23. Una precisa strategia

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L’anno volgeva al termine. In questo tempo era successo tutto e il contrario di tutto. Avevo celebrato messe piene di gente, contattato persone di tutte le categorie, suscitato speranze e attese che già faticavo a gestire in modo equilibrato. Poi, all’improvviso, il capovolgimento radicale: partito l’amministratore del Santuario, era riemerso il gruppo della vecchia guardia, deciso a rovesciare il segno all’operato precedente. Una continua umiliazione aveva segnato il ritmo delle mie giornate, facendomi sentire oggetto di vendette trasversali, regolarmente spinto negli angoli più bui e dimenticati. Ci misi un po’ a comprendere che tutto rientrava in una precisa strategia: per portare a compimento l’opera avrei dovuto spogliarmi di ogni orpello, lasciarmi ridurre all’essenziale per fare spazio totalmente all’Altro, concedendogli gli ultimi avamposti che tutt’ora mi stavo riservando. Il Progetto non riguardava solo noi, ma la realtà ecclesiale nella sua interezza, che non mancava di recalcitrare, criticando il Papa per le sue aperture, per le rampogne al basso e all’alto clero, per l’attitudine di misericordia e di perdono con i più lontani. Era in atto una battaglia tra le più violente nella storia della Chiesa: il demonio non aveva mai avuto un potere così forte, imperversava nel piccolo e nel grande, occupava ogni interstizio esposto alla sua azione, si insinuava e seduceva dovunque incontrasse riserve o resistenze. Nonostante questo, l’impresa si faceva strada, cominciava a illuminare qua e là la distesa delle tenebre, lasciava intravedere un’alba nuova, che appariva a poco a poco nello sguardo vigile dal ponte dello Spirito Santo.

don Mario

da qui

Ma che ne sanno della nostra storia?
Tutti pronti a pretendere risposte,
Presenze di facciata, cartellini
Da timbrare, all’ora esatta. Ma noi due
Non abbiamo scadenze da onorare,
Siamo sospesi al filo dei ricordi,
Inseparabili, come tu fossi
Ancora in questo tempo, in questa stanza,
Unico al mondo, unico nel cielo
A parlarmi di Dio come Gesù.

22. Il giorno grande e terribile

isola
Il tempo non era mai passato così lento. Gli impegni erano tanti, le giornate ingolfate, le corse senza tregua, eppure si stava sempre lì, a una distanza che pareva incolmabile dalla fine del periodo di Natale. Pregavamo intensamente: lo stare davanti allo sguardo di Gesù era ormai diventato un’abitudine, un riflesso condizionato che ogni volta ci salvava dall’impazienza e la paura. Avevamo compreso sempre meglio che il criterio decisivo, in questa fase, era credere nella Provvidenza, come avevo imparato sul campo in trent’anni di vita con don Mario: Dio ci avrebbe sollevato su ali d’aquila, strappandoci agli eventi incombenti e avviando gli equilibri nuovi promessi ultimamente. San Giuseppe, il santo dell’amore provvidente, era il patrono da invocare, in quei giorni in cui qualunque passo si sarebbe potuto rivelare deleterio e sembrava di andare a tentoni in un tunnel oscuro e pieno di pericoli. Gesù mi confermava nel carisma della parresia, la parola forte che scuote, incurante delle critiche dei benpensanti e di gente senza scrupoli. Le omelie, in effetti, erano più circostanziate, intrise di una verità tanto abbagliante quanto scomoda. Qualcuno si stupiva di un parlare così chiaro: ma io gioivo nel corrispondere in tutto all’ispirazione del Signore, che toglieva il velo a ipocrisie e opportunismi, fino a denunciare ogni forma di furbizia, corruzione, avidità. Il velo si alzava sempre più, del resto, anche sulla natura della nostra relazione, che emergeva come un’isola affondata da secoli in un mare di timori e resistenze. Tutto convergeva verso il giorno grande e terribile, rovente come un forno, in cui il Signore avrebbe cominciato, finalmente, ad attuare il suo Progetto.

