Dieci domande a dieci scrittori-traduttori. Lo sguardo obliquo sulla realtà: Wu Ming 2

wu_ming

Wu Ming 2, uno dei componenti del collettivo Wu Ming, autori di romanzi e racconti sia collettivi che individuali, ma anche di una molteplicità di altre produzioni, iniziative, articoli, interventi, imprese, attività di diffusione e di guerrilla mediatica volte a mettere in evidenza le forzature e le contraddizioni del potere: il materiale è tale e tanto che, per la prima volta da quando è iniziato questo ciclo d’interviste, mi trovo in difficoltà a sintetizzare in dieci domande quello che vorrei chiedere.

1) Forse la cosa migliore è partire dal vostro romanzo d’esordio, Q, prima opera pubblicata da una grande casa editrice italiana con formula Creative Commons (ai tempi si trattava di qualcosa d’impensabile) e che quando uscì suscitò un vespaio di reazioni. Q contiene già in nuce, e al tempo stesso straordinariamente chiari nelle loro potenzialità, tutti gli elementi della vostra poetica. Una storia dalla parte dei reietti, insieme colta e popolare, raccontata con una scrittura quasi fiamminga, attenta al dettaglio ma con innumerevoli dinamiche interne. È una cosa che mi sono sempre chiesto: perché iniziare tutto così, con Q, con una travolgente avventura dietro le quinte della Riforma Protestante?

Il perché non lo sappiamo nemmeno noi, e se provassimo a ricostruirlo, sarebbe una spiegazione imposta a forza su una catena di eventi fatta di istinto, coincidenze, incoscienza e amicizia. All’epoca – era la metà degli anni Novanta – collaboravamo in vari progetti, dalla radio al teatro di strada. Pubblicavamo una rivista, scrivevamo racconti individuali, ci venne in mente di provare a concepirne uno collettivo, e per non rischiare di auto-limitarci cominciammo a parlare addirittura di un romanzo. Letture comuni – in particolare il saggio di Raoul Vaneigem, Il movimento del Libero Spirito – ci portarono a scegliere l’età della Controriforma come scenario condiviso nel quale animare l’intera vicenda.

2) Q era firmato Luther Blisset (pseudonimo collettivo utilizzato da un numero imprecisato di, cito Wikipedia, “destabilizzatori del senso comune”) mentre tutti i romanzi successivi portano la firma Wu Ming. C’è una ragione per questa sorta di passaggio di consegne?

La ragione è che il progetto Luther Blissett, per noi e per altri “destabilizzatori” della prima ora, si basava su un piano quinquennale e aveva una scadenza ben precisa, il 31 dicembre 1999. Dopo quella data, non avremmo più utilizzato il nome multiplo, mentre chiunque lo volesse poteva continuare a farlo, com’era sempre stato e com’è tuttora.
A ciò si aggiunga che il successo di Q aveva in qualche modo sovraesposto “i quattro autori” del libro rispetto alle moltissime anime del condividuo blissettiano. Per quanto ripetessimo che noialtri eravamo lo 0,00004% dell’intero progetto, ovvero lo sporco sotto l’unghia dell’alluce di Blissett, molti cominciarono a identificare Luther con quel gruppetto di “giovani scrittori”. Il desiderio di andare in giro per l’Italia per incontrare i lettori e parlare del libro non fece che acuire questa discrepanza. “Ecco i Luther Blissett”, titolavano i giornali locali, con falsi scoop sull’identità svelata del famigerato “terrorista culturale”.
Tutto questo ci portò a scegliere un nuovo nome, con il quale proseguire la sfida della scrittura collettiva.

3) In una ‘non-intervista’ (non)rilasciata a una giornalista di Repubblica durante l’inizio del cantiere culturale “Resistenze in Cirenaica” (di cui parleremo in seguito), Wu Ming 1 ha detto che la letteratura può produrre senso critico ma che le storie non sono solo in letteratura, in quanto testi scritti, ma anche in una molteplicità di altri mezzi, realtà, iniziative. Da Q in poi avete sempre sostenuto la moltiplicazione di tali storie, con una produzione volta a risvegliare una reazione in chi vi legge o vi ascolta, non per scioccarlo, come invece avviene in tanta produzione contemporanea, ma per suscitare una specie di ‘sguardo obliquo sulla realtà’, ripristinare un pensiero critico in un’epoca che, soprattutto dagli anni ’80 in poi, ha corso il rischio di non averne più. Eppure tale ‘pensiero critico’, questa capacità tutta umana di cercare le tante verità di una stessa cosa, continua a sembrare in costante pericolo d’estinzione. È così? E guardandovi indietro, se doveste fare un bilancio di questi quindici anni c’è qualcosa che non rifareste o che fareste diversamente?

