Inerzia 4: un passo indietro: Giordano Bruno

di Antonio Sparzani

Statua di Giordano Bruno in piazza Campo dei Fiori a Roma

Statua di Giordano Bruno in piazza Campo dei Fiori a Roma

Non corriamo troppo. Con inerzia 3 eravamo arrivati con un balzo a Newton, ma meglio è procedere più adagio e indagare più da vicino che cosa spinse gli scienziati o, per meglio dire, i filosofi naturali, a promuovere faticosamente un simile allargamento dell’idea d’inerzia; qual era il problema che li assillava e che non aveva alcuna chiara soluzione?

Il problema era molto semplice e, si direbbe, di un candore disarmante: se prendiamo in mano un sasso e lo lanciamo, perché mai il sasso, dopo che la nostra mano l’ha abbandonato, continua a muoversi e, così sembra, in un modo che certamente è influenzato dalla sua storia precedente, cioè dal fatto che la nostra mano l’ha portato fino a un certo punto nell’aria, e in una certa direzione? Perché cioè, dal momento in cui la nostra mano lo lascia andare, e perde ogni contatto con esso, il sasso non cade verticalmente fino al suolo, come farebbe qualsiasi sasso lasciato andare dallo stesso punto da una mano ferma nell’aria? La nostra mano gli ha comunicato forse qualcosa?
Visto infatti che la nostra mano lo ha lasciato, non è pensabile (o sì?) che dopo tale istante abbia ancora qualche influenza su di esso, e dunque il comportamento del sasso deve dipendere da qualche cosa che è accaduto prima dell’istante dell’abbandono da parte della mano.
Giordano Bruno, nato a Nola nel 1548 e bruciato vivo il 17 febbraio 1600 in piazza Campo dei Fiori a Roma per esplicito volere del poco clemente papa Clemente VIII, al secolo Ippolito Aldobrandini, aveva fortunatamente, prima di incorrere nella barbarie cattolico-romana, fatto a tempo a scrivere molte opere di vario argomento. Tra queste particolarmente interessante per le nostre riflessioni è La cena delle ceneri, scritta a Londra nel 1583: è un dialogo tra tre personaggi, Teofilo, che rappresenta le opinioni di Bruno, Prudenzio, che parla per lo più in latino e rappresenta le opinioni degli ‘accademici’ e Smitho, gentiluomo desideroso di conoscere e ascoltare dotte discussioni; v’è poi, nella Cena, Frulla, servitore balzano senza istruzione alcuna. A tale schema di dialogo s’ispirò certamente Galileo per il suo Dialogo (che scrisse tra il 1624 e il 1630).
C’è un passo della Cena delle Ceneri del nostro Nolano, di grande effetto a questo proposito e qui ve lo copio anche per il piacere che dà l’efficacia della prosa bruniana:

Teo: Or, per tornare al proposito, se dunque saranno dui, de’ quali l’uno si trova dentro la nave che corre, e l’altro fuori di quella, de’ quali tanto l’uno quanto l’altro abbia la mano circa il medesmo punto de l’aria, e da quel medesmo loco nel medesmo tempo ancora l’uno lascie scorrere una pietra e l’altro un’altra, senza che gli donino spinta alcuna, quella del primo, senza perdere punto né deviar da la sua linea, verrà al prefisso loco, e quella del secondo si trovarrà tralasciata a dietro. Il che non procede da altro, eccetto che la pietra, che esce dalla mano de l’uno che è sustentato da la nave, e per consequenza si muove secondo il moto di quella, ha tal virtù impressa, quale non ha l’altra, che procede da la mano di quello che n’è di fuora; benché le pietre abbino medesma gravità, medesmo aria tramezzante, si partano (e possibil fia) dal medesmo punto, e patiscano la medesma spinta. Della qual diversità non possiamo apportar altra raggione, eccetto che le cose, che hanno fissione [l’esser fissate] o simili appartinenze nella nave, si muoveno con quella; e la una pietra porta seco la virtù del motore il quale si muove con la nave, l’altra di quello che non ha detta participazione. Da questo manifestamente si vede, che non dal termine del moto onde si parte, né dal termine dove va, né dal mezzo per cui si move, prende la virtù d’andar rettamente; ma da l’efficacia de la virtù primieramente impressa dalla quale depende la differenza tutta.

La pietra, dunque, lasciata cadere da chi sta a terra “si trovarrà tralasciata a dietro”, mentre l’altra, quella lasciata da chi sta sulla nave, prosegue per un poco il suo moto perché ha “ha tal virtù impressa” che la fa proseguire; ecco qua una parola che tenta di spiegare, la virtù impressa, qualcosa che è rimasto dentro alla pietra, una proprietà che le è stata trasmessa da chi la teneva in mano e che ha manifestato le sue conseguenze anche dopo che la mano l’ha abbandonata.
Questa riflessione di Bruno ha naturalmente alle spalle secoli di un’interessante storia. Da dove viene quest’idea della virtù impressa? La storia della genesi di quest’idea è una parte cospicua della storia della nascita della scienza dell’età moderna ed è stata indagata da un numero molto grande di specialisti di storia della scienza. Qui naturalmente non cercherò di riassumere un dibattito di grande ricchezza, ma mi limiterò a sottolineare alcuni punti molto rilevanti della formazione dell’idea che ci interessa, accennando al contributo di personaggi di statura per molti versi singolare.

3 pensieri su “Inerzia 4: un passo indietro: Giordano Bruno

  1. Grazie Sparz, bellissimo pezzo. La storia della nascita della scienza dell’età moderna affonda le radici nelle facoltà delle Arti e negli insegnamenti di filosofia naturale, che comprendevano i trattati di ottica araba e approfondite riflessioni sul concetto di “impetus”. Ci vuole molta pazienza per rilevare i molti fili di una impresa secolare. D’altra parte, Bruno era portatore di idee che hanno formato l’ambito della scienza moderna, e al tempo stesso era un uomo legato a saperi alchemici e segreti, opposti al modello di comunicazione aperta e intersoggettiva della scienza moderna. Attendo i prossimi contributi.

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