21. Il viandante

Emmaus
La campana suonò le diciannove. Il Natale era a sole cinque ore e io ero seduto nella stanza davanti all’immagine del Cristo, a interrogare il futuro che ancora non voleva palesarsi. Ero un monaco di un’altra civiltà, chino sul tavolo ingombro di libri, penne, appunti sparsi. Da un momento all’altro, nel silenzio surreale, sarebbe arrivata la notizia intorno alla quale avevamo sognato così a lungo. Mi perdevo negli occhi di Gesù, nella luce misteriosa che emanavano, come se a un  tratto dovesse arrivarmi una parola, un segno, la certezza che lui ci fosse in corpo, sangue, anima e divinità, come tante volte mi avevano insegnato. Solo fissandolo negli occhi trovavo il coraggio di presentarmi in campo, sentivo il cuore battere, infiammarsi, come in un sussulto di memoria, un’idea platonica, un archetipo che emergeva dall’inconscio. Capivo sempre meglio le parole di san Paolo: non sono più io che vivo; dove in quell’io si annidava il deposito di male proveniente dall’orgoglio, dal peccato, come se la vita prendesse la rincorsa e trovasse finalmente pace nella ormai necessaria conclusione: è Cristo che vive in me,  mi trasmette la forza di lottare, di credere, di esistere. Era l’immagine che prendeva il posto di qualsiasi altra figura nell’universo debole, ignobile, malato delle illusioni umane, la caparra del mondo nuovo che bussava alle porte come un mendicante, un pellegrino, il viandante straniero che un bel giorno ti si ferma accanto e racconta la tua storia.

Ungaretti: le città, la memoria e la carne

Ungaretti
di Augusto Benemeglio

Le città di Ungaretti

Giuseppe Ungaretti significa Alessandria d’Egitto dove nacque l’8 febbraio 1888 (“ Era burrasca, pioveva a dirotto/ in quella notte/ e festa gli Sciiti / facevano laggiù/ alla Luna detta degli amuleti”) e lì visse tutta la sua giovinezza, fino a ventiquattro anni. Il padre, Antonio, “che era un toro con i baffoni folti come Stalin”, vi era emigrato per i lavori al canale di Suez e zappando il fango del Mar Rosso contrasse una grave forma di idropisia che lo condusse alla morte a soli ventotto anni, “senza più un urlo, quando non gli rimaneva neanche quella forza”. Continua a leggere

SUL TAMBURO n.10: Alfonso Cardamone, “Dell’entropia ancora. Versi”

Alfonso Cardamone, Dell'entropia ancoraAlfonso Cardamone, Dell’entropia ancora. Versi, prefazione di Marcello Carlino, Roma, Cultura e dintorni Editore, 2015

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di Giuseppe Panella

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Alfonso Cardamone ritorna alla poesia dopo Diario del mare (Cosenza, Pellegrini, 2011) con una nuova plaquette di versi scabri e accuratamente torniti come sassi lavorati da tormentose maree estive. L’entropia appare come allegoria di una condizione poetica (e non solo esistenziale) che lega la vita quotidiana di ognuno allo sforzo di ricavarne una plausibile (anche se impossibile) spiegazione che non sia banale o cursoria, accidentale o elusiva.

Scrive Marcello Carlino nella sua Prefazione, lucida e perentoria nella sua vocazione affabulatrice:

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Il tempo migliore

rose
di Maurizio Soldini

I lacci del freddo in angoli bui
fanno tremare gli zigomi e il vento
sferza da lontano un canto nel mento.

S’accende quel lume che spinge
il desiderio a dormire su lastre
di ghiaccio finché non assola.

Desolate le muraglie del cuore
a piatire passaggi di frontiera
senza diffondersi in sfumate chiuse.

Finirà l’inverno e fiorirà la rosa
e salirà nel cielo un inno d’amore
la gratitudine per il tempo migliore.

