Claude Lanzmann, L’ultimo degli Ingiusti

di Roberto Plevano

Ultimo dei giusti 235

È un paragrafo del romanzo di André Schwarz-Bart L’ultimo dei giusti (Premio Goncourt 1959, trad. it. di Valerio Riva, Feltrinelli 1960). Francia non occupata, tarda estate 1941: ultimo discendente di una stirpe di rabbini trascinata nel fiume della storia degli ebrei d’Europa dal XII secolo, Erni Levy, alla notizia della deportazione in Germania di tutti i membri della famiglia, rinnega l’intera sua vita, il suo stesso essere uomo. Inizia a ingozzarsi di carne cruda, “carni al sangue, sanguinacci d’ogni sorta“. In breve diventa mostruosamente grasso. L’aspetto fisico diventa il segno visibile dell’apostasia. In lui esplode furore e ostilità verso Dio, che permette l’annientamento del suo popolo. Dio a cui Erni vorrebbe ormai avvicinarsi “quel tanto che basta per permettermi di sputargli in faccia“. Il grasso di Erni, così come le piaghe sul corpo di Giobbe, sono il segno della licenza data a Satana sulla sorte dell’uomo.

Il terribile titolo del romanzo di Schwarz-Bart – che non è mera finzione narrativa, tocca una verità storica e ha, temo, qualcosa della forza della profezia – è ripreso da Claude Lanzmann nel lungo (tre ore e quaranta minuti) documentario-intervista al rabbino viennese Benjamin Murmelstein, ultimo decano (Judenälteste) del Consiglio Ebraico (Judenrat) di Theresienstadt, e unico decano sopravvissuto alla guerra. Con amara ironia, Murmelstein stesso si definisce L’ultimo degli Ingiusti. L’epiteto dà così a Lanzmann il titolo al film.

Il testo della lunga intervista, presa a Roma nel 1975 e divulgata soltanto nel 2013, a ventiquattro anni dalla morte di Murmelstein, è pubblicato presso l’editore Skira (2014). L’immagine di copertina ci rimanda la nuca di un uomo anziano e ben pasciuto, Murmelstein stesso, e c’è qualcosa di stridente, di insolentemente osceno in questa fisionomia tozza, le pieghe di grasso bene in vista che fanno a pugni con il corpo macilento dei “mussulmani“, “la massa anonima, continuamente rinnovata e sempre identica, dei non-uomini che marciano e faticano in silenzio, spenta in loro la scintilla divina, già troppo vuoti per soffrire veramente” che vengono fuori dalle pagine di Se questo è un uomo, o con l’alta figura ascetica di un Primo Levi, consumato dal dovere di rendere testimonianza dell’indicibile.
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I salvati dallo sterminio non si liberarono davvero mai dall’implicita imputazione che, al di là dell’intenzione dell’interrogante, pareva sigillare la definitività dell’accaduto, l’irrevocabilità assoluta della storia, o l’abbandono da parte di Dio: tra 1941 e 1945 tutti gli ebrei d’Europa dovevano morire. La sopravvivenza fu, per i salvati, uno scandalo che molti non sopportarono. Il disagio consapevole del lettore tuttavia viene dal sapere che Murmelstein non è un semplice scampato alla più grande tragedia del suo popolo; anzi, ne è stato in un certo modo parte attiva.

