Jazz Forever, Intervista di Elisabetta Perfumo a Guido Michelone

Jazz forever MICHELONE
Come nasce il tuo nuovo libro Jazz Forever?

Nasce come aggiornamento di un mio precedente volumetto, che avevo pubblicato, circa vent’anni fa, con il semplice titolo Jazz: in vent’anni le cose cambiano nel mondo, nel jazz, nella vita, nell’editoria, nell’esperienza personale di un autore che, quasi in coincidenza con la pubblicazione di quel libricino (il primo mio, sul jazz), iniziava un percorso accademico che lo portava a insegnare la storia del jazz prima in un master universitario e poi al corso di laurea in jazz del Conservatorio. Da allora di libri sul jazz ne ho pubblicati molti.

E tra questi tuoi libri avevi anche di recente scritto un’altra storia del jazz

Sì, era Breve storia della musica jazz, per l’editore Zedde di Torino, in cui azzardavo una nuova ipotesi teorica sulla periodizzazione del jazz in base al concetto di ‘modernità’. Ora, non dico di essere tornato all’ovile, ma con Jazz Forever ho voluto riadattare una storiografia meno radicale a esigenze attuali per rileggere l’evoluzione anche contemporanea del sound jazzistico. Ma in molti casi è una questione puramente terminologica che non intacca la sostanza dell’argomento.

Dunque cosa c’è di nuovo in questo tuo Jazz Forever?

Sono tre le novità del mio libro sia rispetto alla precedente edizione sia nei confronti delle altre storie del jazz in circolazione. La prima è l’aggiornamento degli sviluppi storici da allora – cioè dal 1996, quando era uscito il libro – ai nostri giorni, fino all’estate del 2015. La seconda è la personale selezione di brani e di dischi che tutti dovrebbero ascoltare. La terza è una sorta di ‘classifica delle classifiche’ perché il disco nel jazz è tutto.

E fra queste tre novità, quale ritieni importante dal punto di vista del lettore?

Sono tutte importanti nella mia logica: se vuoi le spiego tutte e tre. Posso dirti che dal punto di vista dello sforzo e dell’impegno a livello di scelte e di ricerche la discografia generale e l’elenco dei pezzi celebri sono le parti di cui mi sento più orgoglioso: 2200 album completi e 1200 pezzi singoli.

Perché così tanti brani e così tanti dischi?

È un problema che mi sono posto fin da subito, riscrivendo il libro, perché nella prima edizione la discografia era assente, o meglio, citavo nel testo alcuni brani e dischi epocali. Credo sia un discorso che ogni critico o studioso si debba porre nel momento in cui decide di preparare una discografia ‘essenziale’ o ‘guidata’ di vaste proporzioni sull’intera storia jazzistica. Ovviamente non ha senso citare un disco per autore dal momento che alcuni jazzmen hanno un’evoluzione complessa documentata da diversi album oppure una produzione lunghissima, ragion per cui sarebbe limitante equipararli a quelli che invece sono ‘avari’ di registrazioni. Di solito le storie del jazz, con qualche eccezione, come il Berendt, si limitano a pochi dischi, pensando che il lettore non abbia soldi da spendere: e ciò poteva essere vero quando ancora non esisteva la rete e per documentarsi bisognava comprarsi i costosi ellepì e poi gli ancor più cari CD.

Infatti, oggi su YouTube, gratis o a pagamento, si trova di tutto e quindi si può accedere facilissimamente a banche-dati strepitose.

Strepitose nonostante qualche anomalia. Io personalmente sono un difensore del disco come ascolto e come ‘oggetto’, anche perché la presenza fisica sugli scaffali di una raccolta (o ‘discoteca’, come biblioteca di dischi) in casa consente un percorso culturale, logico, preciso, raziocinante, che a sua volta porta a ulteriori saperi o conoscenze, non solo in ambito jazzistico (penso ad esempio alla grafica delle copertine, talvolta autentiche opere d’arte). Ma sul valore del disco potrei scrivere un libro e non a caso in tal senso ne sono stati già fatti alcuni.

A prescindere dal discorso teorico sul disco come strumento di conoscenza, quali criteri hai adottato per scegliere oltre 2200 album e 1200 pezzi?

