Inerzia #6: l’ambiente arabo e il grande Avicenna

di Antonio Sparzani

statua di Avicenna nell'Ufficio delle Nazioni Unite a Vienna

statua di Avicenna nell’Ufficio delle Nazioni Unite a Vienna

Nel prologo generale ai Racconti di Canterbury che Geoffrey Chaucer, una volta smesso il mestiere di controllore delle dogane, scrive nel 1387, viene presentato, tra i variopinti personaggi che formeranno la compagnia di pellegrini che durante il viaggio a Canterbury raccontano i racconti, un Doctour of Phisyk, un dottore in medicina cioè (ricordo che ancor oggi, in inglese, physician è il medico, non il fisico), esperto di ogni arte di guarigione e attento anche alla propria salute, grazie ad una dieta “nutriente e digeribile”. Per comprovare la sua dottrina, Chaucer non esita ad elencare i maestri che “ben conosceva”, il cui repertorio suona così:

Wel knew he the olde Esculapius
And Deiscorides, and eek Rufus,
Olde Ypocras, Haly and Galien,
Seràpiòn, Razis and Avicen,
Averròis, Damascién and Constantýn,
Bernàrd and Gatesden and Gilbertýn.
(vv. 429-434 del prologo).

Non è difficile riconoscere, nella grafia dell’inglese medio del XIV secolo, i nomi di illustri dottori dell’antichità: oltre a cinque greci, Esculapio, (il vecchio) Ippocrate, Dioscoride, (anche) Rufo e Galeno, e a tre inglesi, Bernard Gordon, John of Gaddesden e Gilbertus Anglicus, troviamo i nomi – s’intende latinizzati – di sette studiosi arabi, Ali, Serapione, Razi, Avicenna, Averroè, Damasceno e Costantino l’Africano.
Nella cultura dell’Occidente del XIV secolo – Chaucer era uomo di mondo, diplomatico e parlamentare – era da tempo affermata l’idea dell’importanza della tradizione araba, in medicina così come nelle altre discipline.
Occorre forse che anche noi non dimentichiamo che, a partire dalla fine dell’ottavo secolo e fino a tutto il Medioevo, quella parte di Asia centro-occidentale che comprende gli odierni Uzbekistan, Iran e Iraq divenne, pur attraverso instabilità politiche a tratti tumultuose, una regione ricca di fermenti culturali e di scuole raffinate e ricca quindi di figure di pensatori e filosofi di tutto rilievo. I più rilevanti testi greco-ellenistici, da Galeno a Euclide, da Aristotele ad Alessandro di Afrodisia e a Simplicio stesso, furono tradotti, studiati e commentati, specie sotto lo splendido mecenatismo dei califfi della dinastia Abbaside (750 – 1258, anno del sacco di Baghdad da parte dei Mongoli) al-Manşūr (il califfo che costruì Baghdad nel 762), Hārūn ar-Rashīd (immagino tutti ricordiamo le Mille e Una Notte) e al-Ma’mūn. Uno dei fattori che accentuò tale fenomeno fu l’incontro degli arabi con i cristiani di Siria, che avevano mantenuto una tradizione intellettuale propria di notevole spessore, traducendo le opere greche in siriaco e contribuendo poi, all’arrivo dei musulmani, alla traduzione in arabo di un gran numero di queste opere. La città di Jundishāpūr (la siriaca Beth-Lapat, o Belapat, vicina all’odierna Ahwāz nell’Iran sud-occidentale), punto di riferimento dei cristiani nestoriani, era in particolare stata un centro di queste traduzioni, ai tempi di uno dei più illustri re della dinastia Sasanide, Cosroe I Anūshirwān (ovvero dall’anima immortale) che regnò dal 531 al 579.
Trascurando i contributi che pur altri studiosi di lingua e cultura araba diedero alla nascente idea di inerzia (trascuriamo ad esempio la notevole figura di Abū ʿAlī al-Ḥasan ibn al-Ḥasan ibn al-Ḥaytham, in occidente Alhazen), voglio farvi conoscere soltanto una figura che appare particolarmente significativa, quella di Abū ‘Alī al-Ḥusayn ibn ‘Abd Allāh ibn Sīnā, brevemente ibn Sīnā o, nell’Occidente cristiano, Avicenna, nato vicino a Bukhara, allora Persia, oggi Uzbekistan, nel 980 e morto a Hamadan nel 1037. Notevole e complessa personalità di studioso di medicina e di scienze naturali fu quella di ibn Sīnā, forse la più illustre della sua epoca; ricevette nella casa paterna, luogo d’incontro e discussione di dotti, un corredo intellettuale che ben si adattava alle sue spiccate doti di memoria e di attiva riflessione. La medicina fu forse il campo in cui maggiormente si distinse, e che lo pose in salvo in qualche occasione, quando la sua vita errabonda lo portò a misurarsi con le alterne vicende politiche di quella regione. Delle centinaia di opere da lui scritte, più di duecento ce ne rimangono, la più importante e onnicomprensiva fu il Kitāb ash-Shifā [Libro della guarigione] – in realtà un’enciclopedia del sapere del suo tempo: oltre che dell’arte del guarire, vi si trattava di algebra e di geometria, di filosofia e di meccanica, di economia, di politica e di etica. In essa ibn Sīnā tiene conto, proponendo sue personali soluzioni, sia della tradizione aristotelica e neoplatonica che della teologia islamica; il Libro della guarigione fu tradotto in latino nel XII secolo col titolo di Sanatio, anche se altre parti ebbero titoli diversi e separati, tipicamente alcune parti della fisica ebbero il titolo Sufficientia.

