel che si può, si torna al baratto, si convive con il pericolo costante. Muta persino il rapporto con l’esistenza e la percezione della vita e della morte. I resti umani, le ossa, diventano parte dell’ordinario, come certi paesaggi urbani. Lo stesso concetto di futuro tende a coincidere con lo scarno allungamento di un presente malato e provvisorio. È indicativo un dialogo notturno tra Anna (già sulle soglie dei quattordici anni) e un suo coetaneo: Pietro (che accompagna lei e il piccolo Astor nel viaggio verso il Continente). Parlano della vita dei cani. «In quattordici anni fanno tutto. Nascono, crescono e muoiono», dice Pietro. E aggiunge: «Alla fine non conta quanto dura la vita, ma come la vivi. Se la vivi bene, tutta intera, una vita corta vale quanto una lunga. Non credi?».
Così come ci aveva abituato nei precedenti romanzi, Ammaniti ci consegna una storia caratterizzata da una scrittura fluida che procede “per immagini” e che ben si presta per la sceneggiatura di un film (Gabriele Salvatores, regista di “Io non ho paura”, ha già manifestato i suoi apprezzamenti sull’opera); una storia che assorbe al suo interno gli stilemi espressivi di parte della cultura pop che ha influenzato molti degli autori nati tra la fine degli anni Sessanta e la prima metà dei Settanta (dai cartoni animati giapponesi ai fumetti, dal cinema alle serie tv) e che trascina il lettore dentro le vicende narrate viste con gli occhi di questa coraggiosa ragazzina e intramezzate da flashback del mondo pre-apocalittico. Un storia aspra con il finale aperto, dove – come scopriranno i lettori – rimane accesa una piccola speranza di salvezza. Una speranza che procede su un paio di scarpe da passeggio.

[articolo pubblicato sul quotidiano “la Sicilia”]

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Massimo Maugeri cura Letteratitudine (blog, news, radio)

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