Maria Lenti su “Dolore dei sassi”, di Rosa Salvia

Salvia
Rosa Salvia, Dolore dei Sassi, postfazione di Manuel Cohen, Pasturana (AL), puntoacapo, 2015, pp. 90, € 12

Il dolore, la linea nemmeno troppo segmentata della vita che, forse, più appartiene a chi scrive versi, è insinuato fin dal titolo nella raccolta di Rosa Salvia. I sassi (a cominciare dai Sassi materani, in cui si svolge un incontro-dialogo su una maternità da non interrompere, ad apertura di libro), le pietre dei passi esistenziali, quelle rotolate addosso o a sbarrare il cammino, quelle che segnano, infine, il non più o il non ancora, avvertono di sbarramenti e di possibili cadute, immettono a salti nella necessità dell’arresto.
Nello scorrere i momenti più acuti di tale linea, dentro una narrazione depurata del peso del sentimento del dolore e, prima ancora, del sentirlo infibulato nel corpo, l’autrice fa emergere – qui la limpidezza della poesia – il chiaro: la chiarezza, cioè, del contrario rispetto all’inganno sinonimo subito di ulcera corporale. Perché il contrario avvicina alla vitalità. (Dolore dei Sassi, scrive in clausola alla sua postfazione Manuel Cohen, «un canzoniere dedicato agli elementi che ci rendono ancora vivi, esseri pensanti e sensibili: elementi d’acqua e di materia di roccia»). E lì, dove il dolore segna la perdita, l’assenza, proprio lì il desiderio fila il suo filo di seta.
La constatazione di un nero, dunque. Ma, non sembri strano o in contraddizione, nello stesso versante si rivela il recupero di un “in sé” in cui tutto risulta pieno e in cui nulla si percepisce come perso, benché tutto sia perso: il tempo edace, l’amore (allargato ad affetti parentali meno fuggenti degli erotici), un quotidiano “fatto di niente” che accoglie il vivere soggettivo in cui hanno sostanza sogni e urgenze della realtà.
Tutto finito. Eppure… «Chiedi di continuare a camminare / senza il rancore della vittima, / senza le stampelle del sarcasmo. // Chiedi il minimo stupore della stella / per rimanere nella notte ancora. / Chiedi di continuare a camminare» (p. 30). Eppure…si può pre-figurare “Un nuovo mondo” (p. 40), anche per una Italia la cui idea è «un’ape inglobata / in una pietra», un’Italia dove «bisogna vivere e lavorare» (p. 44).
Posso virgolettare quel mio “forse” iniziale, teso come è, nel prosieguo dei versi, all’illimpidimento. Se il dolore, infatti, fa nascere la poesia a riflesso di uno sbancamento (da qualunque parte tale scavo arrivi: privato o sociale, intimo o politico, relazionale o motu proprio, ecc.), poi è il fiato ripreso a darle alito e a calare in essa, per una sorta di coscienza specchiata, di controcanto al vuoto, di voce vocata a salvare giorni, a risillabare, significandoli in un nuovo “altro”, i ricordi.
Così la ripresa individuale agisce la pazienza, affidata poeticamente (nell’ultima sezione “Un sottile scrutare”) anche ad un biblico insegnamento: «Mio caro Giobbe / la tua pazienza fa fiorire / anche le pietre!» (p. 75). E, insieme, diluisce sapienza (filosofica?) umana, rilascia ironia, lieve come un soffio («Si accende un disco sulle acque nere: / è la luna che s’alza e viene a bere» (p. 67), verso la coazione dei sassi a ripetere il loro rotolìo: «In mancanza di miracoli / mi par giusto adorare / gli obelischi di pietra» (p.74).
La poesia («eco d’una voce / che risale dall’onda / di lunghe e frastagliate / ipotesi», p. 27) si snoda, infine, alla lettura in tutta la sua forza ed entra nei meandri delle probabilità, degli interrogativi: a scalfire certezze pietrose, quasi a voler scheggiare i sassi, a frantumarli. In trasparenza. Che è cifra linguistica e di linguaggio di Rosa Salvia. Cifra già finemente presente, fin dall’exergo di copertina, in Mi sta a cuore la trasparenza dell’aria (2012), ultima pubblicazione prima di Dolore dei Sassi.

***

La poesia cresce

I

La poesia cresce,
mentre tu ti riduci
avvolta in un mondo
di veli
che lei tocca e lacera,
che lei tocca e lacera –

nasce nel fondo del vuoto
e della notte,

ti sussurra all’orecchio,
vola sott’acqua,

allontana i tuoi demoni,

ti dona l’amore che non giudica.

II

Nella paziente attesa
di un contatto,
quando ancora il pensiero
si screpola
e la parola langue,
la poesia è forse
più vicina
al vento delle acque,

all’eco d’una voce
che risale dall’onda
di lunghe e frastagliate
ipotesi,

a tutto ciò che scorre
o si riposa.

Forse soltanto in questo vuoto d’aria
la poesia sfiora, in un lampo,
verità e bellezza.

