Vivalascuola. Per chi vuole resistere

Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere (B. Brecht)

E’ scoppiata la conflittualità nelle scuole. Conflittualità prevedibile e paventata dalle persone di buon senso. Sono in corso lotte per fazioni, per accaparrarsi visibilità, piccoli poteri, piccoli privilegi. Tra ricatti, invidie, sospetti, prepotenze. Aumenti di carichi di lavoro e spiccioli di ricompensa. Altro che collegialità! Altro che bene comune! E i Dirigenti scendono in lizza per imporre in un modo o nell’altro le persone del loro staff in ogni posticino in cui si decide qualcosa. Altro che super partes! E’ la legge 107, colleghi! E ancora peggio sarà nel prossimo futuro, quando gli effetti della legge cominceranno a essere pienamente operativi. In modo eclatante o silenzioso, dovunque e comunque sia possibile, maturare forme di diffusione di consapevolezza e di opposizione nell’ambito dei principi costituzionali diventa un dovere. Vivalascuola presenta le analisi e le proposte di Marina Boscaino, Marco Guastavigna, Corrado Mauceri, Carlo Salmaso, Eliseo Tambone.

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Indice
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.Marina Boscaino, Ripristinare l’egemonia dei diritti su quella del mercato
Corrado Mauceri, Contrastare l’attuazione della L. 107 per rispettare la Costituzione
Carlo Salmaso, Organico Potenziato: quando il nuovo non è detto che coincida con il buono
Marco Guastavigna, Un po’ oratorio un po’ villaggio vacanze: le scuole 3.0
Eliseo Tambone, Aggiorniamo la LIP
Risorse in rete

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Ripristinare l’egemonia dei diritti su quella del mercato
di Marina Boscaino

Il salario non è una variabile emotiva”. Creatività al servizio del disagio: questo il testo dello striscione che accompagnava il presidio che il 14 gennaio il CPS – Coordinamento Precari Scuole Roma – ha organizzato sotto la Ragioneria dello Stato per contestare il fatto che 30.000 precari, reclutati a tempo determinato dall’inizio dell’anno, non abbiano ancora percepito alcuna mensilità di salario o lo abbiano fatto a singhiozzo, con ritardi intollerabili. “Bambole non c’è una lira”, è stato loro sostanzialmente risposto, in questo Paese straccione ma imbellettato nei contesti che “contano”: la sostanza è che la dignità del lavoro, architrave della Carta, è ormai un orpello retorico.

Definire la situazione in cui versa attualmente la scuola è questione difficile e controversa. Perché non abbiamo a che fare solo con un Governo manipolatore, che sta svendendo democrazia e diritti in una condizione di disinteresse totale per le procedure democratiche. Né esclusivamente con un sistema della (dis)informazione, che droga menti disponibili e predisposte da anni di paziente lavoro sulle coscienze; e nemmeno solo con l’inerzia di molti di noi, “stremati” dalla militanza primaverile, rassegnati alla sconfitta, appagati dal protagonismo sull’agorà virtuale: sono sufficienti un commento, una condivisione, un “mi piace” per aver fatto il proprio dovere di partecipazione.

La questione più ampia e che complica ulteriormente l’intrico di motivi e ragioni è la caduta di un solido impianto ideologico, basato su principi realmente condivisi intransigentemente, per i quali sia impossibile ed impensabile la negoziazione: uguaglianza; dignità del lavoro; tutela del diritto alla partecipazione e alla rappresentanza democratica; laicità, pluralismo e democrazia nella scuola statale; diritto alla salute e all’istruzione; difesa dei “beni comuni” e dell’interesse generale.

Se, immaginando di tornare anche solo a 10 anni fa, guardassimo l’istantanea dell’oggi, rimarremmo sconvolti ad osservare i cambiamenti che “il nuovo che avanza” di qualsiasi colore e bandiera (la convinzione è che il colore sia lo stesso e che la diversità di bandiera sia semplicemente un diversivo retorico) ha inflitto in così poco tempo alla già vacillante democrazia di allora; ma la capacità che abbiamo avuto di assorbire – attacco dopo attacco – gli effetti dell’arretramento (abbassando contemporaneamente la nostra soglia di tolleranza all’arbitrio e alla violazione dei principi e innalzando, al tempo stesso, l’attitudine al compromesso, all’incuria, alla rassegnazione) ci ha condotti fino a qui: al ricordo ormai solo sbiadito dei tempi in cui questo Paese pulsava per concretizzare la centralità dell’interesse generale. Del resto, se è possibile che Alfio Marchini – candidato sindaco di Roma – possa impunemente appropriarsi delle parole di Antonio Gramsci (“Odio gli indifferenti”) per autopromuoversi e fare propaganda al proprio imprenditorialismo trasformista e demagogico, non c’è davvero da stupirsi di nulla.

