Camillo Sbarbaro, poeta dei licheni

Sbarbaro
di Augusto Benemeglio

1. Il miracolo dei licheni

Ecco Camillo Sbarbaro, con la sua vita tenacemente appartata, con la sua solitudine da cercatore di licheni, con la sua esistenza immobile, eccolo il cantore di Pianissmo, il cantore di Trucioli, dare senso, dignità e storia ad una condizione da minimo, da esiliato, da estraneo, da emarginato, da “frammento”, che è in realtà la sua grande lezione morale e letteraria di un italiano anomalo che s’affacciò nel deserto della sua anima : “Nel deserto/io guardo con asciutti occhi me stesso”.
Ma in realtà – dice Carlo Bo – Sbarbaro non aveva nè lezioni da prendere, nè da dare, la sua scuola era diversa da tutte le altre scuole, non aveva pareti, non aveva maestri all’infuori della sua sensibilità, né gli interessavano i viaggi, tant’è che non si allontanò mai dalla sua terra, la Liguria:
«Si fanno a un tavolo d’osteria i più meravigliosi viaggi».
La poesia – diceva Bo – può essere pietra, fiore, arbusto o lichene: il compito è andare a cercarla, a coglierla, a estrarla, a catalogarla in un lento recupero, con un assiduo lavoro, con intensa ricerca e farsi contagiare. E il “marinaio” Sbarbaro, salvato da un tremendo naufragio, travolto dalle tempeste, sballottato qua e là dalle onde, avvilito per l’umano stato di impotenza davanti alle forze della natura, ormai esausto e quasi annullato, finì per sentirsi quasi un privilegiato nel poter ancora avere tra le mani quelle misere rimanenze, quelle poche cose che s’erano salvate e potevano diventare simboli, strumenti per difendersi dal mondo, per trasformare la diffidenza di un poeta in un ricercatore di licheni di riconosciuta fama internazionale, un poeta in simbiosi con la natura inerte: «Forse mi vado mineralizzando. Già il mio occhio è di vetro, da tanto non piango; e il cuore, un ciottolo pesante».
A chi , come Montale, gli chiedeva perché i licheni, lui diceva che gli interessavano come forma negletta, povera di vita, minimizzando la sua competenza specifica:
“Sui licheni scrissi fin troppo, sempre cercando una spiegazione a questo hobby; nessuna conoscenza specifica, solo curiosità, piacere visivo, simpatia: la stessa che mi fa avvicinare tutto quello che non è vistoso, per gli altri senza importanza, misero”.

In una fredda giornata di dicembre del 1966, poco prima di morire, Sbarbaro raccolse l’ultimo lichene, il Theolocarpon robustum Eitner, sulle rocce della stradina che da casa sua, a Spotorno, portava in campagna: per staccarlo con il suo scalpellino si arrampicò sulle pietre e scivolò. Era anziano, aveva settantotto anni. Fu così grande la paura che contrassegnò con una croce il pacchetto contenente quell’ultimo lichene.
«La vita è disperazione perché non si lascia cogliere nel suo senso ultimo… la contemplazione è alla fine il solo modo di possesso che sia concesso alle creature».
E poi concluse: «In due casi il mio amore per i licheni soffre eclissi: quando sono innamorato e quando scrivo. Vide giusto allora chi senza conoscermi lo diagnosticò una forma di disperazione».
Nel suo eremo, il miracolo dei licheni, (“una muffa più un fungo, due debolezze che fanno una forza”) fu ciò che lo tenne radicato alla terra: per non sentirsi solo, per evocare un amore, perché “in ogni lichene riconosceva una vita fraterna”.

