Adriano Bassi, una vita per la musica

BASSI al pianoforte FOTO
A colloquio con il pianista, lo studioso, il critico

di Guido Michelone

Pianista, studioso, didatta, critico musicale, Adriano Bassi è senza dubbio tra i gli intellettuali di spicco all’interno del panorama musicale classico, grazie a un’attività indefessa, che lo ha portato in tempi recenti a pubblicare, dopo aver scritto la prima monografia al mondo sul jazz man Giorgio Gaslini, un altro volume biografico, riguardante Renzo Rossellini, fratello del più noto Roberto Rossellini (regista e padre del neorealismo) che, oltre le colonne sonore per i lungometraggi di quest’ultimo, vanta una produzione compositiva di prim’ordine, soprattutto nell’ambito della musica religiosa contemporanea. Di questo e altro si discute con Adriano Bassi in esclusiva per La Poesia e Lo Spirito.

Così, a bruciapelo chi è Adriano Bassi?

Un curioso culturale. Mi spiego meglio. Fin da bambino mi sono beatamente crogiolato nei perché. Ogni libro o articolo che leggevo, ogni discorso che sentivo mi facevano interrogare su quelle notizie o quei ragionamenti. Tutto ciò mi ha portato a frequentare molti mondi, partendo dalla letteratura, un mio grande amore, passando dalla filosofia, un pensiero astratto denso di fascino fino a giungere alla musica. Tutto, per me, era ed è legato strettamente; quindi, studiando la letteratura, si approda alla filosofia, alla medicina e così via. In sintesi, Adriano Bassi è un irrequieto cronico.

Mi racconti ora il primo ricordo che hai della musica?
I miei genitori mi regalarono una fisarmonica giocattolo a sei o sette anni, non ricordo esattamente, e per divertimento suonai ad orecchio – così disse mio padre – Arrivederci Roma. Mi piaceva riprodurre i brani che ascoltavo e contemporaneamente inventavo effetti musicali, prendendo come spunto le voci che sentivo intorno a me. Non ero certo un novello Mozart, ma semplicemente un disordinato suonatore di qualcosa.

Quali sono i motivi che ti hanno spinto a diventare un musicista?

Poter creare qualcosa di mio. Cercare di riprodurre con il suono il mio pensiero, le mie sensazioni, i miei dolori e le mie gioie. Sono sempre stato un bambino “crepuscolare”. Non ho mai amato giocare, non ho mai amato rincorrere una palla. Forse ero malato? Non so! La musica era il mio porto naturale. Poter suonare il pianoforte da solo mi completava, mi realizzava. Da quel momento i miei genitori mi affiancarono un’insegnante privata e la mia avventura ebbe inizio.

In particolare un musicista e in parallelo un didatta e uno scrittore?

Possiamo dividere la tua domanda in tre parti, legate tra loro.

D’accordo.

Per quanto riguarda il musicista, ho già spiegato, ma desidero aggiungere un particolare.
Non ho mai amato seguire i programmi di studi canonici, anche se l’ho fatto. Per me era importante sentirmi libero da vincoli, seppur importanti. La libertà mi permetteva di creare istintivamente; oppure, quando eseguivo pagine pianistiche di autori blasonati, mi domandavo – e mi domando – quale meccanismo si fosse innescato nella loro mente per creare le melodie immortali che tutti conosciamo e amiamo. Mi spiego meglio. Ascoltando una melodia famosa, mi sono sempre chiesto perché, dopo una nota precisa, il compositore avesse scelto la nota che seguiva. So che non è facile capire cosa voglia dire e per questo scusatemi; ma dopo aver suonato il tema famoso mi divertivo a modificarlo col mio gusto personale. Stranezze? Forse, ma per me era affascinante.

Passiamo al Bassi didatta

Il didatta è nato di conseguenza. Insegnare ai giovani a suonare e contemporaneamente spiegare loro la storia della musica diventava una sfida. Il giovane si attende risposte, ma se non lo convinci si allontana, perde di interesse e ciò vuol dire che non trasmetti nulla. Ho molto rispetto degli allievi, perché capiscono subito chi hanno di fronte.

Lo scrittore?

