L’Europa di Gabriella Sica: lo sguardo dei poeti su di noi

Layout 1
Gabriella Sica, Cara Europa che ci guardi (1915-2015), Roma, Cooper, 2015

di Marco Zanier

Quanto è presente Petrarca nel suo libro sull’Europa? Questa domanda, che mi è venuta in mente troppo tardi, avrei voluto farla a Gabriella Sica a Villa Celimontana a Roma, il giorno di una prima presentazione, al “Festival della letteratura di viaggio”, del suo ultimo libro Cara Europa che ci guardi (1915-2015), edito da Cooper.

Esiste infatti, secondo me, un libro nel libro (o magari ne esistono molti) in quest’ultima fatica della poetessa italiana che da anni intesse un arazzo di parole con cui testimonia il proprio vissuto, racconta la cultura poetica dei nostri tempi, ragiona della nostra lingua. Il filo con cui tesse da anni la sua mirabile tela, pagina dopo pagina, poesia dopo poesia, ha antiche connotazioni: ci parla delle origini della nostra poesia, dell’impianto costruito con cura dagli umanisti, della nostra lingua poetica chiara e apparentemente semplice che affonda le radici in un passato comune lontano che arriva fino a Virgilio e che da lui discende, attraverso Petrarca, nei poeti italiani e stranieri che hanno segnato il cammino luminoso della poesia fino al Novecento.

In questa mia annotazione a un libro che parla di tanti aspetti della nostra Europa con una prosa semplice e piana (più all’apparenza, perché è una prosa sempre molto lavorata con la pasta della poesia), io intendo riannodare quel filo, pazientemente, parola per parola, seguendo i frammenti sparsi nel testo, di riflessioni personali e ipotesi di lavoro che tanto somigliano all’incedere, nello scrivere e nel ragionare, di Francesco Petrarca, presenti nella sua prosa confidenziale come nella sua varia poesia. Per questo non affronterò l’analisi strutturale del testo, capitolo per capitolo, ma seguirò, per quanto possibile, le tracce di un cammino interiore e personale, più intimo, che sta dentro quel testo e ne costituisce un secondo fondamentale livello di lettura. Strumenti di questa mia indagine saranno i suoi libri di poesia, le sue prose (ricordo un suo libretto, Scuola di ballo che ho molto amato) e soprattutto quell’introduzione al Canzoniere di Petrarca che scrisse nel 1997 per l’editore Fabbri, poi raccolta nel libro Sia dato credito all’invisibile. Prose e saggi del 2000, oltre naturalmente al corpo del suo ultimo Cara Europa che ci guardi (1915-2015).

Quanto peso abbia, per Gabriella Sica, la poesia di Petrarca sulla successiva poesia europea ce lo dice molto bene questo passo della citata introduzione al Canzoniere: “La storia della poesia petrarchesca, della sua lingua purissima, è anche la storia della civiltà d’Occidente. Le voci degli ‘augelletti’, il pianto dolce dell’usignolo e del passero solitario di Valchiusa, che già erano state vive nei versi latini, cantano attraverso i secoli, oltre il trascorrere del tempo, e già annunciano le stagioni della lirica successiva italiana ed europea. E rivivono, oltre ogni morte, negli usignoli di Shakespeare e di Keats, nelle allodole di Lope de Vega o nel passero solitario di Leopardi e nelle ‘canzonette uccelline’ di Pascoli. Quel rumore dolce delle acque del piccolo fiume che attraversa Valchiusa risuona nel ruscello di Quevedo e le erbe semplici e i piccoli fiori dei prati che fanno da tappeto a Laura già sono le umili Myricae pascoliane”.

Ma se la poesia più interessante deriva da Petrarca, cosa è la prosa per Gabriella Sica? In Sia dato credito all’invisibile. Prose e saggi descrive le regole della sua prosa, che ha sempre accompagnato la sua poesia: “Del resto, non penso ad una distinzione dei generi letterari. Così mi è capitato di scrivere poesie in forma di prosa e piccoli racconti in forma di poesia. Quello che mi piace è lavorare sulla lingua per riportarla alla sua trasparenza, una lingua che riesca a rendere vera la sincerità. Cerco di portare in superficie la profondità e il mistero che sono dell’esistere, di gettare un raggio di luce su ciò che non si vede, di trasformare il difficile in facile. Vedere l’invisibile nel visibile. Gli stoici parlavano di ‘impronte sull’anima’, quelle lasciate da una persona, un animale, una pianta, una via. La parola ‘impronte’ fa pensare a qualche cosa di vivo e che tuttavia non c’è più. Nel momento in cui il presente diventa memoria, allora soltanto può essere espresso, traendo alla luce la parola ‘giusta’”.