2. Il silenzio dell’anima

Ecco Camillo Sbarbaro, uno che visse in discrezione e povertà: aveva quattro libri, un tavolo, un letto, non volle mai nessuna comodità nella sua piccola casa di Spotorno, in cui visse, spartanamente, con la massima frugalità, insieme alla sorella Clelia.
Era uno che regalava meraviglie per gli occhi di chi sa vedere, per chi sa sentire le cose col cuore, ma anche per chi cerca la verità nuda, un modo spoglio di esistere, senza illusioni. Se andate al Museo di Scienze Naturali di Genova, ritroverete la ricchezza infinita del suo erbario e il suo ineffabile ritratto di uomo, scienziato e poeta “minimo”, vivo testimone del nostro tempo, in costante lotta, tutta interiore, per immunizzarsi dai bla bla, dalle sirene della vita circostante, fino ad arrivare al momento del tacere, al momento del silenzio, da perfetto eremita; eccolo davanti allo spettacolo “minimale” delle poche cose che erano davanti alla sua casa, dove ascoltava il silenzio dell’anima, il silenzio del mondo, l’estraneazione da tutto, da sé e dalle cose, dal presente, dal passato e dal futuro, in una condizione irrevocabile, senza vie d’uscita. Eccolo, dinanzi al suo grande deserto:
“ Taci, anima stanca di godere/ e di soffrire// Nessuna voce tua odo //come il corpo, ammutolita// in questo grande deserto “

3. Leopardi e Baudelaire

Non vuole fornire analisi o diagnosi eppure inspiegabilmente il suo sgomento del vivere, il suo male di vivere, sarà fonte di contagio per tanti dopo di lui, a partire da Montale. La linearità della sua poesia esprime una sorta di estraneità radicale alla vita, quasi un enigma minuziosamente ideato e composto, una misteriosa contemplazione senza contrasti e senza giudizi.
Pianissimo è la morte dell’anima, è l’impossibilità di stabilire relazioni col mondo assumendo tutto ciò come fatto indiscutibile, con la severità ed assolutezza di una spietata autocoscienza: “ Tutta la mia vita è nei miei occhi / Ogni cosa che passa la commuove/ come debole vento un’acqua morta/. Io sono come uno specchio rassegnato/ che riflette ogni cosa per la via./ In me stesso non guardo perché nulla / vi troverei.
Sembra che faccia una lugubre, spoglia, secca meditazione della poetica di Leopardi con lo stile e la tradizione classica dei decadenti francesi, a partire da Baudelaire, ma con accenti più rigorosi e disincantati.
In realtà, qui, il centro dell’ispirazione è l’amore del “resto, dello “scarto”, la poesia degli uomini falliti e delle cose irrimediabilmente oscure e mancate: bolle di sapone, épaves, trascurabili apparenze, arsi paesaggi, strade fuori mano… «Sulla vertebra nuda della strada, sui monti calvi e calcinati l’aridità s’accanisce: e gli spruzzi di schiume amare del mare sono lo specchio di una simbolica vicenda personale».

4. Solo ciò che non si paga costa.

Ecco Camillo Sbarbaro dal discorso fatalmente interrotto, frantumato, residuale , che vedeva un mondo dove gli altri non vedevano nulla, o faticavano a veder qualcosa di interessante, e un uomo che non derogò mai dalla sua intima connessione, dalla sua linea spezzata, uno che pose a fondamento della sua poesia l’essenzialità e la purezza, e un suo incanto misterioso, in un mondo senza significato:
“Ognuno resta con la sua sperduta / felicità, un po’ stupito e solo, / pel mondo vuoto di significato”.
A chi gli chiedeva se era contento di sé, Sbarbaro rispondeva con ironia: «Io sono, per quel che è dato, un uomo felice, perché non ho mai fatto nulla nella mia vita di faticoso, di sofferto, di costretto; ho fatto tutto con mio piacere; e sono un uomo anche ricco, avendo più di quanto mi abbisogna». In piena epoca di boom economico ( anni ’60) non aveva niente: né telefono, né televisione, né frigorifero. Sbarbaro amava l’isolamento nel quale viveva, e non voleva assolutamente venisse turbato. La vita modesta affondava nelle sue radici, aveva tutto ciò che desiderava. Un buon caffè, una passeggiata per procurarsi le verdure che più gradiva, pesce buono, ogni tanto una colazione a Borgio Verezzi, e voleva pagare tutto, non voleva favori perché – diceva – solo ciò che non si paga costa. E gli amici? “Amico è con chi puoi stare in silenzio. Raramente lo vedevi seduto, aveva sempre qualcosa da fare: nella vita – diceva -, come in tram, quando ti siedi è il capolinea.