Intorno ai Consigli degli Ebrei (Judenräte), organizzati dai nazisti per pianificare in Europa orientale la deportazione e lo sterminio secondo la modalità dell’autoannientamento (Selbstvernichtung), vi furono aspre polemiche. I decani dei Consigli furono considerati alla stregua di collaborazionisti, assassini al pari delle SS; anzi, i peggiori traditori del loro stesso popolo. Hanna Arendt in particolare mise sotto accusa gli Judenräte ne La banalità del male. Gershom Sholem arrivò a dire che “il rabbino viennese Murmelstein merita di essere impiccato dal popolo ebraico”. A guerra finita, Murmelstein fu una figura odiata dai sopravvissuti per aver eseguito puntigliosamente gli ordini nazisti a Theresienstadt, una grottesca messinscena allestita come un ghetto modello a uso propagandistico, quando invece era una stazione di passaggio per i Vernichtungslager della Polonia. Nel giugno del ’44 il ghetto di Theresienstadt divenne una scenografia davanti a commissari della Croce Rossa danese, che chiedevano chiarimenti sulla sorte di alcune centinai di ebrei danesi là deportati. Ai commissari fu dato il permesso di visitare il ghetto da Eichmann in persona, che contestualmente diede ordine all’allora decano Paul Eppstein e a Murmelstein di “ripulire” e “abbellire” il ghetto. Prima della visita, circa 8000 internati furono spediti a Auschwitz per rimediare al sovraffollamento. I commissari furono scortati dai nazisti a “ispezionare” l’umanità con cui gli internati erano trattati, l’esercizio di mestieri, commercio e le varie attività culturali di una serena e industriosa città: la messinscena doveva costruire l’illusione del futuro, nella realtà cancellato agli ebrei. Il cinico inganno ebbe successo: qualche mese dopo Kurt Gerron, cineasta ebreo, fu incaricato di girare nel ghetto un film di propaganda, Il Führer dona una città agli ebrei, da mostrare a Croce Rossa, Vaticano e paesi neutrali. Nota è la scena di una partita di calcio giocata dagli “ospiti” su un campo troppo piccolo per squadre regolari. Terminato il film, direttore e partecipanti furono spediti ad Auschwitz e immediatamente gassati. Eppstein fu ucciso a Theresienstadt con un colpo alla nuca nel settembre ’44. Tre mesi dopo Murmelstein fu nominato a sua volta decano. Poco meno di 150000 ebrei furono internati a Theresienstadt; ne sopravvisse circa un decimo, a causa di malattie, denutrizione e maltrattamenti. A guerra finita Murmelstein finì in carcere in Cecoslovacchia per collaborazionismo, senza che nessun capo di imputazione fosse infine formalizzato. Si stabilì poi a Roma e non gli fu permesso di far parte della comunità ebraica. Alla sua morte il figlio non poté dire in sua memoria il Kaddish.

Collaboratore dei carnefici o vittima costretto al peso più duro, quello di decidere di necessità la sorte della propria gente? Sono state di più le vite salvate o quelle recise dalle decisioni di Murmelstein? Il giudizio morale è arduo, non dimenticando che ogni passo era fatto con una pistola puntata alla nuca, era soltanto questione di tempo.

Quando arrivai per il mio interrogatorio, la prima volta, nel carcere di Pankratz a Praga, nel 1945, la domanda che mi fecero fu: “Come mai lei è vivo? Come mai lei è vivo?”. Ma io non sono uno che si lascia intimidire facilmente e replicai: “E lei? Come mai lei è vivo?”. Dalla mia reazione lui capì che non riusciva a cogliermi di sorpresa e disse: “Tutti i decani ebrei sono stati uccisi”.

Fino alla ritirata dei nazisti ogni uomo di senno di parte ebraica non aveva dubbi sulla propria sorte. Lanzmann vede Murmelstein come una figura tragica, che fece in piena coscienza quello che occorreva fare, sapendo bene che la figura del decano rappresentava l’ultimo fragilissimo diaframma di finzione legale tra i nazisti e il popolo ebreo. Essere decano era un incarico impossibile da svolgere, e pure Murmelstein si tenne a tali impossibilia. Parlando si sé, egli dice:

Io sono sopravvissuto perché avevo una favola da raccontare. Dovevo raccontare la favola del paradiso degli ebrei, Theresienstadt. Loro pensavano che avrei raccontato di un ghetto dove gli ebrei vivono come in un paradiso, dove sono felici. Mi hanno tenuto in vita per raccontare questa favola (…)
E così il ghetto fu salvo. E anch’io. Non mi hanno preso, ecco il mistero della sopravvivenza.
Questo non l’ho mai potuto dire, forse non avrebbero capito.

Murmelstein dà l’impressione di giocare un po’ con Lanzmann come un gatto con il topo, alternando giudizi taglienti, allusioni, dettagli vivissimi e reticenze. La sua testimonianza è preziosissima, e tuttavia non è mai priva dell’ironia di chi sa che l’interlocutore, che abbia pure dedicato la vita alla ricostruzione di questo passato, non potrà mai calarsi nei suoi panni, perché

in fondo, il decano del Consiglio degli Anziani era sempre fra l’incudine e il martello, fra gli ebrei e i tedeschi. E la persona in quella posizione può parare un bel po’ di colpi, fare in modo che il colpo che arriva dall’alto non colpisca l’incudine. Ma lui prende tutti i colpi.

Il decano era nella posizione di una marionetta, una marionetta comica. Ma quella marionetta doveva agire in modo tale che la sua natura comica potesse alterare il corso degli eventi. Nessuno poteva né doveva capire questa cosa. Altrimenti saremmo stati massacrati. Egli doveva agire in modo da cambiare le cose da marionetta. Di solito le marionette vengono tirate dai fili. Quella marionetta doveva tirare da sé i propri fili. (…) E gli altri dovevano ballare.

Se dovessi paragonarmi a un personaggio letterario, non sarebbe Rolando, o l’Orlando furioso, né El Cid. Lo sa quale? A Sancho Panza! Il realista e calcolatore con i piedi per terra, dove gli altri Don Chisciotte vanno verso i mulini a vento.

