Vivalascuola. I feticci della legalità e della memoria

Quest’anno per la Giornata della Memoria vivalascuola presenta spunti per una riflessione non ritualistica sulla ricorrenza dell’anniversario della liberazione del lager di Auschwitz. La memoria e la legalità non possono essere assunti come valori in sé, poiché, come argomenta Luca Rastello, il passato non si ripete solo se lo si capisce, e la legge, lo dimostra Stefano Levi Della Torre, non è sinonimo di giustizia. Solo entro i limiti di tale consapevolezza onorare la memoria ed educare alla legalità ha un senso. Solo se memoria e legalità non vogliono dire abdicare allo spirito critico e al diritto all’opposizione. Altri materiali sulla Giornata della Memoria su vivalascuola qui, qui, qui, qui, qui, qui.

I feticci della legalità e della memoria
di Luca Rastello

Il passato si ripete se non lo si capisce

Sugli alti luoghi della mia città sono stati eletti alcuni idoli con culti molto feticistici. Questi idoli si chiamano: memoria e legalità. Comincio dalla memoria.

La memoria è oggi un ricatto permanente. Chi si ponesse con sguardo critico nei suoi confronti, automaticamente sarebbe in odore di sospetto. La narrazione dominante recita più o meno così: la memoria è sacra, perché se non lo si ricorda, il passato, è destinato a ripetersi. E siccome il passato è sempre orrore, sangue e abisso, noi che siamo gente civile teniamo lontano il mostro del passato col culto della memoria.

Primo Levi, riferendosi ai meccanismi della memoria, nella prefazione dei Sommersi allerta i lettori sul fatto che il libro che si trovano tra le mani è impastato di una sostanza ambigua e complessa, da prendere sul serio, ma al tempo stesso da guardare con sospetto. Perché come ha scritto recentemente Daniele Giglioli nella sua Critica della vittima, la memoria istituisce con il passato un rapporto proprietario. La memoria si appropria del passato. Non è mai neutra; è sempre la mia memoria, la nostra memoria, la memoria delle vittime, la memoria di qualcuno nel cui nome si parla. E serve per lo più a legittimare l’azione nel presente di qualcuno che diventa portavoce, detentore, mediatore dei possessori di memoria. Osservazioni banali, se non fosse per questo culto di massa che ci ha accecati. Tutti i nazionalismi sterminatori dell’ultimo secolo hanno avuto la memoria come propria bandiera.
Vogliamo parlare del passato barbarico e glorioso della Germania? O di quello sconfitto e nobile dei serbi? Del passato universale del califfato musulmano? O di quello imperiale e panslavista russo? Nel nome di queste “memorie”, nell’ultimo secolo si è sparso sangue a fiumi.

Anni fa mi capitò di andare nel Nagorno Karabakh, una regione del Caucaso meridionale, e di trovare una città che era stata fatta letteralmente sparire. Si chiamava Agdam, era una città di 150.000 abitanti che nel corso del ‘900 gli armeni avevano letteralmente cancellato. Non c’erano più nemmeno le fondamenta. Avevano bruciato e sotterrato anche le stoppie in modo che non ne rimanesse traccia. Un’intera città azera eliminata dagli armeni. Gli armeni, popolo della memoria, quelli che giustamente sbattono in faccia all’Europa lo specchio impietoso del passato: tu non puoi costituirti come terra dei diritti e della civiltà finché neghi la tua genealogia. E la tua genealogia comprende anche lo sterminio immane degli armeni a opera dei turchi. E allora discutiamone, organizziamo convegni, facciamo memoria, ma intanto lasciamo sparire la memoria degli azeri di Nagorno Karabakh. Cerchi concentrici della memoria.

La memoria è preziosissima, fondamentale, a condizione che sia sussunta nella fatica della storia, la fatica cioè di mettere molte interpretazioni, molte “memorie”, su un tavolo – come ha fatto, ad esempio, Nelson Mandela – e di negoziare tra interpretazioni diverse, accettando anche di arrivare a un accordo artificiale, perché l’obiettivo, per certi versi impossibile, è di capire il passato. Il culto feticistico della memoria rivela i suoi piedi di argilla non appena se ne rovesci l’assunto di base. Non è vero che il passato si ripete se non lo si ricorda. È vero purtroppo che il passato si ripete se non lo si capisce.