Dunque se per la prosa sono necessarie la stessa attenzione che serve alla poesia e una lingua capace di rendere ciò che non si vede, “di trasformare il difficile in facile”, è anche sulla lingua che usa nello scrivere in prosa che dobbiamo soffermarci. Sulle parole, direi anzi, soprattutto nel momento in cui il presente diventa memoria e bisogna inventare quello che è stato vero.

Entrando ora nel testo, Cara Europa che ci guardi (1915-2015) è un cammino “per l’Europa, dove l’avverbio ‘per’ non ha valore dativo ma di moto per luogo” (p. 58), ossia, nel senso latino del termine, è un viaggio doloroso nella nostra storia novecentesca, sui sentieri senza senso percorsi dagli uomini coinvolti nelle due grandi guerre, dai numeri enormi di persone sterminate senza ragione, dai due regimi totalitari del secolo scorso a lungo divisi da muri fisici e barriere, in un’Europa che per molto tempo non è mai esistita. Sofferenze, divisioni, guerre insensate e il difficile paziente recupero del filo dell’unità che lega un popolo alla sua terra. E non sono forse questi i temi che già nel 1344 guidavano la mano di Petrarca nello scrivere “Italia mia, benché ’l parlar sia indarno?”.

Ma il titolo del libro cosa significa o meglio dove dovrebbe condurci, cos’è l’Europa per Gabriella Sica e perché ci guarda? Una prima risposta la troviamo nella definizione di Europa come luogo in cui “la poesia non è mai stata scacciata […]. Magari vilipesa, messa sotto assedio, questo sì. Ma sempre rinata, anche dalle ceneri, come una splendida araba fenice” (p. 338). L’Europa è dunque il luogo in cui circola ed è sempre circolata, a cominciare da Omero, la poesia.

Viene da chiedersi cosa sia per lei la poesia, allora. Una prima spiegazione la troviamo in queste parole: “La poesia è natura coltivata, il verso è il vertere latino, il volgere e il dissodare la terra, con gli stessi solchi-versi, prevede il proprio inumarsi, l’entrare nella terra, stare sotto e ritornare da capo, commemorare, testimoniare ancora una volta. Perché la poesia è umanistica, sa d’uomo e di terra su cui batte ancora i suoi piedi, entrambi appartenenti all’antico humus. Alla fine la poesia è humanitas, un bene ambientale nelle mani di chi vuole prendersene cura” (pp. 311-312). Un’affermazione che ci riporta da un lato alle origini della nostra lingua volgare, a quell’Indovinello veronese che lei stessa cita e che recitava “Se pareba boves alba pratalia araba albo versorio teneba negro semen seminaba”, identificando da un lato la scrittura con l’atto del seminare il nero seme, dunque l’inchiostro della penna, e dall’altro il compimento del proprio tempo fisico nell’atto dello scrivere che è “entrare nella terra, stare sotto e ritornare da capo, commemorare, testimoniare ancora una volta”, descrivendo così i gesti dello scrivere in versi e della scrittura più in generale. Nel fare tutto questo definisce la poesia “umanistica”, nel senso che “sa d’uomo e di terra”, “entrambi appartenenti all’antico humus”.

