La borsa

sammlung prinzhorn

di Beppe Mariano

Milano, 12 dicembre 1969, ore 16.

Impugna il manico della borsa, come se impugnasse una spada: le vene della mano si
evidenziavano per la tensione. Una lieve perlinatura essudativa la ricopre. Un dito rompe
l’allineamento con gli altri, in modo appena percettibile.
Controlla l’orologio, scorge davanti a sé un impedimento non previsto, reagisce strattonando la borsa, ma subito s’irrigidisce, come se i battiti del suo cuore gli perforassero la mano.
Con il sangue in emulsione scruta la borsa. Si tratta d’una borsa nera, in similpelle, ben capiente, con cerniere laterali, simile a molte altre.
Rinfrancato, riprende il suo passo rapido. Il manico della borsa scorre dal palmo della mano ai polpastrelli e viceversa.
L’impugnatura ora s’allenta, si astrae, diventa infantile…

A quel tempo la borsa aveva solo una cerniera centrale, ed era per la verità una cartella di povera
cartapesta.
La sua crosta fibrosa veniva scorticata dall’unghia ad ogni “interroghiamo, interroghiamo…” che il maestro cadenzava un poco sadicamente.
Il volume dei libri la deformava, il righello e una matita sporgevano dal fondo bucato. Ogni tanto la cartella passava nell’altra mano.
La scuola era ancora lontana. Bisognava affrettarsi. Tuttavia si era fermato per spaventare un gatto e premere su un’invitante suoneria condominiale.
Fuggendo scompostamente, il righello e la matita erano saltati fuori dalla cartella. Lui non se n’era reso conto e continuava a fischiettare un’aria di Sanremo.
Era ormai giunto nel giardino della scuola e qui stava incontrando gli altri bambini. Si scartellavano tutti, tutti vociando.

Dopo tanti anni, si rende conto di fischiettare lo stesso motivo di allora. La sua andatura appare disinvolta, ma in realtà è guardinga nello scrutare intorno le persone che incrocia.
In una vetrina c’è un ibrido umano, sofisticato e rigido come un manichino; anche lui con una borsa similpelle.
Torna a controllare l’orologio, s’affretta; ma quasi si scontra con una signora che sta uscendo da una gioielleria. I visi si misurano imbarazzati.
Nello sfiorarsi c’è un attimo, solo un attimo, in cui all’altezza del suo labbro percepisce una protuberanza palpitante, come un capezzolo eccitato.
E’ una verruca oscenamente viva sul viso della signora. Lui per proteggere la borsa scompostamente arretra, investe un’altra persona. Si passa la mano libera sulla fronte madida, mentre con l’altra stringe il manico della borsa fino a sentir male. Intanto il passaggio delle automobili sembra essersi infittito, il ruggito dei motori si fa più intenso, stordente, come allora…

Allora, non appena giunti nel prato le aveva serrato i polsi. Invano lei si dibatteva.
Lui la costrinse contro un muro. Mentre la comprimeva, alle sue spalle un rombo di motore scosse la notte, lo sentì tra le scapole, come una lama.
Uno stridìo del freno, un boato, poi rumori di frantumazione: l’ultimo fu un suono metallico, vibrazione forse della coppa metallica di una ruota che si stava placando in ultimi ellittici sussulti.
Una borsa nera stava rimbalzando sull’asfalto, prima di afflosciarsi per sempre.
Si notavano intorno frammenti insanguinati, poltiglia organica mischiata ad un ammasso di lamiere contorte.
Le unghie di una mano erano conficcate nel similpelle del sedile. Intanto la sua vittima era fuggita. Sbandava, gridando.
Gridava per sé, per tutto quell’orrore.

Ora le unghie fortemente incidono il palmo della mano. Bisogna affrettarsi. Il suo corpo si proietta in avanti con oscura determinazione. Viene ancora una volta urtato, per fortuna lievemente. Si passa una mano sulla fronte, accelera l’andatura, controlla l’orologio. Il tempo gli appare irrevocabile, come una sentenza.
Dall’alto – da una finestra, forse ‒ precipita un getto d’acqua (ma può anche essere urina) che si rifrange sul marciapiede. Qualche spruzzo raggiunge la borsa.
Istintivamente torna a proteggerla. Un perlina di sudore scende lungo il dorso della mano, si frantuma sulla cerniera della borsa. In una borsa simile, tanti anni prima, erano custodite alcune lettere amorose. Rappresentavano il profondo intreccio di due vite, che presto sarebbero diventate tre, poi quattro…
Accelera il passo. Si rende conto che non deve più lasciarsi distrarre dai ricordi. Pensa piuttosto alla riunione di qualche sera prima.
Quando, al suo punto culminante, è stato deciso di affidargli il delicato incarico. Ad un commilitone che sperava anche lui nell’assegnazione dell’incarico, era stata rinfacciata la mancanza di tempismo tattico (non aveva saputo ordinare la ritirata al momento giusto, e s’era invece abbandonato con il suo drappello al sadico piacere dell’urto).
Il pugno serra con sempre maggiore convinzione il manico della borsa. Comincia ad avvertire il picchiettìo del cuore sulla punta delle dita.
Fa scorrere il manico dal palmo ai polpastrelli delle dita, perché un filo d’aria possa insinuarsi ad alleviare il crampo. Bisogna far presto. Visi.
Incrocia visi che sembrano gonfiarsi, sovrapporsi al suo. Avverte un attimo di stordimento. Solo un attimo. Si passa la mano sulla fronte madida, sbatte più volte le palpebre.
E’ solo un attimo. Torna presto a scorgere con sollievo davanti e sotto di sé il marciapiede ricomporsi. Riprende a camminare ricuperando il proprio passo.
E’ ormai giunto in prossimità della Banca dell’Agricoltura.
Guardando di sotto in su la facciata del palazzo, gli sembra un’ascesa vertiginosa, che sembra ribaltarsi e schiacciarlo.
Avverte il cuore nella mano. Ancora due passi, poi l’enorme vetrata da spingere. La borsa da introdurre e da occultare nel centro del salone.

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