La legalità non è un valore, è un metodo

Il culto della memoria è stato messo lì, sulle alture delle mia città, insieme a un altro feticcio che si chiama Legalità. La legalità viene presentata come un valore assoluto, da insegnare nelle scuole, da trasmettere ereditariamente. Ogni bambino deve crescere con l’idea di Legalità.

Dopodiché la storia, quel convitato di pietra che descrivevo prima, arriva sempre un po’ petulante a ricordarci che ogni evoluzione umana è avvenuta attraverso una rottura della legalità vigente, e che la legalità in realtà non è un valore ma un metodo. La società è un accordo raggiunto tra soggetti che portano interessi diversi, addirittura in conflitto. I rapporti di forza intercorrenti tra di essi determinano un accordo artificiale che è una specie di patto: la società, appunto. Questo accordo artificiale viene fatto rispettare grazie a un metodo che si chiama legalità. Metodo che quindi risente degli stessi condizionamenti, delle stesse ideologie, degli stessi rapporti di forza che intercorrono in una società, in un preciso momento storico.

Può elevare a valore assoluto il metodo della legalità solo chi presuma di essere nella società ideale, nell’anarchia realizzata, nel socialismo utopistico, nella democrazia perfetta. Solo se penso di essere al culmine della storia umana, se credo in un progresso costante e perfetto rispetto al quale mi trovo nell’ultimo stadio posso attribuire alla legalità un valore assoluto. Se le cose non stanno così e la legalità rimane un valore al di là dei condizionamenti di potere, allora ha ragione Adolf Eichmann quando difendendosi a Gerusalemme afferma di essere il rappresentante di una legalità voluta e costruita dal popolo tedesco attraverso un processo di consenso democratico e di non poter essere giudicato ex post da i vincitori della guerra. Se la legalità è un valore assoluto, indipendente dal contesto in cui viene invocata, Eichmann ha ragione e Sandro Pertini e Giovanni Pesce sono terroristi. Non c’è via di mezzo

E che la legalità sia un metodo condizionato dai rapporti di forza e dalle ideologie lo dimostra quello che succede oggi. Giancarlo Caselli, ex capo della Procura di Torino, ha istituito due processi che stanno infiammando la mia città. Uno riguarda l’incendio di un compressore in un cantiere della Tav, a Chiomonte. Quattro ragazzi che sono stati incastrati con un’intercettazione vengono incriminati per aver tentato di bruciare un compressore, con l’aggravante di finalità terroristica che prevede una pena minima di 20 anni e una massima di 30. L’aggravante di finalità terroristica è una novità assoluta nel panorama giudiziario italiano, perché il terrorismo fino a ora era considerato un reato di tipo associativo. Ora questi quattro ragazzi, che non si conoscevano né avevano niente in comune, diventano improvvisamente terroristi perché dopo il 2001 è stato aggiunto un comma alle leggi sul terrorismo secondo il quale ha finalità terroristica ogni azione volta a impedire allo stato di compiere un’attività che lo vincola sul piano internazionale.

Quindi fate attenzione: se qualcuno ha manifestato contro gli F35 potrebbe avere problemi simili in futuro. Il procuratore Caselli ha sempre dichiarato di perseguire i No Tav sulla base della singola responsabilità, del singolo reato e non in nome di una valutazione sull’opportunità o meno della “grande opera”. Ma se ci pensate bene l’aggravante di terrorismo è esattamente la conseguenza di una valutazione sul valore strategico dell’opera.

