La terra o il testimone, di Francesca Tini Brunozzi

Tini Brunozzi e Perfumo
Intervista di Elisabetta Perfumo per La poesia e lo spirito

Dopo il felice esordio nel 2007 con il libro Frau (Edizione Torino Poesia), la poetessa Francesca Tini Brunozzi, vercellese ma di origini umbro-lombarde, torna a una raccolta di liriche con Mi è testimone la terra (edito da Barbera di Siena) che è un vero e proprio poema in cui l’impostazione potrebbe addirittura rammentare l’ormai classica Antologia di Spoon River dello statunitense Edgar Lee Masters. Tuttavia, nella forma espressiva, Francesca Tini Brunozzi si rifà invece alla grande lezione poetica italiana d’epoca moderna e contemporanea, allacciandosi nei contenuti sia al travaglio dell’esistenza umana sia alla sacralità della memoria verso le persone scomparse c’è come un fil rouge che la lega via via a Foscolo e Leopardi, a Montale e Ungaretti, a Pavese e Pasolini, non senza trascurare la lettura di Cucchi, Raboni, Sanguineti, Valduga come l’Autrice spiega in questo dialogo in cui si affrontano anche i temi della scrittura e dell’esistenza umana.

Francesca, come mai hai scelto proprio la poesia per realizzarti come scrittrice?

La poesia è per me un potentissimo strumento di conoscenza: mi permette da un lato di “crittografare” contenuti potenzialmente scomodi, dall’altro lato mi consente, durante il procedimento di scrittura, di comprendere meglio e definitivamente contenuti oscuri, di fare luce sulla mia stessa vita.

Ma esiste una ragione particolare che ti ha spinta a scrivere?

La necessità di collocare, in un luogo protetto e sacro, questioni per me importanti, delicate, pericolose.

E per te esistono idee o filosofie che colleghi all’atto della scrittura?

Per ogni tipo di scrittura, associo al momento dello scrivere l’idea di ‘necessità’.

Distanze o vicinanze fra poesia e prosa, per esempio?

La poesia si fonda sull’esperienza, sulla verità, è ricerca essa stessa di verità. La prosa si presta non solo all’invenzione, come è il caso della poesia, ma anche alla finzione. Si può fare fiction, insomma.

Riusciresti quindi a definire non tanto la tua scrittura, quanto piuttosto un’essenza dello scrivere?

La scrittura, a tutti livelli, è per me elaborazione, trasformazione, comunicazione del pensiero. Al contempo, come procedimento, la scrittura resta un atto creativo che fa esistere le cose, reali o irreali.

Hai momenti o luoghi spazio-temporali che riesci a privilegiare per quando scrivi poesie?

Sì, i momenti in cui posso farlo, i momenti di tranquillità in silenzio. Non importa a che ora del giorno o della notte.

Per scrivere, materialmente per te è meglio la penna o la tastiera di un computer?

Da qualche tempo scrivo quasi esclusivamente al portatile o al tablet. Ho abbandonato da un po’ carta e penna, anche se per me resta fondamentale il lavoro di riscrittura, come procedimento costante e necessario nella definizione della forma poetica.

Francesca, ci sintetizzi ora il tuo nuovo libro Mi è testimone la terra?
Si tratta di un poema organizzato in tre canti: un primo canto in cui riprendo il tema della morte di mio padre, già tratteggiato nel precedente poemetto Padre mio che sei in cielo, pubblicato nel mio libro d’esordio, Frau, del 2007, poi un secondo canto breve, a mo’ di intermezzo surreale e ironico, di sogni che ho fatto su figli mai avuti, il terzo e ultimo canto è una galleria di familiari che non ci sono più, persone morte in età avanzata oppure prematuramente, anche in condizioni drammatiche.

Che rapporto esiste tra Frau e Mi è testimone la terra?

Un rapporto di dipendenza, di filiazione, per quanto ho detto prima. Questo libro riprende un tema per me importante, la fine di mio padre e la mia vita dopo questo evento. Il primo canto di Mi è testimone la terra parte con versi che erano già stati pubblicati da Maurizio Cucchi nella rubrica di poesia, da lui diretta, nel magazine Lo specchio de «La Stampa». Sono versi che risalgono al 2003, a un anno dalla morte di mio padre. Da lì riprendo nel 2010 a scrivere secondo una forma chiusa, che mantiene lo schema precedente dei sette versi. In queste nuove stanze il verso si espande acquistando una forma fissa di doppio settenario, forma chiusa che mantengo fino alla fine del poema.

Come mai sono passati ben otto anni fra un libro e l’altro?