Carta da cioccolatini

da qui

Cos’hai da festeggiare in questa notte
Uguale ad ogni notte
Di questo mondo sordo, muto e cieco?
Non basta dire: guarda che è Natale,
Né mettere le luci nella sala.
La festa è quando abbatti le barriere
Che hai messo fra di te e la vita vera.
Festeggia la vittoria sul tuo male
E allora vedrai bene anche di sbieco.

20. Briganti e cavalieri

cavalieri
Le gerarchie prendevano tempo: sembravano ascoltare, incasellare le notizie, accavallate come onde di un oceano sempre più agitato; ma poi finiva lì, come se appelli, moniti e dispacci, che piovevano ormai senza più tregua, cadessero in una specie di abisso senza fondo, un oblio prestabilito. Forse era questo che doveva accadere: un’ostinata indifferenza ad ogni tipo di messaggio, perché la luce del vero si rivelasse all’improvviso, abbagliante, precludendo qualsiasi via di scampo. Già li immaginavo con le facce preoccupate, a chiedersi l’un l’altro come mettere una toppa, come opporre un argine efficace alla frana dilagante. O forse operavano da tempo nel segreto, raccogliendo dati con pedante precisione, come monaci chiamati a salvare dal naufragio un’intera civiltà, vergando segni e disegni su pergamene inumidite dall’inverno. Bastava un dettaglio a rovesciare lo scenario: a dipingere l’immagine di un clan impegnato a difendere ormai l’indifendibile, o un drappello di santi cavalieri alla ricerca del graal dell’onestà, della fede, dello spirito. Non restava, ancora una volta, che aspettare, guardando gli occhi del Cristo che emettevano onde di fiducia su frequenze sconosciute, come se solo in quello sguardo ci fosse la risposta a ogni domanda che continuava a bussare al nostro cuore.

Lucetta Frisa. Ho tante albe da nascere (selezione di testi).

alba
I bambini si portano dentro una magia naturale. Giordano Bruno

Gli esseri umani, anche se devono morire, non sono fatti per morire, ma per ricominciare.
Hanna Arendt

Bello, bello, bello mondo, bello ridere di mondo in luce mattutina…
Mariangela Gualtieri

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Pensa alla magia naturale dei bambini
e agli animali
al loro grande mondo nelle pupille.
Davvero l’alba ha un segreto
che si perderà sulla strada allontanandolo
con le parole;
ma ovunque resta il suo seme
dolente e invisibile.
Pensa a Giordano Bruno
incenerito per la visione di un mondo
al di là
visto solo da lui che l’ha toccato
con occhi carnali.
Chi apre troppo in fretta i nascondigli
brucia di febbre inumana
e in giro va appiccando roghi
di follia e meraviglie.

** Continua a leggere

Le voci del Pretorio. Il romanzo epistolare di Angelo Ascoli e Pasquale Vitagliano. Una storia incredibile

tarr_pretorio_museo_05Settima risposta

Caro Daniele,

Adesso comincio a capire cosa è successo nelle ultime ore, negli ultimi giorni, negli ultimi mesi della vita di Rosaria. Conosco Giuliano Panti, certo. Lo conosco come tanti altri, qui a Milano. Non so se è migliore di te (e di me): so solo che è tutto quello che noi non siamo e, se vogliamo solleticare la nostra vanità, non è niente di ciò che non crediamo di essere. E’ chiaro perché Rosaria si è innamorata di lui: anzi, si era innamorata, come vedi non riesco ancora a tagliare il filo con lei. Così riesco ad immaginare te che convivi con il suo fantasma.