La prima fase dell’anno scolastico – il sesto senza rinnovo contrattuale al netto della pizza che il Governo ci ha benevolmente e generosamente pagato in Stabilità – inaugurata sotto gli auspici di “un Vietnam in ogni scuola” e due partecipatissime assemblee pubbliche, a Bologna (Comitati Lip) e Firenze (coalizione dell’unità sindacale)si è chiusa sotto il segno dell’impudicizia; l’Anp ha – qualora ce ne fosse stato bisogno – calato la maschera definitivamente, dando parole e contenuti al conflitto configurato da una delle espressioni più mostruose della “Buona Scuola”: i superpoteri del dirigente – valutatore, decisore al di sopra degli organi collegiali, reclutatore – e la soppressione del principio della libertà dell’insegnamento.

Del resto, in assenza di una strategia realmente condivisa in maniera convinta da parte della cosiddetta “unità sindacale”, che aveva rappresentato in primavera una concreta speranza per il prosieguo della lotta, ma che si è spenta come un fuoco di paglia in autunno, le scuole sono state abbandonate ad un bricolage della resistenza, nell’ambito del quale solo le più agguerrite e consapevoli hanno raccolto la sfida del contrasto interno contro le prime emergenze configurate dall’approvazione della 107: l’organico potenziato, l’alternanza scuola-lavoro, l’approvazione del Ptof e – dulcis in fundo – la nomina del comitato di valutazione.

Al netto di alcune mozioni o delibere circolate insistentemente e di alcune posizioni contrastanti ma utili (collegio perfetto o imperfetto?) che non possono trovare alcun tipo di risposta definitiva, se non nel pronunciamento dei tribunali (talmente la legge è mal scritta), le scuole stanno sperimentando – chi più chi meno – tecniche di sopravvivenza, che dipendono non tanto e non solo dalla motivazione e dallo studio delle norme di chi voglia farsene carico, ma da una serie i variabili impazzite: la vocazione più o meno autoritaria del ds; il rapporto con genitori e studenti; la composizione del collegio dei docenti. Non sono variabili da poco. E si vanno, per giunta, a coniugare con il disincanto, la delusione, la scarsa propensione al contrasto che attanagliano una categoria che troppo spesso si illude che basti uno sciopero o una manifestazione per fare la “rivoluzione.” La militanza per raggiungere qualsiasi obiettivo – per noi la difesa della scuola della Costituzione, che va ad iscriversi in un più ampio panorama di difesa della Carta tout courtrichiede studio, sacrificio, pazienza, capacità di andare oltre un fallimento: prospettiva, fiducia.

È una partita complessa e delicata, da giocare con attenzione, considerato anche l’effetto anestetico avuto dalla demagogica elargizione dei 500 euro, attraverso i quali potremmo finalmente solleticare le nostre mai sopite curiosità culturali, abbeverarci di pubblicazioni, formarci (tutte attività che abbiamo puntualmente affrontate con le nostre finanze!). È facile prevedere inoltre che quei genitori affetti da visione proprietaria e autoreferenziale dei propri figli e della (propria) scuola potrebbero premere per entrare nei Comitati di Valutazione, ansiosi – più che di premiare i meritevoli – di punire gli insegnanti invisi. Lo stesso illusorio giustizialismo rischia di contaminare anche alcuni degli studenti più coscienti, incapaci di comprendere che una valutazione qualitativa di tipo gerarchico può solo tradursi in arbitrarietà e compromissione della libertà di insegnamento.

