Le voci del Pretorio. Il romanzo epistolare di Angelo Ascoli e Pasquale Vitagliano. La sesta mossa

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Sesta risposta

Caro Daniele,
Ci sono delle morti che aiutano a vivere. Perché ci sono delle persone che sono già morte per noi, e che ci restano avvinghiate, soffocandoci, pur senza cercare, né noi né loro, l’abbraccio. Ineluttabilmente. E altrettanto inevitabilmente sono destinate a ucciderci o a morire. Rosaria era già morta per te, lo era prima che vi incontraste a Caserta, davanti a un testimone involontario e imparziale che il destino, l’assassino, la vittima forse ha tenuto lontano.

Ho letto le carte che mi ha pregato di consegnarti. Adesso capisco in quale pozzo sei andato a gettarti. Non so se la passione può portare un uomo a questo limite. Se penso a me e ad Elena, mi pare comprensibile. Ma se mi astraggo dalle nostre vite parallele, la tua storia mi riappare come una incosciente corsa contromano.
Avevo immaginato che Rosaria fosse il vero senso della tua fuga a Milano. E non per paura, no, semmai per timore di non sentire e riconoscere più la paura; per l’impossibilità, l’incapacità di vivere accanto e lontano, qui e lì. Perdonami, Daniele: ho pensato, ho creduto che il tuo inganno nascondesse il delitto. In realtà, lo preparava, mi risponderesti tu, e soltanto il destino ancora una volta ha fatto fallire il tuo delitto. La tua follia: non è, non era d’amore. Ti conosco, so, mi hai detto, magari negandolo, che la tua passione era la disperazione di non amare più e, improvvisamente consapevole, l’incapacità di accettarlo. Se ti dico che anch’io nei miei pensieri, nei miei desideri, nei miei sogni, non nei miei incubi, ho ucciso una, cento volte Elena; se ti confesso che staremo insieme all’inferno degli assassini rimasti innocenti soltanto per uno scarto del destino o uno sbuffo di vigliaccheria, non interpretarmi come un maldestro consolatore. Rosaria è morta e i morti non sono mai vincitori; Elena è viva, ma è morta per me, non so più neppure dove sia finita, e questa è la sconfitta, o se vuoi, la sua vittoria.
Non è cinismo, Daniele: Emilia è morta, Elena è un fantasma, noi siamo colpevoli ma la nostra colpa ci rende vivi. E la vita regala agli amanti l’innocenza. E agli amati il dolore. Nel vuoto delle nostre passioni sepolte e assenti, spunta il mistero di quell’uomo: l’uomo di Rosaria. Lui, l’unica carne dolorante e sanguinante in questa storia di fantasmi e di silenzi di cui dobbiamo tirarci fuori, colpevoli o innocenti, comunque vivi.
Mi domando se quest’uomo, “una persona semplice, molto meglio di te”, esista davvero? O è un altro fantasma che Rosaria, o tu, o voi due avete creato per nascondervi dietro le vostre incertezze, i vostri rifiuti? Non sei stanco, mio caro Daniele, di questi fragili giochi di specchi? Non senti anche tu il bisogno che un vento gelido ci faccia rabbrividire, ci faccia persino lacrimare di freddo, ma ci sferzi, almeno, ci risvegli?
Chi è quest’uomo? Sono stanco di chiudere ogni mia lettera con domande di cui temo la risposta: oggi so che solo la tua mente ha ucciso; domani cos’altro scoprirò?

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