Il pensiero critico è sempre a rischio di estinzione, per molti motivi. Anzitutto, più si plasma l’educazione in base alle presunte richieste di un fantasmatico “mercato dal lavoro”, più si tagliano dai programmi materie considerate inutili, che non servono, che non specializzano; ma poiché il pensiero critico è un esercizio di spaesamento, riuscirà tanto peggio quanto più si sarà abituati a cartografare un territorio angusto, a utilizzare un unico paio d’occhiali e a considerare come seghe mentali e pippe intellettuali qualunque tentativo di allargare il campo, di raccontare altrimenti, di varcare i confini tra concetti, discipline e confortevoli poltrone.
Il pensiero critico è a rischio perché troppo spesso si confonde l’arte marziale del dubbio con l’assenza di certezze, con il risultato che alcuni finiscono per dubitare soltanto, senza mai esprimere un pensiero, mentre altri schifano chiunque adotti un punto di vista netto, accusandolo di arroganza e spocchia. Altri ancora scambiano per critica la fede cieca in una verità alternativa, e le diverse tribù si accusano a vicenda, con dati e controdati, senza mai ascoltarsi davvero.
Nel nostro piccolo, cerchiamo di costruire i romanzi come palestre di sospetto, macchine per falsificare la narrazione dominante, laboratori per sperimentare altri sguardi sul mondo. Cerchiamo di fare a pezzi la storia monumentale, ma nel ricomporla in una trama, giochiamo a impilare i frammenti senza cementarli, in modo che il risultato finale non sia un nuovo monumento, ma un invito a smontare, a giocare ancora.
E quando ci siamo resi conto che alcuni lettori brandivano i nostri libri come scrigni di verità censurate e sepolte, per combattere quell’atteggiamento abbiamo reso ancora più inestricabile e ambiguo il miscuglio di narrazione e documentazione, di invenzione e archivio che da sempre usiamo come materiale da costruzione. Così chi legge deve tener tesi e pronti a scattare i suoi muscoli critici, senza affidarsi ai nostri per procura.
Di errori, in quindici anni, ne abbiamo fatti molti, ma se restiamo nell’ambito dello spirito critico, allora di sicuro ripeterei mille volte la scelta di non comparire in televisione, perché ha tempi e modalità che non si prestano davvero all’analisi; al contrario, mi domando spesso se non dovremmo approdare su Facebook, un altro ambito che abbiamo sempre disertato, almeno in prima persona, preferendo dialogare nello spazio commenti del nostro blog Giap. Molti esempi e tentativi illustri ci dicono che anche lì, sul social per antonomasia, è difficile portare avanti ragionamenti articolati, ma difficile non vuol dire impossibile…

4) Non mi è mai piaciuta la tendenza a definire cosa sia la scrittura (o anche la letteratura) ma leggendovi è forte questa idea del narrare per esprimere una resistenza a un potere che non accetta ciò che osa contraddirlo. Scrivere (e di conseguenza leggere) è lottare?

La scrittura è una lotta per molti aspetti. È lotta con le parole, per trovare quelle migliori. È lotta per non ripetere formule e frasi fatte, perché la letteratura fa un pessimo servizio alla verità, se non riesce a dirla con termini rinnovati. È lotta contro sé stessi, perché il potere che non accetta ciò che osa contraddirlo lavora in segreto, nella coscienza di ognuno, plasma il nostro modo di guardare il mondo, le metafore che usiamo, le cornici concettuali, i desideri, al punto che diventa impossibile combatterlo senza mettersi in discussione, senza valutare fino a che punto quel potere, come un padre, ci ha trasmesso i suoi cromosomi.

5) Nel 2008 il memorandum sul New Italian Epic suscitò numerose polemiche. Quello che mi colpì di più fu il riferimento ai cosiddetti “oggetti narrativi non identificati”. Si tratta di una definizione molto affascinante che condivido in pieno e di cui sono convinto si tornerà a parlare, e molto, nei prossimi anni. Cosa sono questi oggetti? Da dove provengono? E quali effetti provocano su chi vi entra in contatto?