Insomma, è a forte rischio la concezione della scuola pubblica come strumento dell’interesse generale, come comunità democratica e come strumento di emancipazione, a favore di una visione dell’istruzione sempre più soggetta ad una privatizzazione delle istanze dei singoli o dei gruppi, delle condizioni e delle prospettive, degli scenari e delle procedure: il passo verso l’egemonia univoca di una logica del profitto permutata dai sistemi aziendali è già stato compiuto.

Tanto più che – nonostante Cobas e Unicobas abbiano chiamato a una giornata di sciopero in novembre – la necessità di una reazione coesa e decisa non ha trovato indicazioni forti, sia sul piano della mobilitazione concreta, sia su quello dell’intervento “contrastivo” nei collegi dei docenti, nemmeno di fronte alle palesi incongruenze della progressiva messa in atto della 107, a partire dall’organico di potenziamento, che ha spesso dato luogo a situazioni paradossali. Per non parlare delle mutate condizioni della mobilità, fino ad auspicabile ma improbabile ripensamento da parte del Miur oggi legata agli ambiti territoriali, che precarizzano la condizione di tutto il personale.

In questo panorama davvero difficile, che rende necessario anche vigilare sulle deleghe assegnate al governo dalla 107, potrebbe trovare spazio il ricorso all’ottimismo della volontà: la costruzione, da parte dei soggetti più attivi del movimento e dei sindacati più consapevoli dei rischi strutturali che corre la democrazia scolastica, dell’ipotesi di un referendum abrogativo di parti della legge 107: raccolta delle firme la prossima primavera, celebrazione in quella del 2017. Già individuata come focus della mobilitazione in occasione di una grande assemblea a Roma, ripresa e discussa in modo più ampio il 29 novembre, questa modalità di intervento – per il momento in fase di auspicabile ipotesi – richiederà organizzazione, fatica e militanza quotidiana, ma sarà anche preziosa occasione di associare il tema della scuola democratica ad altri aspetti dell’attuale emergenza sociale e politica: ambiente, lavoro, riforme istituzionali ed elettorali.

Sono in corso iniziative, dibatti e incontri con le istanze più attive nel campo della difesa dell’ambiente, del lavoro e delle istituzioni repubblicane così come sono state concepite dai padri costituenti, con l’obiettivo di inserire la battaglia di civiltà per una scuola di tutte e di tutti in una logica più generale di riappropriazione del basso di quella sovranità che “appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Vogliamo dare vita a una campagna referendaria ampia e trasversale, assolutamente scevra da primogeniture e egemonie politiche, caratterizzata piuttosto da iniziative incrociate, dialettica, azione “dal basso”. Possiamo e dobbiamo farcela, partecipando come singoli cittadini e come gruppi organizzati a un percorso la cui prossima tappa prevede per il prossimo 7 febbraio a Napoli la scelta definitiva dei temi dei quesiti abrogativi e la costituzione del Comitato promotore.

Dovremo affrontare tutti insieme il suono delle fanfare mediatiche, i trasformismi di ogni tempo e soprattutto un autoritarismo dell’Esecutivo mai conosciuto precedentemente. Che più fa paura, più è necessario venga tacitato.

Avremo però l’occasione di ripristinare l’egemonia dei diritti su quella del mercato, intercettando sensibilità e principi che ancora – ne siamo convinti – trovano risonanza etica e civile in molti italiani [torna su]

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Contrastare l’attuazione della L. 107 per rispettare la Costituzione nell’ambito dei principi costituzionali

di Corrado Mauceri

1. La 107 viola i principi fondanti della Costituzione: contrastare la 107 dovrebbe essere per i docenti un dovere prioritario

Con la L. 107 il Governo (si tratta difatti di un atto formalmente del Parlamento, ma sostanzialmente imposto a colpi di maggioranza dal Governo) si propone di introdurre nella scuola non solo un modello aziendalistico (già avviato con le leggi sull’autonomia scolastica di Bassanini e Berlinguer), ma un sistema scolastico fondato sulla competitività e sulla gerarchizzazione che contrasta in modo palese con la scuola della Costituzione e con la funzione che la Costituzione assegna alla scuola statale per la formazione democratica delle nuove generazioni e per la democrazia nel Paese.

Gli insegnanti sono quindi chiamati a scegliere: o impegnarsi per salvaguardare la funzione costituzionale della Scuola statale e quindi contrastare, in tutti i modi possibili, una legge governativa che mette in discussione non solo il loro ruolo istituzionale, ma la natura democratica del Paese oppure subire ed essere corresponsabili di questo attacco alla democrazia.