Anche in questo caso intendo il ruolo come un’ulteriore possibilità di mettermi alla prova nell’arte della divulgazione. Quando decido di scrivere un libro, voglio espormi. Non mi è mai interessato scrivere libri dicendo cose che altri hanno già detto. Devi rischiare, devi dare interpretazioni diverse, logicamente suffragate da un tuo pensiero solido e sofferto. Se ti soffermi sulla mia produzione noterai che molti argomenti sono trattati raramente; per non parlare delle biografie. Ho studiato, analizzato personaggi poco frequentati perché mi affascinavano e con loro mi sono arricchito culturalmente.

Ma dopo il pianista, il didatta e lo scrittore c’è un’altra sorpresa, giusto?

Non ultima, infatti, è la direzione d’orchestra. Da anni, ormai, dirigo, è qualcosa che mi affascina: realizzare la mia idea di orchestra. Dirigo anche l’orchestra L.v.Beethoven, e ti posso dire che rimane una splendida avventura.

Ma cos’è per te la musica istintivamente?
Emozione, tanta emozione.

Quali sono le idee, i concetti o i sentimenti che più razionalmente associ alla musica?

Le idee nascono con l’ascolto della musica e quindi l’emozione è un propulsore notevole. Il concetto di musica si sposa, per me, con l’inconscio che sta in noi. Il sentimento si sviluppa in mille direzioni a seconda della musica che ascolti. Amo ascoltare tutti i generi. Non mi sono mai posto dei limiti, degli steccati.

Tra i libri che hai pubblicato ce ne è uno a cui sei particolarmente affezionato?

Domanda difficile. Tutti i libri che ho scritto sono stati scelti per passione, amore per l’argomento o curiosità culturale. Sono frutto della mia ricerca. Logicamente, con il trascorrere degli anni, la maturazione porta verso mete differenti, meccanismi mentali diversi e di conseguenza alcuni libri li riscriverei. Sono molto affezionato a La musica e il gesto, che tratta della storia del direttore d’orchestra dalle origini ai giorni nostri. Un excursus affascinante, che mette in luce la nascita del “conductor”, insieme all’ ampliamento della compagine orchestrale.

Parliamo ora del tuo nuovo volume su Renzo Rossellini, il primo al mondo su questo compositore, giusto?

Sembra proprio di sì. Il fatto mi inorgoglisce, poiché, come già detto, la mia curiosità mi porta a scoprire vuoti incredibili e disattenzioni assurde. Nel caso di Rossellini la disattenzione è stata totale. Ti posso dire che da ben otto anni pensavo di scrivere un libro sul compositore, poi, come spesso accade, le “distrazioni” ti portano a compiere altre scelte, e in questi anni nessuno ha mai pensato di dedicare un volume a Rossellini. E’ incredibile. Meglio per me, ma ciò fa capire la disattenzione che esiste nell’ambiente. I motivi sono numerosi e “in primis” possiamo sottolineare che il Maestro prese posizioni coraggiose contro la musica d’avanguardia del tempo, per cui non è difficile spiegarsi le reazioni. Comunque, sono contento di aver dato il mio apporto alla riscoperta di un protagonista della musica del XX secolo.

Tra i musicisti che hai conosciuto personalmente chi ti ha colpito di più?

Bruno Walter, il grande direttore d’orchestra. Può sembrare assurdo, ma lo conobbi nel vecchio negozio Ricordi di Milano. Avevo dieci anni e già studiavo pianoforte. Nel negozio stazionava un pianoforte a mezzacoda ed i commessi, che mi conoscevano bene, perché ero sempre lì per comprare e consultare, mi invitavano a suonare.
Era tradizione che suonassi. Un giorno, dopo aver fatto il mio dovere – ossia dopo aver suonato -, mi alzai e andai verso il bancone. Al mio fianco comparve un piccolo uomo anziano, col colbacco di astrakan, e mi disse, stringendomi la mano: “Buongiorno, sono Bruno Walter. Continui a studiare il pianoforte”. Rimasi impietrito e non seppi che rispondere. Questo ricordo ha dato adito a due interpretazioni: nel primo caso, prendo l’esortazione in modo positivo come per dire: ”Vai avanti a studiare che possiedi delle doti”; nel secondo, “Vai avanti a studiare perché, caro figliolo, ne hai di strada da percorrere”. Cosa avrà voluto dire? Rimane il fatto certo d’aver incontrato un grande della musica.

