“QUI SI (RI)FÀ LA DEMOCRAZIA O SI MUORE. PER UNA NUOVA PRATICA DEMOCRATICA” di Giovanni NUSCIS

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Il 9 e 10 gennaio si è tenuto a Bologna un incontro nazionale organizzato dall’associazione “PrimaLePersone, per l’Assemblea Permanente” dal titolo “Dalla rappresentanza politica all’autorappresentanza del mondo sociale”.

 

Chi ha partecipato all’incontro di Bologna, come lo scrivente, ha avuto la conferma che si sia imboccata finalmente la strada verso una qualità di relazioni e di pratiche politiche autenticamente democratiche, nel confronto e nelle decisioni. Senza per questo sottovalutare le difficoltà e le resistenze nel passaggio tra il sistema politico attuale (antidemocratico, corrotto, liberticida) e quello auspicato (inclusivo, aperto, fortemente etico, coerente con lo spirito e i principi della Costituzione repubblicana).

E come in ogni fase storica di decadenza – in larga parte segnata, nel nostro caso, dal modello economico impostoci (quello neoliberista, forte anche del condizionamento dell’informazione e del sistema culturale) che  genera guerre, povertà, distruzione, avvelenamento dell’ambiente, spreco e depauperamento di risorse –  il seme di questa società in metastasi dovrà necessariamente morire perché si generi nuovo frutto.

L’idea di democrazia subita soprattutto negli ultimi decenni, per effetto di una serie di responsabilità e contingenze, si è tradotta nella crescente occupazione delle istituzioni pubbliche scollegandole dai bisogni reali dei cittadini, disattendendo in questo il mandato politico conferito. In questa zona opaca e imperscrutabile alla maggior parte delle persone, si sono decise in modo pressoché insindacabile scelte che incidono e incideranno pesantemente sui nostri destini e in quelli comunità: svilendo o sopprimendo diritti e servizi, distogliendo risorse pubbliche ai bisogni collettivi, a vantaggio delle lobby finanziarie, capitalistiche e imprenditoriali, grazie anche ad una corruzione dilagante solo in minima parte contenuta dalle autority e dalla straripante normativa, che sembra anzi averla favorita e specializzata.

Le riforme del Governo Renzi – in particolare quella istituzionale (che vedrebbe sostituire il Senato con figure non elettive scelte dai vertici dei partiti secondo logiche politiche interne) e quella elettorale (che imporrà l’accorpamento dei partiti più piccoli a quello più forte e con maggiori mezzi, escludendo dal Parlamento voci significative ma fuori dal coro della maggioranza – se approvate, finiranno per scollegare ulteriormente i cittadini dalle istituzioni, favorendo lo scontro sociale.

 

Questo stato di cose impone di intervenire drasticamente sulle cause e i meccanismi responsabili di tale anomalia, considerato il quadro di disperante impoverimento e di profonda ingiustizia sociale.

 

La crescente disaffezione dei cittadini dalle urne è l’effetto più evidente della sfiducia nella politica, identificata sia coi partiti e i loro leader, sia coi rappresentanti delle istituzioni imposti talvolta d’autorità, senza alcuna elezione (è il caso dell’attuale Capo del Governo e dei suoi predecessori, nominati dell’ex presidente Napolitano).

 

E’ ormai idea ampiamente condivisa che per riconquistare i cittadini alla politica si debba innanzitutto superare il sistema della delega in bianco, che comporta spesso un allontanamento dal mandato verso scelte politiche non di rado opposte da quelle preannunciate, contro le quali l’elettore nulla può. Ma per una riappropriazione della “sovranità” non è sufficiente la consapevolezza della spoliazione, serve invece costituire un tessuto reticolare intorno alle istituzioni politiche, con la partecipazione attiva e organizzata dei cittadini, per il confronto delle idee, l’elaborazione delle proposte politiche e, da ultimo, la decisione finale. Allo stesso tempo le istituzioni devono tener conto dei bisogni, delle proposte e degli orientamenti prevalenti dei cittadini e degli esperti (cosa che mai avviene, basti pensare alle riforme istituzionali, alla privatizzazione e alla svendita dell’acqua e delle proprietà degli Enti, alla devastazione dei territori e all’avvelenamento dell’ambiente con trivellazioni e termovalorizzatori), nel modo più immediato e naturale: applicando coerentemente il concetto di rappresentanza, e dunque attivando un processo elaborativo dal basso –il più esteso e coinvolgente possibile – che esprima da ultimo l’orientamento maggiormente condiviso attraverso i propri rappresentanti istituzionali, a livello territoriale, nazionale o internazionale.