Ho scelto dischi rappresentativi soprattutto di un valore musicale intrinseco, aggiungendo anche quelli entrati nell’immaginario popolare, che a volte non sono necessariamente i migliori dal punto di vista estetico, ma sono riusciti a ‘fare epoca’, perché in tal senso il jazz è più vicino al pop che alla musica classica. Personalmente amo i jazzisti innovatori e originali assai più di quelli tecnicamente preparatissimi, ma che non hanno nulla da dire. Maynard Ferguson è ad esempio tecnicamente superiore a Miles Davis, ma cos’ha inventato? È un musicista che merita al massimo di essere ricordato per un paio di dischi; Miles invece ha rivoluzionato la storia della musica almeno tre-quattro volte e non basterebbero venti album per conoscerlo bene.

Oltre le discografie, c’è qualche altro elemento di Jazz Forever di cui vai fiero?

Sono contento di avere approfondito il jazz contemporaneo, dedicandogli uno spazio adeguato, ovvero proporzionato alle parti sul passato remoto e recente. E dico questo perché purtroppo, nelle ultime storie del jazz uscite dal 2005 a oggi, tutta l’evoluzione che va grosso modo dal 1980 ai nostri giorni si riduce a poche pagine, spesso con idee preconcette. Bisogna invece osare e tentare di offrire uno sguardo panoramico su tutto il jazz contemporaneo, anche a costo di parlare di musicisti oggi à la page e magari dimenticati fra dieci anni o anche meno; è successo anche in passato quando negli anni Sessanta pareva che Archie Shepp fosse più importante di Trane, Miles e Ornette, mentre dal decennio successivo è stato ampiamente ridimensionato.

Nella trattazione della contemporaneità mi sembra che tu ti sia focalizzato maggiormente su taluni aspetti e non su altri. Puoi confermare e perché?

Confermo, e ti dico che nel parlare del jazz dagli anni Ottanta a oggi è prevalsa in me la voglia di raccontare soprattutto gli aspetti più eccentrici rispetto al mainstream odierno (che qualcuno chiama neo-bop) prevalente nell’idea che del jazz ha il cosiddetto uomo della strada o la casalinga di Voghera. Eccentrici vuol dire le parti più sperimentali e più contaminate nei tanti linguaggi jazzistici, che ormai non riguardano solo gli Stati Uniti ma quasi tutto il mondo.

Infatti il discorso sulla contemporaneità nel libro è diviso tra il jazz dentro e fuori gli Stati Uniti.

Sì, perché in U.S.A. il jazz resta ancora un punto di riferimento per tutti e perché dall’Europa in particolare arrivano proposte interessantissime che reinventano il jazz stesso sulla base delle nostre tradizioni sia classiche sia popolari.

E per finire ho notato nel libro una certa attenzione verso le Top Ten compilate da riviste celebri o da singoli studiosi.

Tornando al discorso dei 2200 album, mi sono trovato a pensare se fosse o meno il caso di suggerire un’ulteriore selezione dei dischi ‘fondamentalissimi’: l’ho fatto anzitutto mettendo in neretto 200 di questi 2200, e l’ho fatto anche riportando diverse classifiche altrui, talvolta discutibili, ma proprio per questo meritevoli di essere confrontate tutte assieme, per avere una pluralità di idee e di visioni del mondo jazzistico.

Un’ultimissima domanda: tuoi consigli di lettura per il libro?

È un testo breve e, nelle intenzioni, scritto come un ‘romanzo d’avventura’, perché la storia del jazz è davvero ricca di sorprese e coup de theatre: quindi da leggere tutto d’un fiato dall’inizio alla fine. Però ai frettolosi o ai neofiti posso anche dire di aprirlo a caso, partire da un nome scritto in neretto o magari da un titolo di un brano in corsivo, provare ad ascoltarlo e a collegarlo a diverse griglie di percorsi incrociati (o mappe concettuali). E, per chi vuole approfondire la storia del jazz, ho anche segnalato di tanti amici-colleghi i libri migliori, ben più corposi del mio, all’interno di una lunga bibliografia. Buona lettura.

Un pensiero su “Jazz Forever, Intervista di Elisabetta Perfumo a Guido Michelone

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