Questo appartenere alla terra (intesa come generatrice di vita e custode della morte), testimoniare se stessi e identificare la poesia come appartenente all’umano, sono alcuni degli aspetti che caratterizzano da sempre il suo scrivere in versi e in prosa seguendo le orme di un cammino antico. Che rimanda a Petrarca: “Pensava all’Europa Petrarca, il primo poeta dell’Europa moderna, e nelle corti di tutta Europa nel Cinquecento si ripetevano a memoria i suoi versi e si rifaceva il sonetto, la forma metrica che lui aveva canonizzato e che tra i poeti del continente correva come una febbre emulativa” (p. 338). Ma non solo: racconta anche, testimonia e indaga il suo vissuto familiare e il suo universo immaginifico infantile che è legato alla terra, alla campagna della Tuscia viterbese in cui ha trascorso le vacanze, e in cui non a caso ha mosso i suoi primi passi, e al paese della madre, indicato con un nome, Vallarte, che, scrive, non è “inventato”, ma è “reale”: “Vallarte ha un nome che in parte somiglia a Valchiusa, entrambi luoghi di valli circondati da monti. Valli e poesia mescolati. Valli chiuse da colli che lasciano la vita spaziare, natura circondata dall’arte. Valli della memoria dove tutto rimane fermo, come in uno scatto fotografico e dove sono passati i secoli per modellare la forma dei Monti Cimini o dei monti intorno alla Sorgue. Valli della natura dove sostare per vedere il cielo senza nuvole e il chiaro di luna o la notte nera punteggiata dalle luci luminose delle stelle. Valli di beatitudine precedenti la scoperta degli errori e del dolore e valli di lacrime” (pp. 127-128). C’è evidente l’eco del Canzoniere di Petrarca, certo ( “Valle che de’ lamenti miei se’ piena”, CCCI, v. 1; “In una valle chiusa d’ogni ’ntorno / che refrigerio de’ sospir miei lassi”, CXVI, vv. 9-10). Ma il suo non è il luogo dell’incontro amoroso, del sogno e del rimpianto, è il luogo invece dell’immaginazione familiare perché qui vissero le sue antenate e del ritorno. Eppure, in forma diversa, qui la scrittura cresce e si alimenta del bosco e della natura e insieme del rapporto con i classici perché “La poesia è antiquata, ha a che fare con il passato”, come scrive più avanti (p. 324). Si tratta di autori del passato che passeggiano da anni insieme a lei nei suoi libri come amici, in modo non troppo dissimile da come Petrarca frequentava i pensatori antichi e nominava con i loro nomi, nelle Familiari e nelle Senili, gli amici più cari. Amici frequentati anche se, per motivi biografici, non ha potuto mai incontrarli. Non è un caso, secondo me, se uno dei libri più belli di Gabriella Sica si chiami Poesie familiari, perché rivolto ai fatti e ai personaggi più importanti della sua vita, raccontati con un linguaggio semplice e piano, come a un confidente, un amico lettore che si fermi ad ascoltarla, o in un epistolario rivolto sì agli amici ma anche al mondo intero. E la campagna di Vallarte, in cui il mondo petrarchesco si sovrappone al suo vissuto (“Mont Ventoux è come Monte Fogliano: in cima il mondo si vede dall’alto a una certa distanza. Da lì si può essere nel mondo ma non del mondo”, p. 128), rientra a pieno titolo nella cartina che disegna del nostro continente, e quindi nel libro, essendo “un atomo nella grande mappa d’Europa (p. 130)”, ma essendo anche Valle arte, ossia gemellata idealmente con la Valchiusa in cui visse, immaginò e scrisse uno dei padri più autorevoli della nostra Europa.

Per questo, per rispondere alla nostra domanda sul titolo del libro (Cos’è l’Europa per Gabriella Sica e perché ci guarda?), dobbiamo tornare alla sua introduzione al Canzoniere. Qui, descrivendo ai lettori l’incanto e la potenza di quella straordinaria poesia reale ed immaginifica insieme, leggiamo che “non siamo noi a guardare, con la superbia della soggettività del lettore ottocentesco, ma siamo noi guardati da Laura e il suo sguardo, dove esistono la natura, le creature e ogni altra cosa, ci riempie e illumina, ci fa aprire il mondo. Guarda noi come guarda Petrarca, il quale, dimenticando il suo io, non può fare altro che presentare Laura, così ritirata e segreta, eppure piena di pensieri, nella lingua dolce della poesia”. Ma se Laura è il lauro, la laurea poetica e l’aura, ossia se Laura è il soggetto e insieme la poesia che osserva chi legge e si avvicina alla conoscenza reale di essa e se la nostra terra comune è quella in cui la poesia non è mai stata scacciata, anzi è rinata dalle proprie ceneri più volte, allora l’Europa ha anche lo sguardo della poesia su di noi. Dei poeti su di noi e dei loro libri che ci guardano, come scrive molto bene Gabriella Sica in questo volume: “I libri con i dorsi in verticale ci guardano dalle librerie, ovunque siano, con occhi spalancati. Chiedono di essere presi in mano, puliti, sfogliati, letti” (p.249).

L’Europa della nostra antica e recente cultura comune ci aspetta, per essere conosciuta, meditata e amata, discussa come un tempo, sembra volerci dire, tra le righe, Gabriella Sica, può darci indicazioni e segnali su come uscire dal labirinto e come incontrare il futuro. E questa è forse la grande lezione di questo libro, che non ci aspettavamo, ma di cui avevamo un assoluto bisogno.
foto sandro Cristallini
[foto di Sandro Cristallini]

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...