Gli UNO (Unidentified Narrative Objects) si chiamano così proprio perché non sappiamo identificarli con assoluta certezza. Di certo sono narrazioni, nel senso che chi le ascolta, legge o guarda si sente raccontare una storia, cioè una rappresentazione degli eventi di un mondo, che scaturisce da una violazione della norma, si evolve nel tempo, riguarda luoghi e individui specifici, ruota intorno a un conflitto e alle sue possibili soluzioni, ha un inizio e una fine significativi e richiama archetipi, personaggi e strutture di altre storie.
Tuttavia, questa loro narratività è solo un’impressione complessiva, mentre le singole parti che compongono il testo possono avere una natura diversa e rompere: saggio, poesia, trattato scientifico, inchiesta militante, documento d’archivio, mappa, guida turistica, autobiografia e tutti gli incroci possibili tra questi generi, sottogeneri e tipologie testuali. L’origine di una simile attitudine è ben radicata nella nostra letteratura: si potrebbe dire che Dante, Machiavelli, Leopardi, Lussu, Malaparte, Pasolini e Sciascia hanno scritto “oggetti narrativi” con vari gradi di ibridazione, molti dei quali sono diventati classici, ma erano più o meno “non-identificati” al momento della loro pubblicazione. È noto che anche Moby Dick venne accolto con grandi perplessità circa la natura ibrida e straniante della sua miscela narrativa. Questo è uno degli effetti che tali narrazioni producono nel pubblico: spiazzamento, insicurezza cognitiva, incitamento al pensiero critico e alla (ri)scoperta di mondi. Inoltre, è facile percepire che l’autore ha cercato di raccontare con ogni mezzo necessario, usando al meglio tutto quel che poteva illuminare la sua storia, e questo trasmette un senso di urgenza e di autenticità, che una narrazione “tradizionale” difficilmente riesce a riproporre.

6) Siete sempre molto presenti, sia fisicamente – con presentazioni e incontri e iniziative quali ad esempio quelle del cantiere culturale “Resistenze in Cirenaica” – sia a livello di media (si parla in questo caso di transmedialità) grazie a un’infinità di progetti che poi trovano in GIAP uno strumento di diffusione/condivisione/rielaborazione. Cos’è GIAP e cosa state facendo con “Resistenze in Cirenaica”?

Giap, proprio negli ultimi due anni, ha conosciuto una grande trasformazione, quantomeno per noi. È ormai diventato il centro di gravità di molteplici progetti allargati, filoni d’inchiesta, gruppi di studio, aggregazioni spontanee, una collana editoriale e numerosi ospiti che sarebbe improprio definire esterni. Sotto alla superficie dei post che pubblichiamo, ci sono spesso lunghe discussioni su apposite mailing list “tematiche”, piccole comunità di giapsters che indagano quel determinato argomento e dove noi Wu Ming siamo in netta minoranza. Poi ci sono gli spin-off narrativi dei nostri romanzi, che spesso si depositano in vere e proprie antologie, con tanto di curatori, illustratori, editor e impaginatori (Da L’Armata dei Sonnambuli sono sgorgati addirittura quattro volumi di racconti…).
Resistenze in Cirenaica è uno di questi cantieri “più collettivi del collettivo”, capace di produrre spettacoli, opuscoli, letture, percorsi di trekking urbano e azioni di guerriglia simbolica. Tutto nasce in un rione di Bologna, chiamato appunto Cirenaica, perché al tempo del Regime fascista la sua odonomastica celebrava le colonie e in particolare le città della Libia. Dopo la Liberazione tutte le strade, tranne una, presero i nomi di partigiani e combattenti antifascisti. Così, quando un’associazione di abitanti ha salvato dalla speculazione edilizia un piccolo quadrato di verde, ha voluto intitolare il nuovo giardino a Lorenzo Giusti, ferroviere anarchico e partigiano. Da quel gesto è partita una riflessione sulla storia e la memoria del quartiere, con l’esplicito intento di “creolizzare la Resistenza”, raccontando le battaglie di eritrei, somali, libici ed etiopi contro l’occupazione italiana e rileggendo la nostra guerra di Liberazione come una guerra anticoloniale nel cuore dell’Europa. Secondo Aimé Césaire, infatti, il nazismo applicò al Vecchio Continente metodi di repressione e dominio che fino a quel momento erano riservati agli arabi d’Algeria o ai neri dell’Africa.

7) L’Italia (non è una novità) è un paese con una delle più basse percentuali di lettori in Europa, sia tra gli adulti che tra i bambini. A marzo di quest’anno è uscito Cantalamappa (Mondadori Electa, collana Electa Kids € 12,66) da voi definito “un libro pensato per sovversive e sovversivi dagli 8 ai 108 anni”. Mi è piaciuto molto (ho a mia volta in casa un piccolo sovversivo italo-olando-neozelandese di poco più di 3 anni): puoi parlarci un po’ più nello specifico di questo progetto?

