Le voci del Pretorio. Il romanzo epistolare di Angelo Ascoli e Pasquale Vitagliano

tarr_pretorio_museo_05Quindicesima lettera

Carissimo,

La Murgia al sole è il deserto. La casa dove abita Giuliano è una scatola di pietra. Quando il tempo è brutto questo è il calvario e le gru sulle cime sono delle croci. Sono andato lì sulle tracce di Giuliano. Nessuno sa.
Mentre guardo queste colline, mi viene in mente la Basilicata. Altro che la dolcissima litania di M e di N. Ho letto che il poeta Andrea Zanzotto così ha definito il Montello. Queste inaudite colline siciliane non sono una pagina scritta di poesia. Come la Basilicata che ho conosciuto io, questo è paesaggio mi appare come un ricovero di basti sulle groppe cispose e piene piagate di asini bastonati. Questa terra è ospitale solo per i briganti. Mesi fa ho visitato il castello di Federico II a Lagopesole. Sulla pietra del portale sono stati scolpiti questi versi: Negando la verità si hanno dispiaceri. Dio precettò dire la verità per avere giustizia.
Anche la Puglia è terra di briganti. La terra della giustizia di Dio. Ed in questa terra, Giovanni, io non sarei stato tra i martiri, ma tra i carnefici.


Ho cercato di raccogliere notizie su quel giovane misterioso piombato qui all’improvviso dalla Lombardia per lavorare sotto copertura come custode del Castel del Monte. Un altro castello di Federico. Guarda come è strana la vita con tutte queste coincidenze. Non ho saputo granché, peraltro mi sono mosso con grande cautela e discrezione. I suoi colleghi hanno saputo dirmi soltanto che un giorno non si è più presentato a lavoro, senza alcun preavviso, senza spiegazioni. Diceva sempre che voleva cambiare mestiere, che voleva andare via di là, perché era un posto soffocante. Dove è fuggito? Chi lo ha aiutato a superare la rete di sicurezza che gli era stata messa intorno? Ancora una volta mi sono trovato nel posto sbagliato, al momento sbagliato. Prima Caserta e Rosaria. Adesso Andria e Giuliano. Prima o poi, Giovanni, toccherà a me pagare il conto. E sento che qualcuno mi sta spingendo verso questo momento.
Spesso ho momenti di panico. Da quando sono tornato a Potenza inseguo reiterandole le parole che ho scambiato con Giuliano, non certo le mie ma quelle che ho ascoltato dalla sua bocca. E non le parole ufficiali, quelle proferite al magistrato che aveva di fronte, ma quelle sfuggite o lasciate andare sinceramente e intimamente verso un coetaneo, una persona amichevole con la quale sfogarsi. Da allora un ronzio corona la mia mente e rende tutti i miei pensieri confusi, illogicamente intrecciati con la lana dei corpi e con l’acciaio delle colpe, delle accuse, della denuncia, delle condanne.
E’ stato all’improvviso, di notte, con l’incertezza del sogno, che questo groviglio si è sciolto. E’ riemersa chissà da quale buio fondale, con la nitidezza di una testimonianza diretta, una storia che Giuliano mi aveva raccontato, chissà per quale motivo e chissà in quale istante di confidenza. Ho provato una benefica e allo stesso tempo strana, incomprensibile sensazione di rivelazione. Temo questi velocissimi passi della verità: troppo oscuro prima, troppo chiaro adesso.
“Sai, è strano per me essere protetto dallo Stato”, all’improvviso mi dette del tu e cominciò a parlarmi come se fossi un suo amico e non il suo giudice.
“Io non ho mai creduto nello Stato. Ho avuto un’età in cui pensavo che si potessero combattere sia lo Stato che la Mafia. A scuola mi consideravano un mezzo terrorista, ma io non mai avuto il coraggio di andare oltre il limite delle parole, quando l’effimera figurina si trasforma in un ruolo da protagonista. Forse per questo nella mia vita ho drammatizzato tutto, non nel senso del dolore, bensì in quello letterale che richiede uno scenario, un palco, un attore e uno spettatore.”
“Il solo coraggio che non mi è mai mancato è quello di fuggire via. Fermarsi, tornare, e poi fuggire di nuovo. La prima volta che sono andato via dall’Italia, però, non è stata una fuga, ma il mediocre viaggio verso il lavoro. Anche al Nord è diventato difficile sopravvivere per chi non ha risorse. Ed allora, siccome per noi non esiste emigrazione, ti puoi inventare qualche affare in qualche paese dell’Est.”
Se penso al suo racconto, non capisco cosa c’entrasse con la nostra storia e con la sua presenza in Procura. Mi sembra strano che, rimosso per un certo tempo, sia poi improvvisamente riemerso con questa precisione nella sua insensatezza e nella sua estraneità.
“Non so se quello che ho provato quando ho lasciato l’Italia possa essere paragonato a ciò che hanno provato i meridionali che sono venuti a cercare lavoro a Milano. Non credo. Sono due situazioni completamente diverse. Eppure, anch’io in qualche modo mi sono sentito sradicato. Avevo, tuttavia, una certezza. Tornare a casa. Il ritorno è la condanna dei fuggitivi. La corsia del ritorno la percorrono soltanto i sonnambuli, quelli che hanno perso il sogno e lo ricercano addormentati, incapaci di guardare la propria storia, di fermarsi e fare i conti con se stessi. Io invece il mio sogno me lo voglio tenere stretto. Se scappo via, non torno più.”
Che dici Giovanni, può essere una traccia? E se fosse così, come possiamo inseguirla se essa si è fermata a in Puglia? Ancora una volta, chiedo il tuo aiuto. Ancora una volta sento i miei occhi, i miei passi, troppo deboli. Devo trovare Giuliano e parlargli. Dobbiamo trovare Giuliano e parlargli. Non mi accontento più della mia giustizia. Come puoi tu accontentarti delle ombre di realtà che il tuo cavernicolo terminale proietta?

P. S. Ricordo la mia prima destinazione in una sperduta Pretura di frontiera. Un giorno mi consegnarono un modem. “Che ce ne facciamo senza computer ?”, dissi ai tecnici che erano venuti per installarlo. Oggi mi porto dentro questo ricordo come un monito religioso. E’ il patto scellerato tra il mio potere e questa impotenza il segno di tanta assurdità.

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