SEBASTIANO GATTO, “BLUES DELLE ZUCCHE”

Sebastiano Gatto, Blues delle zucche, Venezia Mestre, Amos Edizioni, «Poetiche», 2015, 105 pp., 10 euro

CRESCIAMO AL MODO DELLE ZUCCHE. Quasi una recensione

di Luciano Curreri

ZuccheGatto è del 1975, io del 1966, eppure il suo Blues delle zucche lo so strimpellare anch’io. Mi è bastato sfogliarlo con gli occhi, seguirlo con le mani, è stato come leggere uno spartito: è un blues che sa di requiem, come ogni buon blues, del resto. E che ogni fatto cantato sia frutto di fantasia, non importa. Ci stai dentro comunque, tanto il ritornello è fantastico, nelle sue circolari, significative varianti:

«Cresciamo al modo delle zucche e quando è ora ci trovi al mondo come sui banchi del mercato, e siamo in offerta, e costiamo poco. In tanti sui banchi del mercato nemmeno ci finiamo: ci lasciano ai merli senza la fatica della raccolta (p. 21)»;

«Quando cresci al modo delle zucche sai già in quale mercato finirai, sai già che sarai in offerta, che costerai poco. Ammesso che su quei banchi si finisca, perché un giorno, magari, ti accorgi che, invece di raccoglierti, ti hanno lasciato ai merli, senza la fatica della raccolta» (p. 94).

Non c’è medicina contro questa reificazione addolcita e malinconica, che molti di noi, peraltro, conoscono, operai o insegnanti che si sia diventati (e direi che i più lungimiranti e meno spocchiosi, da sempre sapevano riconoscersi in un destino di insegnanti-operai, qualsiasi mercato si fosse raggiunto, magari europeo). Certo, se accantonate la boria scientifica con cui vi stanno coltivando, se tentate di ascoltare l’orecchio che vi fischia, se provate a dirvi che l’acufene non c’entra nulla, forse intuirete che è possibile cantare e comunicare insieme, a distanza (pure a distanza di tanti anni, di migliaia di chilometri), e che questo canto può ancora farci intuire utilmente una comunità cha ascolta tutto e tutti, anche le zucche lasciate ai merli.

Così si ritroveranno, per esempio, un ragazzo che cerca ancora la sua voce, magari ammirando le ‘filiazioni’ e il ‘canto sgangherato’ di Eddie Vedder, e uno che ha imparato a sfregare nel silenzio la sua, di voce, quasi volesse aggiungere una nota, un accordo, un ritmo, che la nostra immaturità, prima, la nostra spocchia, poi, ci impedisce di apprezzare, se non, per l’appunto, a distanza di anni e di chilometri. E in mezzo quattro incontri, più uno a metà e uno immaginario, tra un personaggio che dice io e che potresti essere tu, caro lettore, e un ragazzo emofilico, diciamo di un lustro più vecchio, che ti/ci regala vita e mistero, secondo modalità quasi sacre, rituali, fino a quando i troppi libri letti a scuola ti fanno dubitare della vita e del mistero e tu diventi uguale a uno di quegli spietati compagni del Liceo che avevi in astio.

La gioventù che anche Pasolini aveva sconfessato, qui la ritrovi come corpo, come esperienza, come lavoro e come musica, peccato e poesia; e c’è qualcosa di sacro, che lo si voglia intendere o no, in questi ragazzi che son piccoli negli anni Settanta e vengono su negli anni Ottanta e Novanta, con un romanzo di formazione che, pur sparando loro in faccia quello che fanno gli uomini di buona famiglia, li fa restare fedeli agli uomini di umili origini. Poesia prima della poesia, terra dopo la terra, ovvero i posti brutti che sembran belli, l’orecchio buono per la musica stonata, riff di cancelli che sbattono ma stanno sempre aperti, la letteratura come confessione, come scoperta del nostro peccato («Mi hai ascoltato. Non ho ricambiato»; p. 101), ché troppo facile è evocare e provare (dimostrare) sempre e solo il peccato degli altri. Siamo all’esperienza prima che morisse nei compartimenti stagni della coltura e della cultura, e poco importa che sia solo quella bruciata da una sigaretta, brace debole di non forti individui, arancioni cuscini volanti di una città allargata che era soglia per transiti orientali e dove ancora oggi puoi imparare a partire, a vagare e a ritornare; magari dopo aver raccolto, a fatica, alcune zucche lasciate ai merli da chi, ai nostri giorni, non lascia in pace neanche i merli, i corvi e ha solo in stima gazze ladre poco liriche e zucche dalle grandi bocche, dai grandi seni.

Luciano Curreri (Torino, 1966), è professore ordinario di lingua e letteratura italiana alla Université de Liège (Belgio) dal 2008.

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