Non si tratta di fare barricate, ma di opporre ad una legge, peraltro sciatta e contraddittoria, il prioritario dovere di tutti, ed in particolare dei docenti, di osservare la Costituzione che è ancora la legge fondamentale della Repubblica.

2. I principi costituzionali prevalgono sulle norme della 107

Le scuole statali, a differenza delle scuole private, sono istituzioni statali e, come tali, sono soggette ai principi generali della P.A. e soprattutto ai principi costituzionali sia di carattere generale per tutta la P.A. sia specifici per il sistema scolastico statale.

L’art. 97 della Costituzione afferma:

I pubblici uffici” (e quindi anche le istituzioni scolastiche statali) “sono autorizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’Amministrazione”.

A tale fine la L. n. 241/90 ha affermato il principio generale della trasparenza dell’azione amministrativa e della partecipazione. L’attività della P.A., anche quando comporta un potere discrezionale, deve quindi essere sempre svolta in modo trasparente (principio generale della pubblicità degli atti della P.A.) ed essere adeguatamente motivata sulla base di parametri imparziali e verificabili.

L’art. 33 della Costituzione afferma, come è noto, il principio della libertà di insegnamento che preclude qualsiasi forma di subordinazione e di condizionamento esterno o gerarchico dell’attività di insegnamento e quindi degli insegnanti; la libertà di insegnamento implica l’esclusione di ogni forma, anche psicologica di condizionamento sia del singolo docente sia delle singole istituzioni sia infine dell’intero sistema scolastico.

Non si tratta di un privilegio degli insegnanti, ma di un principio volto a garantire che la scuola statale sia effettivamente pluralista e non condizionata dalla maggioranza governativa o da indebite ingerenze esterne; la libertà di insegnamento è quindi un diritto degli insegnanti, ma anche un dovere funzionale al loro ruolo istituzionale; ma è soprattutto un principio affermato nell’interesse generale e quindi dei cittadini i quali per primi dovrebbero impegnarsi per difendere la libertà di insegnamento ed il pluralismo culturale nella scuola statale.

La 107 è in contrasto con tali principi e dovrebbe essere pertanto contestata a tutti i livelli sia con le azioni legali sia con l’iniziativa referendaria, ma soprattutto con l’azione di contrasto nelle scuole; azioni legali ed iniziative referendarie, senz’altro necessarie, non possono difatti sostituire una forte e concreta azione di contrasto nelle scuole.

A tal fine sarebbe auspicabile definire un piano organico di contrasto alla 107 che utilizzi le contraddizioni della legge, ma che soprattutto, affermando punto per punto la prevalenza della Costituzione, contrapponga una concreta attuazione adeguata ai principi costituzionali.

3. La valutazione meritocratica della 107: il premio alla competitività ed alla collaborazione passiva

Uno dei principi caratterizzanti della 107, come è noto, è l’introduzione della valutazione meritocratica degli insegnanti, affidata al DS, ovviamente sotto il controllo della superiore gerarchia ministeriale; per un ossequio formale al principio della libertà di insegnamento, la 107 cerca di coinvolgere, con evidente funzione di copertura, gli organi collegiali delle scuole.

E’ possibile sviluppare su questo terreno un’azione di contrasto dell’attuazione meritocratica della 107? Senza dubbio è difficile, ma si può e si deve provare.

4. Il Comitato per la valutazione del personale docente (da ora Comitato)

Il comma 129 ridefinisce la composizione del Comitato che prevede, oltre alla presidenza del DS, tre docenti, di cui due ”scelti” dal Collegio ed uno dal Consiglio d’Istituto, due rappresentanti dei genitori e studenti “scelti” dal Consiglio d’Istituto (nella scuola dell’obbligo due genitori) ed un componente esterno nominato dall’USR (un specie di fiduciario ministeriale).