È in questo testo che, a proposito del moto dei proiettili, ibn Sīnā apporta alle idee di Filopono, ricordato qui, qualche interessante modifica, introducendo un nuovo concetto – mediante una nuova parola, che, in una lingua assai diversa, possiede comunque connotazioni e sfumature nuove, foriere di nuove possibilità – quello espresso dalla parola araba mayl. È una parola chiave che serve a ibn Sīnā per porre sotto lo stesso cappello nozioni diverse. Oltre ad una nozione relativa alla sfera psicologica, che qui non ci riguarda direttamente, ibn Sīnā distingue infatti un mayl ţabī‘i, cioè una inclinazione naturale e un mayl qasri che si potrebbe rendere con inclinazione forzata o, come vuole la tradizione, violenta. L’interesse di questa nuova terminologia sta nel fatto che ibn Sīnā accomuna due circostanze ben distinte: infatti il mayl ţabī‘i è quello che fa muovere i corpi di moto naturale, tipicamente i gravi in linea retta verso il basso, che Aristotele attribuiva alla tendenza di ogni corpo a dirigersi verso il proprio luogo naturale, mentre il mayl qasri è quell’inclinazione che spinge un corpo a muoversi fuori dalla propria traiettoria naturale: ad esempio, quella che fa sì che un proietto prosegua, dopo che sia stato abbandonato dal proiciente, la traiettoria che tutti sappiamo, quella che mantiene, almeno in una prima fase, la direzione di lancio. Altra caratteristica interessante di questa inclinazione è che essa dipende in qualche modo dal peso del corpo che si sta considerando. Ibn Sīnā passa in rassegna nella sua opera le varie teorie esistenti al proposito e dopo averle criticate, così si esprime:

“Ma quando sottoponemmo a verifica l’argomento, trovammo che l’opinione più valida è quella di coloro secondo cui il mosso riceve un’inclinazione [mayl] dal motore. L’inclinazione è ciò che si percepisce con i sensi come resistenza quando ci si sforza di ridurre il moto naturale alla quiete o quando si cerca di trasformare un moto violento in un altro.”
(la traduzione del testo arabo appare nel già citato libro di Clagett, p. 537)

Quel che sembra interessante osservare è che anche qui l’autore propone di attribuire la prosecuzione del moto del proietto ad un qualche cosa – che intanto non è più l’aria, e viene quindi abbandonata l’idea aristotelica che ogni azione deve avvenire per contatto – di non più tanto materiale, ma di non altrimenti definito, se non con una nuova parola, che si trasmette dal proiciente al proietto. Non siamo lontani dalla proposta di Filopono. Ma ibn Sīnā aggiunge qualcosa di molto significativo: in assenza di resistenza da parte del mezzo (tipicamente dell’aria) il mayl potrebbe perdurare indefinitamente:

“Se il moto violento del proietto è prodotto da una forza che opera nel vuoto, dovrebbe persistere, a meno che non si dia annichilazione o una forma qualsiasi di interruzione”.