5. Restare giovani è scordare

Ha attraversato la vita senza lasciarsi cambiare: le convinzioni sono rimaste le stesse, senza cedimenti, senza rinnegare mai la propria natura: “a lui bastava il vivere com’era, talvolta crudele e spesso amaro”, disse un amico; superò i momenti peggiori, le crisi depressive, con la consapevolezza che «nella vita come in trincea alzi la testa e fischiano le pallottole», con l’amara considerazione che «restare giovani è la memoria che via a via si spoglia da sé dell’ombra, non ritiene che attimi di luce: una fiammata di papaveri, l’assolo di una cicala… restare giovani è scordare».

Ecco Camillo Sbarbaro, voce nuda e scabra della Liguria, poeta minimo, poeta dimenticato, che cerca di superare il lampo istantaneo, la sospensione, lo stupore, il rinvenire la propria esistenza nell’incontro con la propria terra, il “truciolo”, il sughero che galleggia nell’incerto mare, la scia della nave, lo sforzo d’ali:
«Mi tocco per sentir se sono. / E l’essere e il non essere come l’acqua/ e il cielo di quel lago si confondono»:
Eccolo che si specchia per l’ultima volta nel paesaggio arido della Liguria ( “questa aridità mi sostenta// ma per dissolvermi”), eccolo nel suo deserto, filo d’erba, lucertola, sasso, lichene, eccolo ad inseguire “la vita che sfugge incompresa”.

Roma, 19 novembre 2015

13 pensieri su “Camillo Sbarbaro, poeta dei licheni

  1. Pingback: magari | ATBV

  2. Grazie a te, Sparz, perché non è facile trovare persone che ricordino un poeta così schivo e appartato come Sbarbaro, direi un personaggio così in “controtendenza” con tutto ciò che è oggi il nostro mondo, la nostra società, il nostro modo di pensare e vivere , che è quello dell’ “avere” e non “essere”, il nostro smodato desiderio di voler comunque “apparire” (se non vai almeno una volta in TV è come se non avessi vissuto). C’è poi da fare un paio di considerazioni sull’uomo, non trascurabili: la prima è che fu costretto a lasciare il suo posto di insegnante di latino e greco , a cui teneva molto, perché RIFIUTO’ di iscriversi al partito fascista ; la seconda è che diventò un erborista di fama internazionale, tant’è che le sue raccolte di licheni furono acquistate da diversi musei europei e americani. Insomma, non stiamo parlando di un’anacoreta, ma di un uomo di grande carattere e di saldi principi, che – come tutti i grandi uomini – scelse la modestia, l’umiltà e la semplicità come sistema di vita. E inoltre , -come dimostra Ema, con la sua citazione, – non era un uomo privo di ironia.

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  3. Si fanno a un tavolo d’osteria i più meravigliosi viaggi.
    Amico è con chi puoi stare in silenzio.
    Nella vita – diceva -, come in tram, quando ti siedi è il capolinea.

    Un lichene da scoprire nelle riserve naturali della poesia. e della vita.

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  4. Vero, verissimo, cara Robysda, quel che dici. Grazie di essere intervenuta. Colgo l’occasione per correggere un’asserzione, segnalatami da un mio quasi omonimo (Augusto ? ) che aveva conosciuto Sbarbaro. Non è vero che il poeta non avesse mai viaggiato. Era stato in alcuni paesi europei, per ricevere “premi” per la sua attività non letteraria, ma di straordinario esperto e studioso di…licheni.

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  5. …. un piccolo omaggio al grande Sbarbaro, una sua poesia in tedesco…(suona e parla anche nella mia lingua-madre…)

    Esco dalla lussuria. M’incammino
    per lastrici sonori nella notte.
    Non ho rimorso o turbamento. Sono
    pacificato – immensamente.
    Pure
    qualche cosa è cambiato in me, qualcosa
    fuori di me.
    Ché la città mi pare
    fatta paurosamente sorda e vuota:
    una città di pietra che nessuno
    abiti, dove la Necessità
    sola conduca i traini e suoni l’ore.
    A queste vie che echeggiano deserte,
    a queste case mute sono simile.
    Partecipo alla loro indifferenza,
    alla loro immobilità. Mi pare
    d’esser sordo ed opaco come loro
    d’esser fatto di pietra come loro.

    I cari volti cotidiani sono
    impalliditi nella lontananza,
    estenuati quasi a ricordi.