Anche in questo caso si tratta di un’idea che coinvolge diversi soggetti: un paio d’anni fa Tiziana Mascia, che allora collaborava con Electa Kids, mi propose di raccontare ai bambini un libro intitolato “Mappe”. Dentro c’erano soltanto disegni e carte geografiche illustrate, ma accettai lo stesso la sfida, e in breve mi trovai a “presentare” il volume in giro per l’Italia. A quel punto, la casa editrice mi suggerì di cimentarmi nella scrittura per l’infanzia, provando a giocare con l’accostamento tra narrazione e luoghi affascinanti del Pianeta Terra. Ne parlai ai miei compari e decidemmo di tentare insieme: tre di noi sono genitori e di certo anche il quarto è convinto della necessità di conquistare i lettori fin da piccoli.
Il risultato è un libro di viaggi, reali o immaginari, usati come pretesti per raccontare storie, leggende, eventi del passato, apologhi e fiabe. Per stimolare i bimbi a farsi domande sul mondo e costringere i grandi a dare qualche risposta

8) In occasione dei cento anni dall’entrata in guerra dell’Italia (stiamo ovviamente parlando della Prima Guerra Mondiale) sono uscite molte pubblicazioni, spesso, ahimé, con intenti puramente celebrativi. Voi ne avete scritto sia come singoli (Wu Ming 1 con Cent’anni a Nordest – Viaggio tra i fantasmi della guera granda) sia collettivamente con L’invisibile ovunque edito da Einaudi e uscito in questi giorni. È un titolo molto inquietante. Di quale invisibile stiamo parlando?

Invisibile ovunque – nella poesia di Yvan Goll, Requiem per i morti d’Europa, pubblicata nel 1916 – è la guerra stessa. La guerra che coinvolge tutti, anche lontano dal fronte. È la mitragliatrice nemica che potrebbe essere dappertutto, nascosta, pronta a sparare e a toglierti la vita. E’ l’idea di un meccanismo che ti imprigiona e ti determina, anche se non lo vedi, anche se pensi di non esserne coinvolto. Anzi: che tanto più ti schiaccia quanto più ti ostini a considerarlo estraneo. Dalla prima guerra mondiale in avanti, fino a questi giorni convulsi, le guerre non hanno più smesso di funzionare così.

9) Cos’è il Wu Ming Contingent?

Il Wu Ming Contingent è una classica band (voce – chitarra – basso e batteria) che traduce in parole e musica l’attitudine narrativa del collettivo Wu Ming. I testi sono ispirati a racconti, articoli per riviste, documenti d’archivio, ricerche storiche, fotografie e altri materiali. La voce intona senza cantare, declama senza recitare, salmodia senza pregare. Gli strumenti partono da influenze punk, new wave e kraut, per esplorare nuovi territori. Il secondo disco del gruppo, Schegge di shrapnel, nasce dalla ricerche per l’Invisibile Ovunque e trasforma in pezzi da concerto testimonianze orali, pagine di diario, cartelle cliniche, poesie, appunti, sentenze di tribunali militari.

10) Avete definito L’armata dei sonnambuli (uscito nel 2014 con Einaudi) il vostro ultimo romanzo storico scritto collettivamente. La cosa mi ha molto colpito anche perché leggendolo si è rafforzata in me l’impressione che nelle vostre storie tutto sia possibile, come se vi muoveste (strano a dirsi per un cosiddetto romanzo storico) in un universo di assoluta libertà narrativa. Forse sbagliando, ho finito per individuare tre momenti nella vostra produzione passata: Q, che secondo me sta per conto proprio; poi i romanzi e i racconti fino a Manituania, e infine i testi scritti dopo l’uscita di Wu Ming 3 dal collettivo. Adesso mi pare se ne apra uno nuovo, un quarto. Mi domando se lasciarsi alle spalle la ‘Storia’ ed entrare forse definitivamente nei territori ancora tutto sommato inesplorati degli ‘oggetti narrativi non identificati’, significherà far sì che quel senso di libertà e di possibilità di cui parlavo poco sopra si spanda ulteriormente. Ogni romanzo storico parla dell’oggi: è giunto il momento di ragionare sul domani?

Ancora non ci è chiaro dove andremo a parare con i prossimi lavori. Di sicuro è finita l’epoca dei romanzi storici “alla Wu Ming”, il percorso che va da Q a L’Armata dei Sonnambuli, con l’eccezione di alcuni esperimenti solisti e di un “oggetto narrativo” come Asce di Guerra. Questo non significa che smetteremo di occuparci del passato, ma che non lo faremo più in quel modo. Oppure che useremo il metodo affinato in questi anni per raccontare il presente come se fosse già archiviato, il domani come se fosse ieri, e il possibile come se fosse necessario.

Un pensiero su “Dieci domande a dieci scrittori-traduttori. Lo sguardo obliquo sulla realtà: Wu Ming 2

  1. Pingback: Dieci domande a dieci scrittori-traduttori. Lo sguardo obliquo sulla realtà: Wu Ming 2 | alessandrapeluso

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...