E tra i dischi che hai ascoltato quale porteresti sull’isola deserta? Uno solo, però.

L’ Arte della Fuga, di Johann Sebastian Bach.

Quali sono stati i tuoi maestri nella musica, nella cultura, nella vita?

Ho avuto l’onore di studiare composizione con il grande M° Alberto Soresina, il quale mi ha introdotto nei gangli della composizione. Un Maestro nel senso più autentico della parola. Ora sono tutti Maestri, e poi ti rendi conto che la conoscenza della materia si esaurisce appena dopo il titolo. Nella cultura sono vari i maestri: pensiamo a Leopardi, Hesse, Goethe. Personaggi diversi, ma di grandissima personalità.

E i pianisti che ti hanno maggiormente influenzato?

Sviatoslav Richter. Concertista con una tecnica granitica, uno spessore interpretativo forte, che riusciva a coniugare il suono soffuso, pacato, con un fuoco interiore perennemente acceso. Sono grato a Richter per aver fatto capire alle persone che non è obbligatorio per un concertista di pianoforte suonare a memoria. Infatti mi ricordo di un suo concerto alla Scala, dove suonò leggendo lo spartito avvalendosi di una piccola lampada sul piano mentre intorno c’era il buio. Una lezione splendida per una tradizione assurda. Suonare a memoria è un retaggio ottocentesco, poichè nei salotti del tempo i concertisti quali Chopin, Liszt, Thalberg e altri suonavano a memoria, ma le loro composizioni! Perché non ci scandalizziamo quando un duo pianistico (4 mani) suona leggendo lo spartito? E’ un retaggio ottocentesco, in quanto a quattro mani suonavano le gentil fanciulle.

C’è un momento più bello della tua carriera di musicista e/o scrittore?

Ne ho in mente uno avvenuto anni fa. Avevo appena presentato un mio libro sulla vita del Conte Federico Confalonieri. Devi sapere che amo moltissimo la storia del Risorgimento e Confalonieri mi ha sempre appassionato. Mi trovavo al Circolo della Stampa di Milano. Si avvicinò un distinto signore con il bastone e mi disse di essere l’architetto Belgioioso, parente di Confalonieri. Si complimentò con me, perchè attraverso le mie parole aveva ritrovato il proprio antenato. Sono soddisfazioni intense, in quanto, come sai, tornare indietro nel tempo e cercare di capirlo e interpretarlo non è facile.

Come vedi la situazione della musica oggi in Italia?

Molto confusa. Non esiste una direttiva. Le scuole musicali vanno avanti disordinatamente. Sono convinto, tuttavia, che sia solo una questione di tempo. La storia ci indica che dopo un periodo di crisi si innesca un meccanismo contrario: la musica avrà ancora un proprio percorso, non così accidentato. Probabilmente non sarò qui a vederlo.

E più in generale della cultura nel nostro Paese?

La cultura? Parola obsoleta, mio caro. Si fa confusione tra cultura e informazione. Chi è informato pensa di essere colto, ma ciò non corrisponde a verità. Se sai ciò che è avvenuto nel mondo, conosci il presente o il passato prossimo, ma non il passato remoto. Comunque, tutte le generazioni cadono nell’errore del dire: “Le cose, ai miei tempi, andavano meglio. Ora i giovani sono sbandati”. Il mondo è lo stesso, ma l’informazione è capillare, quindi tutto sembra più grave.
I giovani sono validi e sapranno ricostruire sulle macerie culturali.

Cosa stai progettando a livello musicale per l’immediato futuro?
Molte cose, ma non ne parlo per scaramanzia.

Adriano Bassi, Renzo Rossellini fra cinema e musica, Casa Musicale Eco, Monza 2015, Euro 19,00.

Un pensiero su “Adriano Bassi, una vita per la musica

  1. Pingback: Adriano Bassi su Giorgio Gaslini - Franco Vite

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