    Tra me ed essi s’è frapposto il mio
    Peccato come immobile macigno.
    E mi dicesser che mio padre è morto,
    sento bene che adesso non potrei
    piangere…

    Sono confinato fuori della vita,
    una machina io pure che obbedisce,
    come il traino e la strada necessario.

    Ma non riesco a dolermene.
    Cammino
    per lastrici sonori nella notte.

    Ich habe Unzucht getrieben. Ich laufe
    über das klingende Pflaster der Nacht.
    Es reut mich nicht, noch bin ich verstört. Ich bin
    vollkommenen befriedet.
    Doch
    etwas hat sich in mir verändert und etwas
    außerhalb meiner.
    Dass mir die Stadt
    so entsetzlich taub und leer vorkommt:
    Stadt aus Stein, von niemandem
    bewohnt; Notwendigkeit allein lenkt hier
    Wagen und Stundenschlag.
    Dem leeren Echo dieser Straßen
    und ihren stummen Häusern gleiche ich.
    Ich bin Teil ihrer Gleichgültigkeit,
    ihrer Reglosigkeit. Genauso stumpf und taub
    wie sie komme ich mir vor,
    steinern wie sie.

    Die lieb vertrauten Gesichter
    sind in der Ferne erblasst,
    zermürbt zu Erinnerung.

    Zwischen uns hat meine Sünde sich
    als unbeweglicher Fels geschoben.
    Und sagten sie mir, mein Vater sei tot,
    ich fühle, dass ich jetzt nicht weinen
    könnte…

    Ich stehe außerhalb des Lebens,
    auch ich eine Maschine, der Not gehorchend
    wie Wagen und Straße.

    Und doch verspüre ich keinen Schmerz.
    Ich laufe
    über das klingende Pflaster der Nacht.

    Traduzione di Stefanie Golisch

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  6. Grazie, cara Stefanie, di averci fatto questo omaggio, tradurre una delle più belle poesie di Sbarbaro in tedesco, dando così l’opportunità anche ai lettori della tua lingua, di gustarne appieno la sua peculiarità(autoanalisi,allucinato paesaggio interno fatto di rimorso prigionia e malinconia). Sbarbaro era un uomo coltissimo, traduttore formidabile , eccellente grecista sebbene non avesse proseguito gli studi oltre il Liceo, credeva fermamente che la vita fosse più importante della letteratura. Ma quale vita? Sul sentimento drammatico, forse tragico, ch’egli ebbe della vita, e che ritroviamo in “Pianissimo”, storia di un lungo dolore, una di quelle opere – come disse Boine – “che sfidano i secoli”. E Sbarbaro aveva allora appena ventiquattro anni e si era nutrito fino ad allora di Rimbaud ( fu la simpamina della mia adolescenza) . Tutta l’arte di Sbarbaro – scrive Montale – è fatta di “brevi fulgurazioni” e la droga che lo portava a quegli attimi felici era la vita; la vita sentita come qualcosa di inesplicabile ma non per questo meno degna di essere accettata. La sua – continua Montale – fu la vita di un uomo giusto, di un uomo che non ha mai chiesto nulla al mondo e che ha sopportato la povertà , se non l’indigenza, perché il sentirsi proprietario di qualcosa di utile e di redditizio avrebbe offeso il suo senso della dignità quotidiana, della decenza. Insomma uno di quegli uomini , e poeti, di cui s’è persa la traccia. Scrive la sorella nei suoi ricordi che quando giunse l’ora di “chiudere” ebbe un grido di dolore per chi restava e affrontò sereno ” l’inimicizia del buio”.
    Di nuovo grazie, Stefanie, per la tua squisita sensibilità.