III

La poesia significa, almeno in parte,
non sapere perché si scrive nel modo
in cui si scrive.
Spesso implica il farsi trascinare
e costringere
dalla nostra stessa opacità,
dalle zone d’ombra e di non-sapere.
pag. 26, 27, 28

L’incalzare degli anni

III

Nelle serate afose
il vecchio Don Guglielmo
misterioso come un albero
e ruvido come l’ortica,
usciva sul terrazzo
che abbracciava il Tiburtino
ed il Verano,
sempre con un mazzo di carte
fra le mani
per fare solitari.

Dentro di lui il tempo era fermo,
un tempo infinito,
il tempo che occorre
per dimenticare
ogni memoria –

ma
talvolta
nella sua testa
don Chisciotte galoppava
a cavallo di Ronzinante,

poi
balbettando
vegliava
a una luce mancante

come un dio stanco.
pag. 36

Il buio viene dal mare

Il buio viene dal mare,
riempie le rive:
ormai è proprio sera.

Penso a quante cose sono sparite,
come presto muore la meraviglia –

Creature che vanno a morire,
dolore che non so dire:
le onde rosse tagliate dal vento,
e questi alberi, questi libri,
i mille perché dei bambini,
l’occhio che duole,
si appanna…

Così guasto è il mondo che il vetro
non chiuderà più l’aria sudicia
fuori del cielo,

che niente lasceremo che valeva,
che quando sarà
sarà come dire: guarda,
l’erba sola si muove.
pag. 42

L’ idea dell’Italia

L’idea dell’Italia
è come un’ape inglobata
in una pietra,
è come se non ci sia
una pagliuzza una formica
un pensiero uno sguardo
che si muova.

L’idea dell’Italia non è nel cervello,
non è in una sfera spirituale,
ma qui, in vista, in una landa desolata,
in una pericolosa vicinanza con l’incuria,
ignara di dove siano il bene e il male,
ignara di dove sia il proprio mondo,
dove l’altrui…

L’idea dell’Italia
è il prospetto delle distanze
da coprire con il flusso e riflusso
delle promesse vane.

L’idea dell’Italia
è ironia della sorte…

Un luogo non-luogo
dove bisogna vivere e lavorare,
malgrado le interminabili eclissi,
malgrado l’assidua contiguità della morte.
pag. 44, 45

In qualche luogo

III

In Lucania i campanili ricompaiono
alla dissoluzione della nebbia,
restituiscono lo sguardo:
miraggio o immagine speculare?

Il reale e il riflesso si scambiano dimensioni;
gatti marcano la superficie della terra
con le unghie,
paesi si sciolgono nel cielo obliquo,
vicoli si richiudono dietro a ogni passo,
alberi contano le loro foglie,

il fiume Basento è calmo:
distilla pensieri distesi
sulle pietre che urtano
alle pareti
del mondo.
pag.53

Andromeda

Bisogna cercarla di sera Andromeda,
nebulosa visibile a occhio nudo,
ardente come un’eroina di Racine,
bisogna cercarla in silenzio
guardando da tutti gli angoli
dell’ombra
sospesi sopra un respiro.

E’ bello vederla fiorire sull’acqua
come una candela che insanguina
il buio
vestire di tarli
l’ignoto
che s’appoggia al suo braccio
come un vecchio.

Tu non sai come poterti avvicinare
alla sua gioia,
come la sua luce
espandendosi
sveli un’altra luce,
presagio d’un infinito di luci
non visitate –

non lo sai:
ti duole fin dove pensi
e il dolore è già di pensare
dove immergono i sogni.
pag. 57, 58

La tua vita

La tua vita la vivi
sopra un altro pianeta,
da te distante, ormai,
milioni di anniluce,
ma non mordi le tue unghie
su una roccia.
Tu non sei l’arida roccia solitaria.

Silenziosa come il grano
sotto il giogo della luce,
canti le costellazioni
pur senza saper leggere le mappe,
e ascolti ti perdi ti ritrovi
con il tuo corpo che sceglie di sbiadirsi
pur di non corrompersi

E la parola frutto di scoglio
che ti possiede, t’illumina

ferisce.
pag.59

Eguale segno sempre

I

Abitare tra il sale e la parola
suscitare fantasmi nello specchio
trasalire in ampie crepe d’aria,
con il moto perpetuo
di acque, di stelle, di radici,

e il respiro assorto di narici –

cullare il corpo nel pensiero
vibrante del Nulla:

eguale segno sempre,
orientamento eguale.

II

Forse è musica di roccia
che dispera in un soffio
nel grembo della luce che s’intreccia
con la polvere
come sui marciapiedi di una strada,
paralleli e opposti, uno nella luce,
l’altro nell’ombra,

nell’eguale fermezza della vita
e della morte.
pag. 61, 62

Da Un sottile scrutare

X

Stanca di quelli che si presentano
con parole, parole,
ma nessuna lingua,
mi son messa a inseguire il suono della luce
nel libro degli alberi.
pag. 69

XXV

Il dolore dei Sassi era tanto
vicino
da poterlo toccare con le mani.
pag. 77

Un pensiero su “Maria Lenti su “Dolore dei sassi”, di Rosa Salvia

  1. Ringrazio Maria Lenti per questa sua ‘poetica’ nota di lettura così incisiva e importante per me e naturalmente il nostro don Fabrizio cui mi lega viva stima e amicizia.

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