Inerzia #5: La rottura di Giovanni Filopono.

sasso-nell-oceano

Chi disputa allegando l’autorità, non adopra lo ‘ngegno,
ma più tosto la memoria.
(Leonardo da Vinci)

Torniamo ancora indietro, perché il sentiero sul quale desidero condurvi è tortuoso assai, come tutti i sentieri che in qualche modo inseguono il filo della conoscenza che la nostra specie crede di accumulare un po’ alla volta sul mondo che la circonda. E invece è assai raro che davvero accumuli, il più delle volte cambia, trasforma, raffina, abbandona e rinnova completamente. Vorrei farvi tornare alla prima vera rottura nella riflessione su questa faccenda dell’inerzia, tradotta in questi termini: perché i proietti continuano ad andare avanti anche quando li lasciamo e non toccano più la nostra mano? Voglio dire la prima vera rottura rispetto alla dottrina aristotelica che per secoli nessuno si sognò di contestare. E comunque è un bel salto, quello che vi propongo, dal IV° secolo prima di Cristo, l’epoca di Aristotele, fino al VI° dopo Cristo, poco meno di un millennio.
Il personaggio che voglio presentarvi si chiamava Giovanni Filopono, detto anche Giovanni il Grammatico: nacque nel 490 ad Alessandria in Egitto in ambiente cristiano, ebbe un’educazione neoplatonica e si valse della ricchezza culturale della scuola alessandrina: a quel tempo la celebre biblioteca di Alessandria non era ancora stata completamente distrutta e Alessandria si avviava a diventare il centro culturale principale del mondo mediterraneo, dopo che l’imperatore Giustiniano, con un decreto che emanò nei suoi primissimi anni di regno nel quadro della sua rifondazione dell’intero corpus giuridico del 529, decise di chiudere tutte le scuole filosofiche del suo impero, compresa la scuola di Atene. Filopono, all’interno della dottrina cristiana costruì un percorso abbastanza personale, vicino alla dottrina monofisita, centrato su una natura divina di Cristo e su una sua più sfumata componente umana.
Egli acquisì, in questo contesto, oltre ad una formazione filosofica di prim’ordine, una capacità critica del tutto nuova, che gli permise di non appiattirsi nel mero commento dei sacri testi della filosofia greca, le opere di Platone e Aristotele anzitutto, ma di sviluppare l’idea che il commento potesse diventare un commento critico e quindi, potenzialmente un avanzamento vero delle dottrine esistenti.
Quel che qui voglio accennare è in particolare il fatto che Filopono criticò radicalmente l’opinione di Aristotele sul moto dei proietti. Era questo del moto dei proietti uno dei punti più deboli della dottrina dello Stagirita: e la difficoltà derivava da un assioma cruciale della sua filosofia, quello che stabiliva che ogni azione dovesse avvenire per contatto: niente “azione a distanza”, se qualcosa si muove ci deve essere una causa che consista di qualcosa che muove e che, per muovere, sia a contatto con il corpo mosso. Dunque, una volta che la mano ha lasciato il sasso, che cosa è ancora a contatto con esso, se non l’aria che lo circonda? E allora in quest’aria va cercata, per Aristotele, l’unica possibile causa del proseguimento del moto violento del sasso – moto violento perché, se fosse naturale, il sasso cadrebbe immediatamente a terra non appena lasciato. Aristotele (Fisica IV, cap. 8) propone due possibili meccanismi che concorrano al mantenimento del moto del sasso, ed entrambi hanno come ingrediente cruciale l’aria, sia il meccanismo che vuole che l’aria, spinta in avanti dal proietto, gli giri dietro e da dietro lo risospinga, sia quello che vuole che l’aria comunque circostante si inserisca violentemente nel vuoto lasciato dallo spostamento del proietto e contribuisca quindi a mantenerlo, per qualche tempo, in moto, finché naturalmente la tendenza al luogo naturale non prevalga.