5. Competenze del Comitato

Al Comitato sono attribuiti quattro diverse competenze:

a) Formula un parere per la valutazione del periodo di formazione e prova del personale docente (con una composizione però specifica; difatti è formato, oltre che dal DS che lo presiede, dai tre docenti eletti dal Collegio dei docenti e dal CdI ed è integrato dal docente tutor (v. commi da 116 a 120)

b) valuta il servizio di cui all’art. 448 T.U. n. 297/94 su richiesta degli interessati.

c) esprime il giudizio sulla richiesta di riabilitazione ex art. 501 T.U. n. 297/94 comma 129).

d) individua i criteri per la valutazione dei docenti per l’attribuzione del bonus.

A. La valutazione del periodo di formazione e prova del personale docente (commi da 115 a 120 coordinati con gli artt. 437 – 440 del T.U. n. 297/94).

In coerenza con la logica aziendalistica e gerarchizzata che ispira la 107, la valutazione del periodo di formazione e prova è affidata al DS, sentito il Comitato per la valutazione (peraltro sulla base di criteri che saranno definiti con decreto ministeriale (commi 117-118)

Al comma 129 n. 4 si conferma che il Comitato “esprime il proprio parere”. Peraltro è da rilevare che il DS presiede il Comitato per la valutazione che esprime un parere allo stesso DS!

Si tratta comunque di un parere obbligatorio, ma non vincolante; il DS può quindi discostarsi dal parere, ma, in tal caso, deve formulare un’adeguata motivazione.

Quindi, se il parere è puntuale ed argomentato con riferimenti verificabili, può in qualche modo condizionare il giudizio del DS ed incidere sulla valutazione e un eventuale giudizio difforme non adeguatamente motivato da parte del DS potrebbe essere fondatamente impugnato.

B. Valutazione del servizio di cui all’art. 448 T.U. n. 297/94, su richiesta del docente.

In tale ipotesi il Comitato non esprime un parere, ma valuta il servizio del docente previa relazione del DS. Al Comitato è difatti attribuito un potere valutativo ed al DS quello di fornire al Comitato gli elementi per la valutazione (una relazione).

Non è però chiaro se in tal caso il Comitato agisce nella sua composizione ordinaria e cioè con i genitori, studenti e fiduciario dell’USR oppure con la sola presenza dei docenti e del DS; per analogia dovrebbe essere composto dai soli docenti e DS; stando però alla lettera della legge, la composizione dovrebbe essere comprensiva dei genitori, studenti e fiduciario dell’USR.

La valutazione di cui si tratta, già prevista sin dal 1974, non ha comunque un particolare valore concreto; peraltro potrebbe essere chiesta da tutti i docenti e tutti potrebbero ottenere una stessa valutazione.

C. Il Comitato esprime il giudizio sulla richiesta di riabilitazione ex art. 501 T.U. n. 297/94 da parte del dipendente che abbia subito una sanzione disciplinare ed abbia successivamente mantenuto una condotta meritevole.

In questo caso è mantenuto il potere decisionale del Comitato già previsto nel DPR n. 417/74; non è previsto alcun intervento autonomo del DS che però presiede il Comitato. Si tratta comunque di un’ipotesi in cui l’ambito della discrezionalità è molto limitato, perché fondato sulla verifica delle condizioni richieste per la riabilitazione. Anche in questo caso non è esplicitata la composizione del Comitato; dovrebbe valere l’interpretazione in via analogica e cioè la composizione limitata al personale docente.

D. Individuazione dei criteri per la valutazione del merito ai fini dell’assegnazione del bonus (comma 126 – 127 – 128 e 129 n. 3)

In questa ipotesi il ruolo del Comitato per la valutazione è fortemente limitato; difatti:

a) la scelta per la individuazione dei docenti ai quali assegnare il bonus è attribuita al DS;

b) Il Comitato ha il compito di indicare i criteri sulla base dei quali il DS “assegna annualmente al personale docente” il bonus; il Comitato peraltro deve indicare tali criteri sulla base dei criteri generali indicati dalla stessa legge al comma 129 n. 3.

Nessuna norma prevede alcun criterio per la determinazione del numero dei docenti ai quali assegnare il bonus. In mancanza di una disposizione in tale senso si deve ritenere che la determinazione del numero dei docenti rientri nell’ambito dei criteri che dovrà indicare il Comitato.

Ovviamente il Ministero ed i DS saranno di contrario avviso.

