Le voci del Pretorio. Il romanzo epistolare di Angelo Ascoli e Pasquale Vitagliano

tarr_pretorio_museo_05

Tredicesima lettera

Giovanni,

Che senso hanno queste lettere che continuiamo a scriverci? In certi momenti mi sembrano così assurde. Eppure senza quasi consapevolezza mi trovo a cercare le parole. Forse queste sono il setaccio delle nostre esistenze. Forse leggendole speriamo di trovare una ragione accettabile per tutto quello che abbiamo scelto di condividere. Che su queste pagine si scriva una storia la cui trama sia priva di contraddizioni, di incongruenze, di ombre. Ma mi domando se noi potremo mai essere i lucidi spettatori delle nostre vicende? Temo proprio di no. Noi non riusciremo mai a conquistarci questo sicuro approdo, le nostre parole non ci trasformeranno da mostri in lucidi e lontani osservatori del dolore. Questa volta per noi non c’è scampo. Ma so che continueremo a scriverci, perché le nostre parole se non ci salveranno almeno anticiperanno la nostra liberazione.
Non so dove ho letto qualcosa di simile sul dolore. Esso è un’ombra immobile che resta sempre lì anche quando il sole l’acceca. E’ l’oscura e inumana forma di una carpa che a volte riesci a intravedere sotto la superficie del fiume, a volte scompare quando l’acqua luccica al sole. Potrai incantarti ad ammirare l’acqua, la carpa rimarrà sempre là sul fondo, non vista. Forse si trattava di un testo americano o inglese. Sicuramente era un’opera teatrale. Che ho letto, non ho visto. Ho solo letto. Le storie sono ovunque tutte uguali. Cambia unicamente la forma dell’immobile ombra del dolore.
Temo proprio che Giuliano sia migliore di me. Così si chiama l’uomo che è riuscito a vincere il mio ardire e la loro spietatezza. Fa pratica da un commercialista. Giuliano Panti, ha trentadue anni. Forse tu lo conosci. Io non lo avevo mai visto prima che Rosaria me lo presentasse. E’ stato in una sera d’autunno, in un bar del centro. Siamo anche andati insieme al cinema. Ricordo che sorrideva.
“Che cazzo ridi!”, pensai. Tra noi due io ero il vincente, io ero stato amato da Rosaria per primo. Inutilmente. Alla fine, avevo scelto lui. La sicura e trasparente franchezza del suo sorriso mi irritava. Così sentivo che mi trasformava, mi regrediva. Come faceva a stare con lei ed essere così tranquillo? A non aver paura, a non temere di aver imboccato una strada senza uscita? Ne era consapevole? Avrà condiviso con Rosaria segreti a me inconfessabili. Magari anche utili per incastrare una volta per sempre Galante.
Sì. Ecco il modo per prendermi la mia rivincita su di lei, su quel mafioso, su questa impazzita vita di merda.
Di sicuro Rosaria si è sentita con Giuliano più sicura e quindi più libera.
Ormai sapevo che sarebbero scappati via, prima o poi. Ho giocato di anticipo. Ho convocato Giuliano in Procura per chiedergli di collaborare come teste nelle mie inchieste. Lui sarebbe stato la mia carta vincente, con la quale far saltare il banco. “Ciao, Daniele. Potevo rifiutarmi di venire?”, così mi salutò appena mi vide, dopo avermi aspettato qualche minuto nella stanza del mio assistente.
“Purtroppo no”, gli risposi. Mi sembrò di stare allo specchio. Per fortuna fu un attimo, altrimenti mi sarei perso irreparabilmente. Seguì, invece, una sensazione, addirittura un sentimento opposto. Provai piacere nel marcare la distanza tra me e lui: io ero il giudice, lui il testimone e non poteva sottrarsi. Da quel momento la vita di Giuliano dipendeva dalla mia. Ed io avevo il potere di tagliare il filo che lo legava ad Rosaria. Ero sicuro che lui poteva custodire informazioni utili sul clan Galante. Notizie che lei non mi avrebbe mai dato, né io avrei mai avuto il coraggio di chiedere. Ci furono resistenze da parte di Giuliano, ma presto cedette. Io ero un giudice e di fronte aveva la giustizia. Successivamente, però, dovette partire per una località riservata. Era scattato il piano di protezione dei collaboratori. Giuliano non avrebbe più rivisto Rosaria.
Non provo alcuna vergogna per quello che ho fatto. In fondo, ho fatto solo il mio dovere. Eppure, adesso con Giuliano vorrei parlare; incontrarlo di nuovo e parlare. In questi giorni mi capita spesso di incantarmi, con gli occhi fissi nel vuoto, a cercare con la mente, come se inseguissi un rimpianto, la visione del sorriso pacifico di quel ragazzo. Non faccio in tempo a riaffiorare in superficie che mi ossessiona il fantasma di Rosaria. E’ stata lei ad impedirci di incontrarci a Caserta.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...