Proviamo a incrociare un altro rogo e un altro processo. Torino, inverno del 2011: una ragazzina dice di essere stata violentata dagli zingari del campo della Continassa. Dopo pochissimo ritratta: aveva semplicemente fatto sega a scuola e si era inventata la scusa della violenza per mettersi al riparo dalle conseguenza della sua marachella. Il giorno dopo la vicenda è già risolta, ma nel frattempo da una manifestazione spontanea a Torino si stacca uno spezzone che va a bruciare le baracche dei rom della Continassa.

La procura che propaganda e vende alle scuole i corsi sulla legalità ha incriminato questa gente per incendio doloso: pena massima 6 anni. Una delle società che realizza l’Alta velocità è ammessa come parte civile nel processo contro i quattro che hanno bruciato il compressore: avrebbero potuto esserci degli operai di conseguenza il reato non è solo contro oggetti, ma anche contro la persona. Le famiglie rom del campo della Continassa, al contrario, non sono ammesse come parte civile perché sono state bruciate solo delle roulotte e quindi si tratta di un danno contro beni materiali.

Questa è la legalità per come viene intesa alla luce dei rapporti di forza delle ideologie che controllano oggi il nostro immaginario, oltre che il nostro territorio. In nome di questi due feticci si arruolano giovani coscienze a migliaia e si creano masse di manovra che danno visibilità, potere, contiguità col potere. (da Gli Asini n. 29)

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La legge e la coscienza
di Stefano Levi Della Torre

Coscienza, diritto e legge tra accordo e conflitto

Coscienza, diritto e legge sono in continua tensione reciproca, talora concordano e talora confliggono. La Resistenza era conflitto tra coscienza e diritti da un lato e legge nazifascista dall’altro; la Costituzione è al contrario il termine entro cui coscienze, diritti e leggi ricercano una loro composizione. Una composizione sempre agitata e mai tranquilla. Dai rapporti sociali, economici e di genere insorgono di continuo diseguaglianze, privilegi ed oppressioni, mentre la legge vuole essere “uguale per tutti e per ognuno”. Le diseguaglianze sociali premono senza sosta contro la “legge uguale”, la deformano e spesso la lacerano. Oggi in Italia un paradossale “diritto al privilegio”, cioè alla privata lex, alla legge ad personam, o alla legge a favore di una consorteria, ha portato a livello governativo e istituzionale la popolare “arte di arrangiarsi”, la quale consiste nel saper ricavare da ogni situazione un vantaggio rispetto ad altri, un privilegio sia pure minuto. E facilmente il piccolo privilegio finisce per riconoscersi nel grande privilegio e per associarsi ad esso: lo notava Primo Levi quando estendeva alle società normali le sue considerazioni sul caso estremo del Lager, dove i penultimi godevano di infimi privilegi rispetto agli ultimi, ed erano perciò indotti oltreché costretti a qualche forma di collaborazione con il privilegio gerarchico del Lager. Qui sta, ai giorni nostri, l’efficacia antropologica della Lega, quando esalta l’antagonismo con gli ultimi (gli immigrati) in modo che i penultimi avvertano la propria diseguaglianza etnica, confessionale o persino razziale come un privilegio da difendere in alleanza con le classi dominanti e i ceti di governo. Tanto che viene chiamata “garantismo” la tenerezza servile e permissiva verso l’arbitrio dei potenti e “sicurezza” la prevaricazione persecutoria sui più indifesi. E lo stravolgimento delle parole corrisponde allo stravolgimento del diritto e delle mentalità.

Se e quando sia giusto ribellarsi alle leggi

2 – Se e quando sia giusto, in coscienza, ribellarsi alle leggi, oppure sottostare ad esse è un dilemma che non ha mai una conclusione definitiva. E’ un dilemma classico, e i classici sono tali in quanto, da qualunque tempo remoto parlino a noi, danno rappresentazione a problemi di fondo, mai risolti una volta per tutte e tuttavia inevitabili, e perciò sempre attuali. Claudio Magris ha parlato di Antigone ed io riprendo il suo punto, quanto mai pertinente al nostro tema.