Tutto questo non persuade minimamente Filopono, che solleva numerose e convincenti obiezioni alla proposta aristotelica; mentre rimandiamo il lettore curioso di leggere tali obiezioni al documentatissimo libro di Marshall Clagett (La scienza della meccanica nel Medioevo, Feltrinelli, Milano1981, pp. 534-535), ecco a voi il testo della nuova proposta di Filopono che segna una cesura rispetto a tutto quanto lo precede:

“Da queste condizioni e da molte altre possiamo vedere come sia impossibile che il moto forzato sia prodotto nel modo indicato. È necessario piuttosto supporre che una qualche forza motrice incorporea sia impartita dal proiciente al proietto, e che l’aria messa in moto non contribuisca per niente o assai poco a questo moto del proietto. Se poi il moto forzato si produce come ho suggerito, è del tutto evidente che se si impartisce a una freccia o a una pietra un moto contrario alla natura o un moto forzato, lo stesso grado di moto si produrrà molto più facilmente in un vuoto che in un pieno. E non ci sarà bisogno di nessun agente esterno al proiciente”

Il salto di qualità che viene qui compiuto, rispetto alla tradizione precedente, consiste nel ritenere che vi sia una qualche forza motrice incorporea (kinētikḗn tina dýnamin asōmaton), una proprietà nuova, priva di natura corporea – per la quale viene creato questo nuovo nome – che passa direttamente dal proiciente al proietto, senza mediazione alcuna. Sembra che il tratto veramente nuovo di questo passaggio consista proprio in questo, che si perde qualcosa di materiale, un primo brandello di intuizione elementare viene meno, si accetta che vi sia qualcosa che non vediamo e non sentiamo, ma di cui percepiamo forse solo gli effetti, che è causa di un fenomeno, palese e sotto gli occhi di tutti, come quello della persistenza del moto di un proietto dopo il distacco dal proiciente.
Sull’assoluta novità di quest’idea naturalmente nulla di certo si può affermare; c’è almeno una notizia che qui val la pena di segnalare, a proposito di un importante precedente: Simplicio, l’altro grande commentatore di Aristotele, contemporaneo di Filopono, anch’egli neoplatonico, riporta in uno dei suoi commenti sulla teoria del moto dei gravi di Aristotele, l’opinione di Ipparco (II° secolo a.C.), con queste parole:

“D’altra parte Ipparco, nella sua opera intitolata Sui corpi portati in basso dal loro peso [purtroppo perduta], dichiara che nel caso della terra scagliata verso l’alto è la forza di proiezione che causa il moto verso l’alto, finché tale forza supera la tendenza verso il basso del proietto, e che nella misura in cui la forza di proiezione predomina l’oggetto si muove più rapidamente verso l’alto [ . . . ]
Ora Ipparco asserisce che la stessa causa agisce nel caso di corpi lasciati cadere. Poiché, egli dice, la forza che li tratteneva rimane in essi in una certa misura, e questo è il fattore frenante che rende ragione della minore velocità nella fase iniziale della caduta.” (citato in Clagett, cit., p. 579).

Questo richiamo di Simplicio potrebbe nascondere un’idea molto avanzata: soprattutto l’ultima frase sembra indicare che un concetto di inerzia si andava in qualche modo già formando: richiede infatti una buona dose di astrazione e di apertura mentale immaginare che la stessa causa è quella che spinge gli oggetti in alto una volta lanciati, e quella che rende più lenta, nella fase iniziale, la loro caduta, quando finalmente sono liberi di muoversi verso il suolo. L’affermazione di Simplicio è stata in verità considerata dalla tradizione storiografica prevalente come un segnale certo dell’anticipazione, da parte di Ipparco, della teoria dell’impetus (che vedremo) e del moderno concetto di inerzia; notate che questa ancora rudimentale intuizione riguarda qualcosa che viene prima delle cause del moto nell’una o nell’altra situazione: riguarda solo il fatto che un corpo è restio a muoversi, o, meglio – e questa sembra essere la vera intuizione – a cambiare il proprio stato di moto.
Vero è che si tratta comunque di una testimonianza indiretta, che non sembra essere stata ripresa da alcuno, almeno fino a Filopono, ma non dimentichiamo che Ipparco di Nicea (II secolo a.C.), che già nominavo qui  è stato uno dei grandissimi scienziati dell’antichità, il primo ad accorgersi della precessione degli equinozi, fatto davvero stupefacente. E comunque questa rottura di Filopono è destinata ad essere ripresa senza aspettare molti secoli.

3 pensieri su “Inerzia #5: La rottura di Giovanni Filopono.

  1. Pingback: Inerzia #6: l’ambiente arabo e il grande Avicenna | La poesia e lo spirito

  2. Pingback: Inerzia #7: L’ impetus | La poesia e lo spirito

  3. Pingback: Inerzia #8: un salto decisivo – Guglielmo di Occam | La poesia e lo spirito

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...