In realtà nel 2009 è uscita per Torino Poesia una ristampa di Frau dal titolo Frau e le altre, dove ho pubblicato nuove liriche in aggiunta a quelle già pubblicate in precedenza. È comunque passato molto tempo, il tempo che mi è servito a elaborare questo nuovo poema. Il tempo tecnico della scrittura non coincide con il tempo più lungo della meditazione. Quindi sono occorsi alcuni anni.

C’è in Mi è testimone la terra una poesia a cui ti senti affezionata?
Direi due poesie dedicate a due persone che in realtà non fanno parte della mia famiglia, due poesie collocate alla fine del libro, inserite appositamente come omaggio a due persone che con la loro scomparsa hanno lasciato un segno nella mia vita, Stefano e Vittorio.

Il titolo Mi è testimone la terra deriva da una frase del Buddha: cosa può insegnare all’umanità d’oggi, soprattutto occidentale, il Buddismo?

Il titolo è una pseudo-citazione da Shakyamuni, si tratta di un giuramento. Un giuramento è un atto linguistico, un ‘atto di parola’, e tutto il mio poema ha questo valore, che non è solo quello assertivo della narrazione dei fatti, ma dell’imporre una riflessione profonda su fatti ordinari della vita. Credo che, in questo senso, il buddismo mi abbia fatto comprendere il valore della responsabilità individuale e perciò l’importanza di divenire esempi per gli altri con la propria stessa vita. L’esemplarità nell’ordinarietà. Per questo motivo ho voluto come esergo del primo canto di Mi è testimone la terra una frase da un gosho di Nichiren Daishonin “non ci sono terre pure e terre impure di per sé: la differenza sta unicamente nella bontà o malvagità della nostra mente”.

In tal senso hai qualche libro di spiritualità da consigliare?

Sto leggendo in questo momento Senza via di scampo. La via della saggezza e della gentilezza amorevole di Pema Chödrön, di cui mi sono appuntata una frase, alla luce dei fatti accaduti a Parigi con l’Isis: “Siamo realmente decisi a divenire così coraggiosi da poter aiutare gli altri. Siamo consapevoli di avere una paura tremenda, ma aspiriamo a risvegliare completamente il nostro cuore”.

Tornando alla letteratura e facendo l’abituale gioco delle torri o il tipico giochetto di tutte le interviste, puoi dire tre titoli di libri – non necessariamente di poesia – che porteresti sulla ‘classica’ isola deserta?
Il Cantico dei Cantici, il Decameron del Boccaccio, il Corso di Linguistica Generale di Ferdinand de Saussure.

Ma esiste per te un libro-culto nella poesia contemporanea?

Qui non potrei far altro che citare Requiem di Patrizia Valduga. Come ho avuto modo di confessare anche alla stessa autrice qualche anno fa, Requiem è il libro che mi ha permesso di fare le “prove generali”.

Hai avuto, nel corso degli anni, veri e propri maestri nella poesia?

Sono molti di quelli che ho potuto incontrare dal vero nella mia vita, con cui ho realizzato uno scambio umano ancor prima che letterario: Maurizio Cucchi, Antonello Satta Centanin, Luca Ragagnin, Giuseppe Caliceti, Anna Lamberti Bocconi, Francesca Genti, Nanni Balestrini, Tommaso Ottonieri, Giuliano Scabia.

Conservi ancora memoria dei tuoi primi approcci alla letteratura da bambina?

Il primo ricordo è quello di mio padre che mi leggeva le poesie di Trilussa al posto delle fiabe prima di dormire. La prima illuminazione risale alle scuole elementari quando cercavo di uguagliare in bravura, a scuola, nei temi, mia sorella Anna, cinque anni più grande di me. Ricordo di aver scritto in forma di prosa un suo verso di una poesia sull’inverno.

Dal privato al pubblico: come giudichi l’attuale situazione della letteratura in Italia?

Spaventosamente affollata e forse anche per questo disagevole.

E in generale un tuo parere sulla cultura oggi nel nostro Paese?

Mi sembra di constatare una certa resistenza all’evoluzione, al cambiamento. Noto ancora il persistere di una mentalità vecchia di chi pensa che la cultura debba essere spettacolarità. Rilevo sovente, soprattutto in chi amministra la cultura, persone in ritardo di trent’anni, forse rimaste nel mito della “Milano da bere”, persone che non sono state in grado di produrre una nuova idea di cultura adatta ai tempi e alle risorse umane ed economiche.

Cosa stai progettando per il tuo immediato futuro letterario?

Ho già in mente più di un progetto per dei poemi su temi specifici della realtà quotidiana.

Ora, in conclusione, chi è Francesca Tini Brunozzi al di là della scrittrice o poetessa?

Una donna ancora giovane per certi versi, con la tendenza a confrontarsi con il resto del mondo e la paura che ne deriva. Una donna che ama sperimentare in prima persona, convinta della possibilità di fare grandi rivoluzioni a partire da se stessi.

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