 

Non dunque il disconoscimento del ruolo storico dei partiti e della codifica che la Costituzione repubblicana ne fa all’articolo 49: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Ma partendo dall’etimologia del termine “partito” (“organizzazione di cittadini associati che perseguono comuni finalità, per lo più ispirandosi a una particolare ideologia o a uno stesso orientamento politico”) va necessariamente ridimensionato e ridefinito il loro ruolo armonizzandolo con l’esigenza di un coinvolgimento diretto delle persone nelle scelte politiche.

Un cambiamento in tal senso avrebbe come effetto: 1. di demarcare i soggetti politici orientati all’elaborazione democratica delle loro posizioni politiche da quelli che ancora privilegiano scelte di vertice; 2. il mutamento antropologico dei partiti: da soggetti mediatori (se non comitati d’affari) a soggetti facilitatori e garanti di processi democratici, distinguibili oltre che dal metodo dalle soluzioni proposte; 3. l’orizzontalità e l’alleggerimento della loro organizzazione, anche in termini di flessibilità; 4. la possibile aggregazione, per condivisione di metodo, di valori e di sensibilità delle molte soggettività ora frammentate e divise (pensiamo a tutte le realtà a sinistra del Partito Democratico); 5. il superamento degli steccati identitari senza però la necessità di abbatterli, aprendo ad un confronto libero ed esteso, anche su temi limitati; 6. che con l’ampiezza e la ricchezza del confronto si perverrebbe a orientamenti e proposte politiche più estesamente condivise, oltre che più forti e adeguate alla complessità dei problemi; 7. una migliore selezione della rappresentanza.

 

La trasversalità delle idee e delle sensibilità e il confronto ampio e aperto, nel caratterizzare la nuova modalità partecipativa, costituirebbero l’unica alternativa all’attuale dittatura di una minoranza, scaltra e attrezzata nell’escludere dai processi decisionali. Un’emarginazione ed esclusione che ha caratterizzato, assieme alla deriva antidemocratica, le politiche neoliberiste e capitaliste dei Governi italiani come fenomeno globale. Solo col protagonismo convinto dei cittadini, solo col loro diretto coinvolgimento senza più deleghe in bianco sarà possibile appropriarsi dei diritti perduti, conquistando una legittimazione a ridiscutere il proprio destino individuale e comunitario, da sempre condizionato dalla volontà di un’elite di appropriarsi delle risorse economiche collettive e dei beni comuni.

Questa è questa la sfida in cui ci si sta cimentando, che su un piano più strettamente operativo richiede alcune condizioni: 1. la creazione di uno spazio neutrale che consenta in libertà il confronto e l’elaborazione delle scelte politiche, con l’impiego di diversi strumenti informatici; 2. l’approntamento di un’organizzazione leggera, trasparente e controllabile per gestire tale spazio; 3. la libertà per le persone che vi partecipano di darsi un’organizzazione per gestire l’individuazione di candidati in occasione delle diverse consultazioni elettorali; 4. la possibilità di praticare, coi nuovi rappresentanti istituzionali, un fattivo confronto e interscambio finalizzato ad una coerente espressione del diritto/obbligo di rappresentanza; 5. la libertà e la possibilità di sfiduciare i rappresentanti qualora vengano meno al loro compito di rappresentanza; 6. il radicamento dal basso di tale sistema, per generare sia la politica nei territori sia quella nazionale e internazionale; 7. la possibilità di delegare altra persona nella fase decisionale, attraverso la piattaforma informatica; esclusivamente, però, per singole, definite votazioni.

 

Il rinnovamento della politica e la selezione dei suoi rappresentanti in chiave democratica si giocherà dunque nel metodo, e nella misura e la qualità della partecipazione, dentro uno spazio aperto di confronto dove le competenze, le idee, e gli stili di relazione potranno manifestarsi pienamente.

 

 

L’associazione Prima le persone, creando un Forum di discussione e mettendo a punto la piattaforma decisionale Liquid Feed Beck (aperta a diverse opzioni di voto liberamente proposte), ha inteso avviare questo percorso di rinnovamento democratico partendo proprio dal dettato costituzionale, nei termini su esposti, rendendo accessibile a tutte le persone che ne faranno richiesta tali strumenti, imprimendo in questo modo un segno forte di discontinuità con le pratiche politiche passate e presenti.

 

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