6. Il Comitato è un collegio perfetto?

Un collegio è perfetto quando per la validità della delibera è necessaria la presenza di tutti i componenti.

Quando un organo collegiale non è esplicitamente qualificato come collegio perfetto, in mancanza di una norma di legge che definisca in generale i requisiti del collegio perfetto, si deve ricorrere alla elaborazione giurisprudenziale che ha individuato in linea di massima, due criteri:

a) l’attribuzione di un potere valutativo

b) la composizione del collegio con membri effettivi e supplenti.

I due criteri non sono però concorrenti; difatti i consigli di classe, dove pure non sono previsti i supplenti, in sede di valutazione degli alunni sono per certo collegi perfetti.

Nel caso del Comitato sono state espresse ovviamente diverse opinioni; dovrebbe però valere il criterio funzionale; dovrebbe quindi essere un collegio perfetto quando deve formulare un parere valutativo (per il periodo di prova, per la valutazione del servizio ex art. 448 e per la riabilitazione); si dovrebbe invece ritenere soggetto al quorum del numero legale quando deve indicare i criteri per la valutazione del merito; in questo caso sarebbe sufficiente, ma necessaria, la presenza di quattro componenti.

Ovviamente, stante l’ambiguità sul punto della 107, la questione potrà essere risolta o da una legge interpretativa o dalla giurisprudenza; non hanno invece alcuna efficacia risolutiva le note e/o circolari ministeriali che sono soltanto opinioni del MIUR, privi di alcuna efficacia vincolante.

7. Considerazioni generali sul Comitato

E’ fuor di dubbio che, ad eccezione della competenza più formale che sostanziale attribuita al Comitato ex art. 501 TU n. 297/94, tutte le altre competenze attribuite al Comitato sono marginali e previste nella L. 107 con una funzione essenzialmente di copertura del potere discrezionale e manageriale del DS, a sua volta subordinato al Ministro.

8. Quali iniziative per contrastare la valutazione meritocratica prevista dalla L. n. 107/15?

Sarebbe necessaria un’azione articolata e coordinata su più fronti:

a) azioni legali

b) le forme di disobbedienza civile e/o di boicottaggio per impedire la violazione dei principi costituzionali

c) iniziativa referendaria

a) Le azioni legali e l’iniziativa referendaria

Si tratta di iniziative che hanno tempi lunghi e che pertanto richiedono, oltre ad un forte impegno organizzativo, una adeguata preparazione anche e soprattutto in collegamento con le iniziative di contrasto nelle scuole, contestando nel campo quelle norme della 107 che con le azioni legali e le iniziative referendarie si vogliono eliminare.

E’ fin troppo evidente che se si vuole contestare l’organizzazione gerarchizzata e manageriale delineata nella 107, è necessario sviluppare nelle scuole sin da ora la pratica della democrazia, gestendo in tutte le loro potenzialità le competenze degli OO.CC. che la stessa L. 107, grazie alla mobilitazione del mondo della Scuola, ha dovuto mantenere (comma 87: “nel rispetto delle competenze degli OO.CC.”).

b) Le iniziative di contrasto della 107 fondate sui principi costituzionali

Tali iniziative sono senza dubbio difficili e molto complesse e richiedono un’adeguata organizzazione e soprattutto una necessaria informazione e supporti di sostegno; non possono essere improvvisate e/o affidate alla buona volontà dei docenti; devono essere difatti individuate tutte le contraddizioni della 107 ed i profili di illegittimità costituzionale, contrapponendo le interpretazioni conformi alla Costituzione.

Le iniziative proposte nelle scuole per contrastare la valutazione meritocratica e competitiva:

a) il rifiuto di eleggere i docenti

Non c’è dubbio che la proposta più lineare e palesemente alternativa all’idea di scuola meritocratica della 107 sarebbe quella del rifiuto non solo di eleggere i rappresentanti dei docenti nel Comitato, ma di non eleggere nel Conciglio d’Istituto nessun rappresentante né dei docenti né delle altre componenti (genitori e studenti).

