Inerzia #7: L’ impetus

di Antonio Sparzani

Giovanni Buridano

Giovanni Buridano


Nell’Europa del Medioevo il problema del moto dei proietti viene dibattuto, in varie forme e da diversi studiosi. Si possono raggruppare le posizioni assunte in due filoni principali, il primo dei quali, assolutamente maggioritario, è quello di cui parlerò qui, considerando le posizioni dei fisici parigini. L’altro, di cui scriverò nella prossima puntata, fa capo alle posizioni di Petrus Johannis Olivi, e soprattutto del francescano inglese William of Ockham; filone forse minoritario ma di straordinario interesse, almeno se osservato nel solo modo in cui noi possiamo osservare, con il senno del poi.

Vi ho già raccontato che il primo distacco dalle posizioni aristoteliche è consistito nell’assumere che il proseguimento del moto di un proietto (sasso) dopo il distacco dal proiciente (mano) sia causato da un qualche cosa che è stato impresso, o immesso, o comunicato al proietto all’atto del distacco.

A questo qualche cosa sono stati dati vari nomi, dalla forza motrice incorporea di Filopono all’inclinazione di ibn Sīnā, cui corrispondevano naturalmente varie sfumature di un’unica idea guida.
Altri nomi e altri leggeri slittamenti di significato vengono escogitati nel Trecento. I filosofi che sono abitualmente citati a questo proposito, quali sostenitori di un qualche tipo di virtù impressa nel proietto sono quelli di Francesco di Marchia (si tratta di Francesco d’Appignano – oggi Appignano del Tronto – detto anche Franciscus de Marchia, francescano che andò con Michele da Cesena ad Avignone a prelevare Ockham per sottrarlo ai pericoli della protezione papale) e dei fisici parigini, Jean Buridan (ca. 1292-1363), italianizzato in Buridano, e di Nicole d’Oresme (ca. 1320-1382), entrambi questi attivi all’Università di Parigi. Il nome nuovo che viene da questi coniato per una nuova sfumatura dell’idea guida è quello di impetus e per spiegarne le caratteristiche vi trascrivo qui un passo di Buridano particolarmente significativo al riguardo, dato che la posizione di Francesco di Marchia è ancora intermedia tra varie possibilità (una virtus derelicta sarebbe presente nel proietto o, parzialmente nel mezzo, per giustificare il proseguimento del moto di quello).
Nel suo commento alla Fisica di Aristotele, libro VIII, Buridano, dopo aver richiamato la soluzione aristotelica, comincia cautamente a muovere la critica:

La presente questione è a mio giudizio molto difficile, poiché mi pare che Aristotele non l’abbia ben risolta [. . . .] ma nonostante tale soluzione mi pare che quel modo di porre la questione non avesse alcun valore a causa delle molte esperienze in contrario.
La prima è quella della trottola e della mola del fabbro, le quali si muovono per molto tempo e non escono dal luogo [da esse occupato]; perciò non c’è bisogno che l’aria le segua per occupare il luogo da esse abbandonato. Perciò non si può dire in quel modo.
La seconda esperienza è quella di una lancia che abbia nella parte posteriore una punta altrettanto acuta che in quella anteriore; una volta scagliata, tale lancia non si muoverà meno che se non avesse la punta posteriore acuta, e tuttavia l’aria che la segue non potrebbe spingere altrettanto tale punta, poiché sarebbe facilmente divisa dalla sua acutezza.
La terza esperienza è il fatto che una nave trainata velocemente nel fiume anche controcorrente non può fermarsi bruscamente, ma continua a muoversi per molto tempo anche dopo che si sia cessato di trainarla; e tuttavia un marinaio in piedi in coperta non sente aria da dietro che lo spinge, ma solo aria davanti che gli resiste. (cito sempre dal libro di Clagett menzionato qui, pp. 562-63).

Tutte ottime obiezioni alla soluzione che richiede l’aria come strumento di trasmissione del moto dal proiciente al proietto; obiezioni di fronte alle quali Buridano si risolve a una soluzione che si colloca nella scia di quelle avanzate da Filopono e da Ibn Sīnā:

Possiamo dunque e dobbiamo dire che al sasso o a un altro proietto viene impressa una tale cosa, la quale è la virtù motrice [virtus motiva] di quel proietto, e ciò pare meglio che ricorrere all’azione dell’aria per far muovere il proietto. Pare infatti piuttosto che l’aria resista. Mi sembra perciò che si debba dire che il motore, muovendo il mobile, gli imprime un impeto o una certa virtù motrice [quendam impetus vel quandam vim motivam] di quel mobile nella direzione nella quale il motore lo muoveva, sia verso l’alto sia verso il basso, sia lateralmente sia in cerchio, e quanto più velocemente il motore muove quel mobile, tanto più forte impeto gli imprimerà. E da quell’impeto è mosso il sasso dopo che il motore ha cessato di muovere. Ma a causa della resistenza dell’aria e della gravità del sasso, che inclina in una direzione contraria a quella verso cui l’impeto muove, quell’impeto si indebolisce continuamente. Perciò il moto di quella pietra diventa sempre più lento, e infine quell’impeto si consuma e corrompe a tal punto che gravità della pietra ne ha ragione e muove la pietra in basso verso il suo luogo naturale. (ibid., pp. 564-65).

Intanto ricordo che impetus è già un termine del latino classico, usato sia per indicare un assalto durante una battaglia (tipicamente in Cesare) sia per indicare un impulso, spesso violento, del vento o del mare (sempre Cesare) o anche di una passione dell’anima (in Cicerone, Livio, ecc.).

Alcune elementi vanno rilevati in queste parole di Buridano, che gli hanno valso la patente di inventore della dottrina dell’impetus. Forse il più importante è quello di aver cominciato a dare qualche precisazione, non veramente quantitativa, ma che si avvicina a possedere questa caratteristica: l’impetus ha una direzione, che è quella nella quale il motore muoveva il proietto prima di lasciarlo e inoltre, quanto più velocemente il motore muove quel mobile, tanto più forte impeto gli imprimerà, cioè – leggono i moderni – l’impetus è proporzionale alla velocità del motore. Ma quel che qui interessa sottolineare è quanto questa soluzione non si discosti sostanzialmente, salvo perfezionamenti di indubbio interesse, da una linea già imboccata da secoli. È la linea che consiste nel dire che il moto del proietto avviene perché qualche cosa si è comunicata ad esso, perché cioè il potere di muovere del motore ha passato al proietto una capacità di moto; questo qualche cosa di natura imprecisata, che è cominciato con la forza incorporea di Filopono, e per il quale sono stati trovati vari nomi, segna tuttavia una traccia che si va precisando.

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