Per ironia della sorte, Murmelstein a Vienna conobbe bene Adolf Eichmann, facendogli personalmente rapporto sull’emigrazione ebraica per tre anni, dall’Anschluss fino all’internamento in Theresienstadt nel 1943. La Arendt dipinse Eichmann come “un piccolo uomo banale”, un grigio burocrate, quando invece dal racconto di Murmelstein prende vita un farabutto corrotto e criminale:

la figura di Eichmann al processo venne fuori in maniera ridicola! Lui… banale? Eichmann banale… Il fatto che Eichmann fosse corrotto non fu mai… non fu mai messo in risalto.

Murmelstein ricorda che Eichmann si pose a capo di un ufficio per l’emigrazione collettiva degli ebrei, vendendo visti fasulli per l’estero e appropriandosi dei beni degli emigrati, all’insaputa dall’amministrazione delle SS. E pure, con la mediazione di Murmelstein, molte migliaia riuscirono in questo modo, prima della Endlösung, a lasciare l’Europa occupata proprio dall’Austria. Pur potendo espatriare con la famiglia in Palestina, Murmelstein scelse di rimanere nell’Austria hitleriana per dirigere, in condizioni difficilissime, l’emigrazione del maggior numero possibile di ebrei.

Quasi ogni giorno partivano convogli speciali con donne e bambini che venivano fatti emigrare. Passava tutto per le mie mani. Ed era… lei capisce, era… sarebbe “banale” dire che io la consideravo una missione. (…) mi ritengo abbastanza debole umanamente da ammettere che provavo anche una certa gratificazione personale. (…) alcune volte c’era da piangere, altre da ridere, ma principalmente eravamo giovani e forti e speravamo di poter tirare fuori sempre più persone.   

Eichmann “era un demonio“, che, Murmelstein testimonia, comandò personalmente alle unità SS la devastazione degli uffici della Comunità ebraica a Vienna nella notte tra il 9 e il 10 Novembre 1938, partecipandovi attivamente (contrariamente alle risultanze del processo di Gerusalemme), ma in quella situazione scendere a patti con il diavolo, dargli quello che voleva, era l’unico modo di prolungare l’esistenza e di differire la liquidazione del “ghetto modello”:

C’erano molte ragioni per tenere in piedi Theresienstadt o per liquidare Theresienstadt, ma una delle ragioni per tenere in piedi Theresienstadt era la seguente: finché Theresienstadt esisteva, Eichmann poteva avere i propri fondi per il mantenimento del ghetto. I propri fondi con una propria gestione.

Nel quadro più generale della politica razziale nazista, Theresienstadt aveva valore soltanto finché funzionava come messinscena, e Murmelstein, una volta deportato, fece leva su questo per salvare la vita di alcuni almeno degli internati. Internati che, come tutti gli ebrei, erano vittime, martiri, ma non santi.

Lanzmann: Si può dire che il potere le piaceva? 

Murmelstein: Senta… Se io… Io non voglio… essere così ipocrita da dire che non mi piacesse. Questo non sarebbe vero. Ma l’accusa di aver abusato del potere… questo… va troppo oltre. 

Se c’è qualcosa che alla nostra sensibilità suona sconsolante, leggendo e ascoltando la lunga intervista di Murmelstein, è la sensazione che le incalcolabili sofferenze di individui e popoli, tutti i popoli, non hanno di per se stesse un valore redentivo. Quello semmai si può trovare nel chiuso delle coscienze personali, o nella difficile elaborazione estetica e letteraria che i fatti, anche i più atroci, a volte riescono a trovare, come appunto, per fare qualche esempio, in Imre Kertész, Primo Levi, Elie Wiesel, Art Spiegelman, e nelle insostenibili ultime pagine de L’ultimo dei giusti, in cui l’inenarrabile è messo per iscritto.

Se non un senso allora, la distruzione degli ebrei d’Europa ci mette sotto gli occhi una spaventosa, irrimediabile assenza, una mancanza che riguarda il nostro tormentato oggi, l’Europa mutilata che non sa raccapezzarsi nel mondo senza pace, non può più muovere il suo arto fantasma e non indica un possibile futuro.

Il passato di cui stiamo parlando ha avuto ripercussioni in tutta Europa. Come accade con una foresta quando viene distrutta. La sua distruzione ha ripercussioni sul clima di un’intera regione, anche di luoghi lontani da essa.
Allo stesso modo, l’assenza dell’ebraismo orientale, dell’ebraismo europeo, si ripercuote climaticamente, per così dire, sul mondo intero. L’ebraismo, che è stato distrutto, manca in tutto il mondo. Manca anche a Roma.

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