La tragedia di Sofocle, di cui Antigone è protagonista, mette in scena il conflitto tra coscienza e legge. Dopo la morte di Edipo, succede al governo di Tebe Creonte e scoppia una guerra di successione. Dei due figli di Edipo, Eteocle si schiera con Creonte e con la città, Polinice contro. I due fratelli si affrontano in battaglia e si uccidono l’un l’altro. Creonte promulga una legge per la quale chi avesse dato l’onore della sepoltura al nemico ucciso sarebbe stato punito con la morte come traditore della patria.

Giustamente dice Magris che la legge di Creonte non è un una legge “nazista”, semplicemente impone una distinzione drastica tra chi ha difeso la pòlis e chi l’ha aggredita. D’altra parte, lo stesso testo di Sofocle giudica l’intransigenza di Creonte come ottuso fattore di tragedia. Antigone contravviene il divieto e di nascosto seppellisce Polinice: anche lei è figlia di Edipo, e in coscienza non vuol lasciare agli avvoltoi e senza onori funebri le spoglie di suo fratello. Affronta la propria morte e morirà, pur di seguire la propria coscienza. Ma che cosa è la coscienza? Antigone si appella a valori ancestrali, al rispetto per i morti, e al tempo stesso sostiene il diritto dinastico, familiare, che le impone di onorare il proprio sangue, al di sopra del diritto della pòlis. Contro la lex della pòlis, oppone lo jus, o il fas, degli antenati. Il genos al di sopra della pòlis, la famiglia al di sopra della città, la consanguineità al di sopra della collettività. Criterio giuridico politico contro criterio giuridico dinastico e del sangue. Al diritto positivo di Creonte, cioè al diritto frutto di decisione e di responsabilità politica personale, Antigone contrappone il diritto impersonale della tradizione. Nella sua coscienza si incrociano l’amore personale per un fratello e gli obblighi sacrali che discendono da principi remoti, indiscutibili e divini. Tale è anche la nostra coscienza, intreccio di affetti e di valori assiomatici non sempre rielaborati. E non è detto che la nostra coscienza sia sempre l’ultimo e più alto tribunale, perché non sempre la coscienza è pienamente illuminata dalla consapevolezza. Comunque, sia nel discorso di Magris sia in Sofocle, Antigone è il paradigma di chi decide che vale la pena di morire quando in coscienza si ritenga necessario opporsi alla legge “positiva”, cioè decisa politicamente. Ma se Antigone muore perché rifiuta la legge, Socrate muore al contrario perché vuole rispettare la legge.

Socrate è l’altro paradigma, è quello che ritiene che il principio della legalità, anche se nel suo caso ingiusta e per sé dannosa, sia superiore alla propria salvezza personale. Accusato di non rispettare le divinità e di corrompere i giovani, Socrate è condannato a morte e messo in prigione. I discepoli preparano la sua evasione, ma Socrate rifiuta. Nel dialogo platonico Critone, risponde ai discepoli mettendo in scena le leggi ateniesi in persona, che a un’eventuale intenzione di sottrarsi ad esse controbattono più o meno in questi termini:

Tu ci hai accettato come leggi, e puoi riconoscere i vantaggi che ti abbiamo dato: ti abbiamo dato il riconoscimento di tuo padre e di tua madre, ti abbiamo dato la paideia, ti abbiamo cioè fatto educare per legge, ecc.. Il sistema giuridico della città di Atene ti ha dato tanto, e adesso che invece ti colpisce tu lo vuoi distruggere, negandolo per i tuoi interessi personali? Hai accettato il patto sociale rappresentato dalle leggi quando ti conveniva, e lo rifiuti ora, quando ti nuoce? Ma questo patto è ciò che regge la civiltà ateniese; se lo rifiuti in un punto per tuo interesse privato lo farai crollare tutto intero, ecc.