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  7. Ho apprezzato moltissimo questo post, per l’intenzione di far riemergere questa grande voce poetica del novecento. Leggendo il brano è stato automatico andare a rileggere le poesie, ed è stato facile cadere emozionato dalla sua sensibilità emotiva. Da questa emozione, ne ho composto una mia poesia in omaggio al poeta, che vi propongo qui:

    Omaggio a Camillo Sbarbaro
    L’estroso fanciullo
    Ora leggendo i versi tuoi rivedo
    sulle rocce l’incanto dei fiori ocra,
    quando piccolo guardavo rapito
    i contorni ricamati dei licheni.
    L’arida sterpaglia non offriva altro
    nel freddo inverno, solo una siepe
    di ginestra mi proteggeva dal vento.
    Mi colse tardivo il fascino
    dell’estroso fanciullo, intimo poeta
    ahimè dimenticato, ma alto
    dal sensibile tocco contagioso
    con delicata l’emotività.
    Un uomo alternativo resistente,
    virtuoso nel suo essere assenza
    eppure espressivo nel suo cantare
    l’emozione delle sue sciocche lacrime
    Vive solitudini domestiche
    un mondo minimo di sofferenza
    amato come se non fosse famiglia
    Immerso, permeato dentro la natura
    sapeva cogliere appassionato
    non solo i licheni ma tutto ciò
    che armonizzava con l’anima
    in quello sguardo verso l’azzurro
    del cielo, come quello del mare
    vedeva oltre l’angusto mondo
    abile a perdere il cuore trepidante
    nell’accarezzare un filo d’erba

    pubblicata sul mio blog
    http://www.sospensionimolecolari.blogspot.com/2015/11/l‘estroso-fanciullo.html
    Un caro saluto

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  8. Ho apprezzato molto anche io questo articolo, e i relativi commenti, sulla poesia e sul pensiero di Camillo Sbarbaro, poeta che amo molto e dalla cui lettura derivano tante verità e considerazioni sulla vita (e la morte), sulla solitudine, sulla disperazione e soprattutto sulla sua umanità e umiltà da ricordare e per cui riflettere.

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  9. Bellissima poesia, caro Francesco. C’è tutto Sbarbaro, che s’interessò ad ogni forma di vita vegetale fin da giovanissimo ( la sorella scrive che faceva ancora il ginnasio e prese a frequentare un botanico inglese, Nicknel, che era residente a Bordighera. Aveva sbalzi d’umore, e impennate d’orgoglio, che lo portavano ad affermare che “mai” avrebbe fatto l’impiegato d’ufficio: Mi ripugna rinunciare alla mia libertà, sciupare il mio tempo per un lavoro retribuito” , Ma nonostante l’avversione alla vita d’ufficio, quando lo fece, all’Il va di Genova, dimostrò di essere molto serio, volenteroso, efficiente, e perfino zelante. Però durante la prima guerra mondiale – pur non avendo obblighi militari – s’arruolò come volontario nella Crocerossa, pur di non continuare a fare l’impiegato. Dopo che fu costretto a lasciare l’insegnamento nei licei privati genovesi (presso gli Scolopi e i Gesuiti) per aver rifiutato di prendere la tessera fascista, alcuni amici inglesi gli offrirono un posto d’insegnante di greco in un loro collage; lui ne fu entusiasta. Quando sembrava tutto fatto, compreso il rinnovo e il visto del passaporto, Camillo voto NO alle elezioni di lista UNICA del 1937, e il passaporto non gli fu più consegnato. Camillo affrontò con entusiasmo – scrive la sorella Clelia -una vita di disagi: doveva recarsi nel bosco ad attingere l’acqua, scendere ogni mattina incontro al postino, che portava da Spotorno il pane della tessera, girare casolare per casolare per trovare due uova, un po’ di frutta e di verdura, Fu preda anche di tre lunghe depressioni, che gli sciuparono tanti mesi di vita, ma non venne mai mano in lui – come scrivi tu , negli ultimi magnifici versi – quello sguardo verso l’azzurro e quel “suo cuore trepidante /nell’accarezzare un filo d’erba”.

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  10. Cara Monica, Sbarbaro è come uno di quei personaggi che ogni tanto riscopri nelle cantine o nei solai, li rispolveri e ti rendi conto di quanta grazia, di quanta traboccante umanità, di quanta dignità e grandezza anche letteraria, forse l’esempio italiano più rigoroso della prosa d’arte frammentistica, come scrive Contini (vds. Fuochi fatui, Gocce e infine Quisquilie), ma l’importanza anche storica della sua poesia discorsiva, in endecasillabi sciolti, è stata notevole , in particolare sul Montale di Arsenio. La sua è un poesia fuori dalla tradizione, che a capirla basta il cuore

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