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Tanti Libri per le vacanze natalizie

libri per Natale
di Guido Michelone

Penso che il regalo di Natale bello, utile, dilettevole, per ogni età, sia ancora un buon libro: donare un volume alle persone amate – familiari, parenti, amici, colleghi – sia un gesto di altruismo, bontà, intelligenza, soprattutto quando si sceglie riflettendo sul valore delle opere nascoste tra gli scaffali di una libreria (o anche viaggiando on line), senza le facili lusinghe di strenne altisonanti, che il più delle volte si rivelano tanto costose quanto inutili. Continua a leggere

Inerzia #6: l’ambiente arabo e il grande Avicenna

di Antonio Sparzani

statua di Avicenna nell'Ufficio delle Nazioni Unite a Vienna

statua di Avicenna nell’Ufficio delle Nazioni Unite a Vienna

Nel prologo generale ai Racconti di Canterbury che Geoffrey Chaucer, una volta smesso il mestiere di controllore delle dogane, scrive nel 1387, viene presentato, tra i variopinti personaggi che formeranno la compagnia di pellegrini che durante il viaggio a Canterbury raccontano i racconti, un Doctour of Phisyk, un dottore in medicina cioè (ricordo che ancor oggi, in inglese, physician è il medico, non il fisico), esperto di ogni arte di guarigione e attento anche alla propria salute, grazie ad una dieta “nutriente e digeribile”. Per comprovare la sua dottrina, Chaucer non esita ad elencare i maestri che “ben conosceva”, il cui repertorio suona così: Continua a leggere

Due o tre cose che (forse) non sapevate su Babbo Natale (replay)

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E’ cosa risaputa che i post non si debbano mai ripetere… eppure i libri vengono ristampati, i film e le serie televisive vengono ritrasmesse e, soprattutto sotto Natale, c’è una generale tendenza alla ricerca di qualcosa che abbia fatto parte dell’anno precedente. Per chi allora l’anno scorso l’avesse perso, o per chi vorrebbe che anche quest’anno gli fosse ricordato, vi ripropongo “due o tre cose che (forse) non sapevate su Babbo Natale“, augurandovi una buona lettura, delle serene vacanze e ovviamente tanti ma tanti regali da Babbo Natale (o da chi per lui)…

Tutto è cominciato con la mia compagna che mi chiedeva se mi ricordavo i nomi delle renne di Babbo Natale. “Dasher, Dancer, Prancer, Vixen, Comet…” ha detto, “e poi?”
Avevo appena finito di cucinare. Erano le 9.30 di sera. Fuori pioveva. La mia compagna era riuscita ad addormentare nostro figlio dopo due lunghe ore di discussioni, trattative, letture e domande su Babbo Natale.
“I nomi delle renne?” ho ripetuto assumendo quella cognizione di causa che tutti i padri devono avere quando si tratta di questioni riguardanti i propri figli.
‘Perché’, stavo pensando, ‘hanno dei nomi?’
Mi ha guardato. La mia Continua a leggere

L’Europa di Gabriella Sica: lo sguardo dei poeti su di noi

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Gabriella Sica, Cara Europa che ci guardi (1915-2015), Roma, Cooper, 2015

di Marco Zanier

Quanto è presente Petrarca nel suo libro sull’Europa? Questa domanda, che mi è venuta in mente troppo tardi, avrei voluto farla a Gabriella Sica a Villa Celimontana a Roma, il giorno di una prima presentazione, al “Festival della letteratura di viaggio”, del suo ultimo libro Cara Europa che ci guardi (1915-2015), edito da Cooper. Continua a leggere

19. L’esito

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Aveva cominciato anche lei a collezionare albe. La sue erano aurore cittadine, piene di macchine e case, spalmate su prati che ricordavano la steppa di certi scorci della Palestina: il nostro era un esodo in via di compimento. Tutto tendeva a quella lama di luce che squarciava il nero della notte, della vita, la speranza accesa all’improvviso nel nostro cammino faticoso, nel male dell’amico che lottava col cancro, nel timore dell’altro di vedere affiorare dal nulla un esito fatale, dalle analisi fatte in fretta e furia. Era l’unico spiraglio che si apriva nella nostra relazione, sospesa sul nulla come il ponte dello Spirito Santo, da cui continuavo a scattare le mie foto, la finestra del salone da cui adesso scattava le sue, in un intreccio di luci rosse e azzurre: la traccia di un sole senza l’ansia di sorgere, abituato com’era da millenni a compiere quel giro, ignaro del groppo di paure e speranze che il moto generava. Collezionisti d’albe: chi l’avrebbe mai detto? Affondati nella notte della prova, guardavamo al volto di Cristo come all’unica luce concessa al nostro oscuro ritrovarci, sempre nello stesso punto. Ma ora sapevamo che no, non era più lo stesso: erano ore tenebrose che avanzavano verso l’esito certo, lo spettacolo del cielo che ancora una volta si sarebbe riempito di colori.