A differenza di qualcun altro, Socrate rifiuta soluzioni ad personam per non minare un’intera civiltà giuridica. Le leggi hanno dato, le leggi hanno tolto, siano benedette le leggi, direbbe Socrate nel Critone, in risposta ai discepoli che lo sollecitano a infrangere le leggi fuggendo. Ed è quasi una parafrasi di ciò che risponde Giobbe alla moglie che lo istiga a maledire Dio che l’ha colpito senza ragione: Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il Nome del Signore (Gb 1,21). E in modo simile risponde Gesù ai suoi discepoli, nel Getzemani, di fronte alla condanna che incombe: Signore, se vuoi allontana da me questo calice; ma non la mia, ma la tua volontà sia fatta (Mc 22,42). Socrate, Giobbe, Gesù incarnano un paradigma della coscienza che, mentre denuncia l’ingiustizia di una specifica legge, riconosce tuttavia la prevalenza di un’ istanza superiore, che eccede il proprio interesse e desiderio personale, e lo subordina. La loro coscienza cerca la sua coerenza in una dimensione universale.

Persino Hitler era in buona fede

3 – Per non complicare troppo le cose, mi riferirò soprattutto a questo livello di coscienza, consapevole delle diverse dimensioni dell’esistere. Se l’etimo di “idiota” viene dal greco idiotes, “privatistico”, parlerò soprattutto della coscienza non idiota, della coscienza che supera i limiti dell’interesse privato, che non ricade su se stessa, per narcisismo o per grettezza o per mancanza di orizzonti e di immaginazione. Ma, come ho accennato sopra, la coscienza è un ambito facilmente inquinato. E’ facilmente sedotta dall’autogiustificazione. Difficile che non troviamo ragioni per legittimare il danno che rechiamo ad altri. Sicché la buona fede è la tentazione più comune delle nostre coscienze. Persino Hitler ritengo fosse in buona fede: aggredendo e sterminando, pensava di reagire per legittima difesa di fronte all’aggressione del comunismo, dell’ebraismo, delle democrazie, pensava di compiere una missione. Il malvagio che non cerca giustificazioni sarebbe un genio della lucidità, e i geni sono molto rari. La buona fede è la più consueta e insieme la più ambigua delle giustificazioni. In proposito, La Rochefoucauld, acuto anticipatore seicentesco della psicologia moderna, scriveva:

Ciò che mostra che gli uomini conoscono le loro colpe meglio assai che non si creda, è che essi non hanno mai torto quando parlano ciascuno della propria condotta; quello stesso amor proprio che di solito li acceca, li illumina allora e li guida così bene, che li conduce a sopprimere o mascherare anche le menome cose che potrebbero esser riprovate. O, ancora più fulminante e più noto: L’ipocrisia è l’omaggio che il vizio rende alla virtù.

Socrate, piuttosto, aveva adottato come guida il motto ghnòthi seautòn, “conosci te stesso”. Ciò significa che la coscienza, come consapevolezza di sé, non è una funzione soggettiva, al contrario è un’oggettivazione del sé, un sapersi guardare dall’esterno, come si fosse un altro. Coscienza di sé è un assumere uno sguardo esterno che si osserva muoversi nel mondo e si giudica. E’ la capacità appunto di oggettivarsi, di rendersi oggetto di indagine, di tradurre la prima persona nella terza persona, di tradurre l’io in un lui o lei, di tradurre il noi in un loro. La voce della coscienza risuona sì nel nostro intimo, ma non è esattamente una nostra voce, è piuttosto una voce collettiva, voce di una comunità etica ideale a cui sentiamo di appartenere, e che ci guarda e ci giudica, che ci accetta o ci respinge. E’ una voce che varia nella storia, è storicamente determinata. Nel Critone, questa voce collettiva era quella della pòlis di Atene, il coro delle sue leggi; per Giobbe o per Gesù si rappresentava e riassumeva nella voce di Dio.

La memoria della nostra debolezza alla base dell’etica

4 – Che cosa c’è alla base di questa oggettivazione di sé, di questa capacità di comprendersi e di giudicarsi come si fosse un altro o un’altra? Un elemento cardine è la memoria, la reminiscenza, importante sia nel discorso platonico sia in quello biblico. E mi spiego, partendo da un passo del Pentateuco. Leggiamo in Esodo 23,9:

Non opprimere il forestiero, perché voi già conoscete lo stato d’animo del forestiero, essendo stati voi stessi forestieri in Egitto.