Difatti non ritenendo il Comitato per la valutazione per il bonus un collegio perfetto, la presenza dei docenti potrebbe non essere sufficiente a paralizzare il Comitato; la presenza dei rappresentanti dei genitori e/o studenti, insieme al DS ed al fiduciario dell’USR, sarebbe sufficiente a formare il quorum e quindi a consentire il regolare funzionamento del Comitato per l’individuazione dei criteri; la sola assenza dei docenti potrebbe impedire soltanto la valutazione del periodo di prova , penalizzando i docenti interessati al superamento del periodo di prova.

Si tratta peraltro di una ipotesi molto difficile da realizzare; anzitutto perché è sufficiente che tre docenti siano disponibili a far parte del Comitato e la componente docente sarebbe rappresentata; peraltro non essendo possibile assentarsi dal Collegio per fare mancare il numero legale, non si potrebbe nemmeno ricorrere all’ostruzionismo.

Questa proposta, che pure in alcune scuole è stata proposta (non si conosce con quali effetti concreti), non è concretamente facilmente praticabile nell’azione di contrasto della L. 107; nella migliore ipotesi potrebbe tradursi in un atto di testimonianza.

b) La proposta di invitare il collegio a scegliere i docenti disponibili ad impegnarsi a rifiutare qualsiasi forma di valutazione volta a discriminare i docenti e quindi di conseguenza:

a) nella valutazione per il periodo di prova formulare un parere molto articolato e documentato che precluda spazi di discrezionalità al DS;

b) nella determinazione dei criteri di valutazione per il bonus definire criteri oggettivi e quantitativi, trasparenti e verificabili, in coerenza sia con il principio della libertà di insegnamento sia con il principio della trasparenza e della imparzialità della Pubblica Amministrazione ed in primo luogo della scuola statale.

Alla prevedibile obiezione del DS si può obiettare che le norme della L. n. 107 si devono interpretare nel modo più aderente ai principi costituzionali e quindi in questo caso, poiché qualsiasi forma di valutazione qualitativa non consente criteri oggettivi e certamente imparziali, è necessario adottare oggettivi e quantitativi che peraltro non sono alternativi alla “qualità dell’insegnamento”.

Questa proposta però si può realizzare efficacemente se si eleggono nel Comitato docenti, genitori e studenti convinti che una valutazione qualitativa imparziale sia impossibile e diventa inevitabilmente una forma di condizionamento incompatibile con il principi costituzionali.

c) Il collegio può deliberare la non elezione dei due docenti?

Il collegio dei docenti che deve scegliere i due docenti per il Comitato non ha una funzione deliberante, ma soltanto elettiva.

Ovviamente il Collegio prima di procedere alla scelta dei due docenti, può (anzi dovrebbe) discutere in merito ai criteri di valutazione che il Comitato dovrebbe adottare e la discussione può anche concludersi con l’approvazione di un documento (ma non delibera) che indichi i criteri valutativi.

Tale documento non è però una delibera, ma un documento conclusivo della discussione del collegio e non ha alcuna efficacia vincolante

In ogni caso è fuor di dubbio che un’eventuale delibera (che però non ha efficacia deliberante) che impegni il collegio a non scegliere alcun docente, non avendo il collegio alcun potere deliberante in materia, sarebbe priva di alcuna efficacia giuridica e non potrebbe precludere il diritto-dovere del collegio di scegliere i due docenti, sia pure con una limitata partecipazione all’elezione dei due docenti; pertanto i docenti che non si riconoscono nella cosiddetta delibera eventualmente approvata, hanno il diritto di scegliere i docenti disponibili.

d) Assenza del numero legale

Il collegio per essere tale deve però essere validamente costituito con la presenza almeno il 50% più uno dei suoi componenti. Però si deve rilevare che la partecipazione al collegio è un diritto-dovere dei docenti: i quali sono obbligati a partecipare.

E’ possibile un’assenza di massa di numerosi docenti e che quindi possa mancare il numero legale; ma l’assenza deve essere giustificata e, se incide sul numero legale, il collegio ovviamente può essere rinviato fino a quando non sarà regolarmente costituito.

9. Considerazioni conclusive

L’azione di contrasto che si può concretamente ed efficacemente sviluppare nelle scuole in merito al Comitato non può essere impostata sul rifiuto della scelta dei docenti, ma sulla impossibilità di definire criteri per valutazione qualitativa che possa essere compatibile con i principi di libertà di insegnamento e di imparzialità della P.A. che esigono criteri oggettivi, trasparenti, imparziali e verificabili; una valutazione sulla base di criteri soggettivi inevitabilmente introdurrebbe forme, più o meno opache, di condizionamento della libertà di insegnamento e come tali impugnabili.