“LA CONSOLAZIONE DELLA POESIA”

Intervista di Giovanni Agnoloni

cop_antologiaHo avuto il piacere di intervistare Federica D’Amato, curatrice dell’antologia La consolazione della poesia (Ianieri Edizioni, 2015), cui hanno partecipato i poeti Antonio Bux, Sonia Caporossi, Alessio Di Giulio, Francesco Iannone, Valerio Nardoni, Giuseppe Nibali e Bernardo Pacini. Il volume è corredato di una postfazione di Giuseppe Munforte.

1) Il tema della ferita e quello della consolazione sono al centro di questa antologia poetica. Si tratta di due poli opposti o complementari? E in che modo l’ideale “spola” tra essi viene pilotata (o seguita) dagli autori?

Affinché una ferita venga incontrata, attraversata e abitata nella sua capacità di rivelarci a noi stessi, credo sia necessario rinunciare non al nostro bisogno di consolazione, ma proprio al suo contrario ovvero all’idea che non vi sia consolazione praticabile per la nostra dolorante umanità. E la spola di cui lei giustamente parla è proprio la dimostrazione di una consolazione possibile, in cui la poesia – mezzo tra i mezzi – mimeticamente si perde. Ed è un bene che così sia. Il movimento, dalla ferita alla dimenticanza della ferita, è la consolazione, e gli autori presenti in antologia in tal senso sono in cammino, proprio perché incapaci di pilotare qualsiasi méta, ma solo in grado di farsi viandanti, di porgere il fianco. Continua a leggere

Vivalascuola. Gli Asini 29. Asocialità del sociale

E’ uscito il n. 29 de Gli Asini (settembre/ottobre 2015), rivista di educazione e intervento sociale diretta da Luigi Monti che unisce riflessione teorica e pratica didattica. In questo numero c’è una interessante dialettica tra gli articoli dedicati all'”asocialità del sociale”, che dà il titolo alla rivista, e alcune esperienze di insegnamento “ecologico” all’interno del dossier “A scuola sotto gli alberi”. Vivalascuola propone l’indice della rivista e il resoconto di un incontro di Luigi Monti e Giacomo Pontremoli con Alfonso Berardinelli, che parla della sua formazione e del suo rapporto con la scuola. Continua a leggere

IL TERZO SGUARDO n.50:

Rossana Cavaliere, Leonardo Sciascia e le immagini della scritturaRossana Cavaliere, Leonardo Sciascia e le immagini della scrittura. Il poliziesco di mafia dalla letteratura al cinema, Pisa, Felici, 2015

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di Giuseppe Panella*

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Leonardo Sciascia è stato tra gli scrittori italiani più importanti del Novecento quello che è stato maggiormente prediletto dai registi e dai produttori cinematografici. Quasi tutta la sua opera romanzesca è stata trasferita sullo schermo sia al cinema che in televisione, con risultati spesso pregevoli e importanti (anche se talvolta non graditi dall’autore stesso che ne parlò, in relazione alla loro uscita, in termini poco elogiativi1). Inoltre l’aspirazione di Sciascia sarebbe stata quella di diventare egli stesso un cineasta anche se tale desiderio non si sarebbe potuto realizzare mai. In uno scritto pubblicato poco prima della morte e poi rifluito in Fatti diversi di vita civile e letteraria2, il valore dell’esperienza e della scrittura cinematografica andava al di là del puro e semplice “piacere dello spettatore” per divenire una vera e propria metafora della conoscenza.

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