C’è qualcosa di delicato in questo passo dell’Esodo che parla della nefesh, dello “stato d’animo” dello straniero: non solo delle sue necessità materiali, ma proprio delle sue sensazioni, del suo disagio, del suo bisogno di accoglienza. E però anche le necessità materiali sono un sollievo dell’animo: “Il pane ristora il cuore dell’uomo” (Salmo 104,15).

Ma il passo dell’Esodo ci parla anche della qualità riflessiva dell’accoglienza: lo stato d’animo dello straniero lo conoscete, era il vostro quando anche voi eravate stranieri in terra altrui. Accoglierete lo straniero come accogliereste voi stessi, stranieri. Quando sarete su una terra vostra, riconoscerete qualcosa di voi nello straniero, se conserverete la memoria di voi e delle vostre ascendenze. “Un arameo errante era mio padre”, è detto in Deuteronomio. Per esteso Il passo di Deuteronomio 26, 1-5 dice:

E quando tu sarai giunto nella terra che il Signore Iddio tuo ti dà in eredità, e la possederai e vi abiterai, prendi delle primizie di tutti i frutti del suolo che riceverai dalla terra che il Signore Iddio tuo sta per darti, mettile in un paniere e va al luogo che il Signore Iddio tuo avrà scelto per stabilirvi il suo Nome. Presentati al sacerdote che vi sarà in quei giorni… E dirai: ”un Arameo errante era mio padre…”.

Si parla dunque della responsabilità che cade su chi ha raggiunto una condizione stanziale, su una sua terra: responsabilità della memoria di una precedente condizione di erranza.

Ma non discendiamo solo dal passato dei padri, discendiamo anche dalla nostra infanzia. Nel momento della nostra forza adulta, e quando avremo un posto nel mondo, riconosceremo la debolezza e il suo bisogno di accoglienza se avremo memoria viva di noi, perché ogni essere umano ha avuto nella fragilità e nell’essere straniero la propria esperienza fondante: l’esperienza appunto dei nostri primi passi, quando ciascuno ha la necessità vitale di protezione, di essere accolto, straniero, in un mondo ancora estraneo, sconosciuto. Su questa memoria si fonda un’etica, la nostra capacità di riconoscere qualcosa di noi nella vulnerabilità dell’altro, e la nostra responsabilità verso la sua nudità esposta che è stata anche la nostra.

Ingiuste sono le leggi che non hanno memoria della debolezza

5 – La memoria, dunque, della nostra debolezza inaugurale come base dell’etica. Ora, la memoria è quella selezione della nostra esperienza, che, in qualunque tempo anche remoto si sia prodotta, continua ad essere attiva su di noi, è lo spessore esperienziale della nostra attualità, la stratificazione storica interiorizzata del nostro presente. Questa selezione della nostra esperienza può essere spontanea, ma anche coltivata, trasformata in cultura, in criterio di comprensione e di confrontabilità con l’altro o con l’altra, in fattore-guida dell’etica. Questo è quanto suggerisce il passo sopra citato di Esodo 23,9 (Non opprimere il forestiero…): coltiva la memoria del tempo della tua debolezza, del tuo stato d’animo, della protezione che allora hai desiderato e hai avuto. E’ proprio ciò che nel Critone dicono a Socrate le leggi di Atene: nella pienezza della tua maturità e della tua forza intellettuale, ricordati che nella tua debolezza di infante noi ti abbiamo allevato e abbiamo nutrito la tua mente con la paideia, e questa memoria guidi il tuo senso di responsabilità e di giustizia verso la città. Dunque, la giustizia si nutre della memoria della debolezza, si mette alla prova in rapporto alla debolezza. Ciò vale per la coscienza, ma vale anche per le leggi: ingiuste sono le leggi che non hanno memoria della debolezza. In fondo lo sanno tutti: la legge ingiusta è la legge del più forte. Guai a coloro che emanano leggi inique per togliere ciò che è dovuto ai poveri, e per depredare dai loro diritti i bisognosi del mio popolo, dice il profeta Isaia (10, 1-2).

