Le voci del Pretorio. Romanzo epistolare. A breve il libro.

Con questa lettera termina l’uscita di  Le voci del Pretorio. Chi vorrà sapere come va a finire, potrà a breve leggere il libro. Anche grazie all’autorevole vetrina di questo sito, il romanzo ha trovato un editore diposto a pubblicarlo. Grazia ai numerosi lettori.
tarr_pretorio_museo_05Ottava risposta

Daniele,

Non sottovalutare il caso. Anche la sequenza degli eventi può intervenire con genio sul corso delle cose. Penso al tuo ricordo e al modem senza pc. Poi è arrivato? Se fosse arrivato prima il computer, forse non ti avrebbero più portato il modem. Arrivato prima questo, invece, il pc te lo avrebbero portato, prima o poi. Il caso riserva delle coincidenze che costringono a prestargli più fede, a considerarlo il gioco dietro cui si nasconde la saggezza, a volte la malignità, del destino. Una sera, tornando a casa, due giorni dopo l’arrivo della tua lettera, con quella calligrafia morbida ed elegante sulla busta che ormai ho imparato a conoscere da lontano, ne ho trovata un’altra nella cassetta: il mio indirizzo era tracciato con una grafia non incerta, quello no, semmai frettolosa. Essenziale.
Non c’era l’indirizzo del mittente. Ma ho subito capito, non so perché, che quella lettera non era una delle tante che qualunque sconosciuta portatrice di fortuna e di miracoli si permette di inviare a chiunque. Ho intuito che quella lettera era speciale.. E’ la verità, Daniele. Ho sentito subito che dentro quella busta piccola, un po’ sporca, c’era qualcosa che riguardava la tua storia. La nostra storia. Sì, hai indovinato, era di Giuliano. L’ ho aperta nel mio studio, dopo aver abbassato, non so perché, le serrande e tirato la tenda. Alla luce azzurra della lampada accanto al divano, dove tante volte ci siamo seduti a guardarci un film, a parlare, a ridere, l’ho aperta. Sapevo che era di Giuliano ancora prima di strappare la busta e aprire il foglio: uno solo, un grande mare bianco in mezzo al quale la stessa grafia della busta, ugualmente frettolosa, forse ancora più asciutta, aveva tracciato un macchia scura: “Non posso più restare in Italia. Parto. Per qualche giorno sarò a Belgrado. Poi, chissà. Giuliano.”
Non c’era altro. Soprattutto non il perché. Perché questa lettera? Perché questa traccia? Perché a me? Te l’ ho già detto: Giuliano e io ci conoscevamo come possono conoscersi due persone che vivono nella stessa città e che sanno di avere persone attraverso cui, in un modo o nell’altro, sono uniti. Ciò che non ti ho detto, però, è che due, tre giorni dopo il tuo viaggio a Caserta, una sera, sempre di sera, forse perché è l’unico momento in cui sono a casa, o forse perché come succede sempre nei romanzi certe cose, è vero, accadono sempre di sera, devono accadere di sera, suonò il citofono.
Perché sembra tutto un romanzo? Perché quella sera il trillo del citofono mi sembrò diverso dal solito? E’ possibile che dopo che accadono, se accadono in un certo modo, le cose vengono ricordate in maniera particolare. E’ possibile, certo. Ma può darsi che le cose particolari, prima di giungere, si annuncino in modo diverso: che siano impregnate di un’attesa, di una possibilità differente che in quel momento, magari, s’intuisce soltanto, ma che a cose fatte “quadrano.”
Naturalmente, era Giuliano. O almeno, lo era in qualche modo. Nel senso che rispetto all’uomo che conoscevo, normalmente tranquillo, era diverso. Sempre tranquillo, è vero, ma non più normalmente. Anche in questo caso, forse è facile capirlo dopo, non appena si sa e proprio perché si sa: eppure anche chi non avesse saputo niente di te, di Giuliano, di Rosaria, di me, davanti a “quel” Giuliano, a quegli occhi assenti, non vuoti, anzi troppo pieni di, adesso naturalmente lo so, di dolore, un dolore sbigottito ma non disperato, Giuliano non era disperato, questo lo so e lo capii subito, era dolorosamente tranquillo, “Vado via”, mi disse, e poi mi raccontò tutto ciò che sapevo e che mi dicesti tu, e altro ancora che tu non sai, “Non lo dica al suo amico giudice, non fino a quando riuscirò ad andare via dall’Italia, questo me lo deve e so che lo farà”, continuava a darmi del lei, mi stava consegnando la sua vita, la sua unica via di fuga, sapeva che tu eri, sei mio fratello, eppure continuava a darmi del lei ed era certo, come lo ero anch’ io, che non ti avrei parlato di lui, della sua fuga, finché lui non mi avesse permesso di farlo.
Glielo chiesi: “Non teme che racconti tutto al mio amico?”, non usai il termine “tradire”. “Non lo farà, perché al suo amico non conviene incontrarmi adesso, da giudice”, e questa volta non sapevo, come non so ancora, perché, ma credo che avesse ragione. Tu non dovevi incontrarlo fino quando lui non avesse voluto. Solo dove lui ti avrebbe chiamato.
Ti aspetto fra due giorni a Trieste. Prenditi un lungo periodo di ferie.

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