Lo scienziato persiano prosegue dunque quella che potremmo chiamare un’identificazione dell’idea di inerzia unificando (come forse aveva già fatto Ipparco) il fenomeno del moto dei proietti con quello della resistenza dei corpi a fermarsi o cambiare rotta. Sembra un passo notevole nella direzione dell’inerzia newtoniana: anche il cambiare rotta richiede una dose di mayl qasri.

Colgo qui l’occasione per aggiungere qualche parola a proposito dell’evoluzione delle idee della scienza, evoluzione sulla quale molto si è, anche polemicamente, dibattuto, tra le opinioni di chi ha voluto vedere, alla Duhem, in alcune opinioni di filosofi naturali, antichi o medievali, già la presenza netta di idee affacciatesi ufficialmente alla storia delle scienza solo molti secoli dopo, e chi invece rifugge da una simile operazione come sacrilega, trovando sempre mille differenze tra l’opinione degli antichi e le nostre e privilegiando dunque la cruciale differenza di contesto. Sembra a me una questione mal posta: avviene nella storia della scienza che alcune idee facciano una loro prima comparsa, almeno nei documenti scritti di cui possiamo disporre, e siano poi più o meno lentamente modificate, anche nel corso di secoli, fino ad uno stadio finale, nel quale assumono una connotazione abbastanza rigidamente fissata all’interno di una certa disciplina. La storia di questa evoluzione è in sé assai interessante, molto meno invece lo è la valutazione della percentuale esatta dell’idea finale presente nell’idea iniziale ovvero nelle numerose fasi intermedie, o, ancor meno, le dispute di priorità su questo o quel nuovo passo compiuto. Nell’evoluzione dell’idea di inerzia molti autori potrebbero essere citati, ognuno con sfumature e peculiarità che sono soltanto sue proprie, ma è ben chiaro che è il complesso di questa storia che conduce alla fine a una nozione solidamente stabilita.
Scrive Christopher Hill, forse il maggior specialista della storia culturale inglese del XVII secolo, all’inizio della sua analisi delle origini culturali della rivoluzione inglese:

“C’è un pericolo nella storia della scienza, quello di dare la patente di ‘giusto’ – per esempio a Copernico, le cui idee non ebbero una conferma scientifica fino al diciassettesimo secolo – e di liquidare qualcos’altro come ‘sbagliato’ – per esempio gli astrologi e gli alchimisti, dimenticando che l’eminente matematico John Dee era un astrologo e che Robert Boyle doveva trasformare l’alchimia nella chimica, dimenticando che vi erano membri della Royal Society che credevano nelle streghe; dimenticando che sia Napier [matematico scozzese a cavallo tra ‘500 e ‘600, spesso detto Nepero, l’inventore dei logaritmi] che Newton attribuivano maggiore importanza alle loro ricerche sull’Apocalisse che ai logaritmi o alla legge di gravitazione. Almeno per i nostri scopi, non riteniamo importante quello che a posteriori la storia successiva giudicò giusto.” (Christopher Hill, Intellectual origins of the English revolution, Panther, London, 1972, p. 7).

E conclude, verso la fine del volume:

“Così la mia conclusione è sempre quella banale ed eterna: la storia è tutta molto intricata [all very mixed up]. Ma credo che la saggezza stia nel riconoscere le complicate interconnessioni e nel non permettersi di essere indebitamente influenzati dalle categorie di analisi che inventiamo per nostra comodità” (ibid., p. 299).

È con questa prospettiva policentrica che credo occorra addentrarsi nelle trame spinose della storia della scienza, così come in quelle della storia delle più generali sorti umane; ed è con questa vigile discrezione che occorre valutare gli scritti di tutti coloro che chiamiamo, a qualche titolo, maestri.

Aggiungo solo sorridendo che, se si facesse un’analisi comparata abbastanza fine anche delle opinioni di vari ed illustri fisici contemporanei sull’idea di inerzia, non sarebbe difficile trovare differenze e discontinuità; le quali peraltro, in modo altrettanto interessante, si rilevano se si sfogliano e confrontano diversi dizionari della lingua naturale alla voce inerzia.

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