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MATERIALI

Su vivalascuola altri materiali sulla Shoah

Memoria del male, memoria del bene
I Giusti ci trasmettono la consapevolezza che “chi salva una vita salva il mondo”, ma anche che non basta indignarsi del male di cui siamo spettatori; ci trasmettono l’impegno di farci carico della lucidità e del coraggio che hanno ispirato chi ha operato e opera con giustizia e speranza, contro corrente e mettendo a rischio la propria vita, per salvare anche una sola vita umana nel corso dei genocidi che da Auschwitz in poi si sono susseguiti ovunque. La puntata comprende una riflessione di Stefano Levi Della Torre sulla figura dei Giusti, un intervento di Salvatore Pennisi sul valore educativo della memoria del bene, il racconto di Maria Bacchi di una bella pagina della nostra storia in quel di Nonantola. Completano la puntata tre racconti di resistenza e dignità che proponiamo come lettura per le scuole

Un viaggio della memoria
Racconti del “viaggio della memoria” a Mauthausen, Gusen e Hartheim di una classe di studenti milanesi. L’impegno di tanti studenti e docenti nell’affrontare la tragedia dei campi di concentramento e di sterminio nel cuore dell’Europa è quasi eroico, non solo per l’argomento ma anche per la condizione in cui è stata ridotta la scuola italiana, la cui qualità si affida sempre più alla buona volontà di chi vi partecipa. Con un commento sui testi degli studenti di Stefano Levi Della Torre.(vedi qui)

Come si fa a fare pranzo dopo Auschwitz?

Una selezione di poesie di autori contemporanei sulla Shoah. «Come si fa a scrivere una poesia dopo Auschwitz?” chiese Adorno […] “e come si fa a fare pranzo dopo Auschwitz?” obiettò una volta Mark Strand. Comunque sia, la generazione a cui appartengo ha dimostrato di riuscire a scrivere quella poesia» (Iosif Brodskij, Discorso per il Nobel, 1987). Con una riflessione di Donato Salzarulo. (vedi qui).

Auschwitz, la memoria e il presente
Se la solidarietà con le vittime dei Lager soddisfa la nostra buona coscienza, la domanda che qui intendo invece affrontare è questa: che cosa ci può accomunare se non con i carnefici, almeno con il conformismo consenziente, o con l’indifferenza al destino altrui, o con il non voler sapere per evitare responsabilità, con tutti quegli atteggiamenti, insomma, che hanno permesso che Auschwitz avvenisse? (Stefano Levi Della Torre, qui).

Come insegnare Auschwitz, con “Piccoli consigli al ventenne che in Italia studia la Shoah” di Alberto Cavaglion
Diffida delle mode. Oggi la Shoah è una moda… La Shoah non può essere imposta dall’alto, per circolare ministeriale… Non sono cose che si possano imporre per decreto. Attento a chi vuole imporre dall’alto il Dovere di ricordare. Quando s’impongono cose dall’alto, il ribellarsi è giusto… Adesso bisogna trovare il coraggio di dire che il fascismo non è solo Salò e l’Italiano, ebreo e non, è stato Fascista. (vedi qui).

Noi e le leggi razziali
A qualsiasi ufficio od impiego nelle scuole di ogni ordine e grado, pubbliche e private, frequentate da alunni italiani, non possono essere ammesse persone di razza ebraica… Alle scuole di ogni ordine e grado, pubbliche o private, frequentate da alunni italiani, non possono essere iscritti alunni di razza ebraica… Nelle scuole d’istruzione media frequentate da alunni italiani è vietata l’adozione di libri di testo di autori di razza ebraica. (vedi qui)

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Una pagina con materiali sulla “Giornata della memoria” sul sito di PavoneRisorse.

Una lista di libri sulla Shoah da poter utilizzare in classe su OrizzonteScuola.

Una bibliografia a cura degli Amici della Biblioteca di Sesto San Giovanni qui.

 

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