Ovviamente questa linea non può limitarsi ad un documento, ma dovrebbe essere adeguatamente gestita e sostenuta con opportuni incontri informativi e relativi supporti; qui sta la difficoltà di tutti; la controgestione è sempre stata molto difficile, anche in tempi in cui gli strumenti di gestione democratica potevano essere più facilmente praticabili.

Sotto questo profilo anche questa nota (che ovviamente non entra nel merito delle ragioni che portano al rifiuto della valutazione meritocratica che si danno per scontate) è limitata ad alcuni aspetti relativi al Comitato; nella realtà pratica possono però configurarsi altre problematiche che dovrebbero essere esaminate sempre con l’imprescindibile le criterio della conformità costituzionale. [torna su]

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Organico Potenziato: quando il nuovo non è detto che coincida con il buono
di Carlo Salmaso

Ministro, è soddisfatta della realizzazione della Buona scuola? Il potenziamento fatto a dicembre sembra un parcheggio di docenti che non sanno bene che insegnare.
Non sono soddisfatta del potenziamento, serviranno tre anni per andare a regime.
dall’intervista di Corrado Zunino (La Repubblica) al ministro Stefania Giannini del 14 gennaio 2016

Dopo Renzi, dopo il Ministro Giannini, anche il Sottosegretario Faraone cede e ammette che l’organico di potenziamento non è tutto rose e fiori nelle nostre scuole, e che forse le criticità non sono relegate a poche scuole da segnalare, come aveva dichiarato in una intervista telefonica. Oggi, a margine di un convegno alla Camera, il Sottosegretario ha ammesso che il potenziamento non è stato sempre coerente. Ma l’occasione – incalza Faraone – è il prossimo concorso a cattedra, con il quale sarà possibile riequilibrare le richieste delle scuole che non si è riusciti a soddisfare fino ad adesso.
da Orizzonte Scuola del 22 gennaio 2016

Era una mossa vincente…

Quindi, anche il ministro e il sottosegretario non sono soddisfatti del potenziamento, uno dei fiori all’occhiello della cosiddetta Buona Scuola.

Qualcuno si è premurato di far loro notare che già diversi mesi fa sarebbe stato possibile prevedere che la partita dell’organico potenziato non era stata organizzata in modo congruo, che assumere precari, senza una precedente pianificazione attenta del lavoro che avrebbero poi svolto nelle scuole, sarebbe stato un errore.

Che ci fosse la necessità di aumentare l’organico delle istituzioni scolastiche era cosa palese e legata in modo particolare al tagli apportati dalla riforma Gelmini: 87400 cattedre in meno in tre anni.
Nonostante il numero degli alunni in Italia non sia mai diminuito, in un triennio (dal 2007/2008 al 2010/2011) le classi sono calate di 10.617 unità. Va da sé che le classi siano diventate sempre più affollate (30 o addirittura 33 alunni stipati dentro).

Il primo cenno esplicito ad un organico aggiuntivo per le singole istituzioni scolastiche lo troviamo nel pdf della Buona Scuola del 3 settembre 2014:

… perché le scuole non hanno bisogno di docenti solo per le lezioni in classe, ma anche per costruire un progetto formativo al passo coi tempi. Si tratta di realizzare concretamente quanto già previsto in via sperimentale dal 1999 e in via generale dal 2012: l’organico dell’autonomia, ovvero un team di docenti che aiuti la scuola a gestire da sola, o in rete con altre, le molte attività complementari all’ordinaria attività didattica: dallo sviluppo delle eccellenze e dal recupero all’integrazione al sostegno ai ragazzi diversamente abili; dalla programmazione del fabbisogno scolastico e della gestione delle supplenze all’aumento del tempo scuola, alla gestione di progetti e – più in generale – all’ampliamento dell’offerta formativa. (pag. 14)

Il problema è che, contemporaneamente, tutto questo deve avvenire passando anzitutto per lo svuotamento delle Graduatorie ad Esaurimento (“GAE”), ossia quelle graduatorie storiche da cui è previsto che ogni anno venga attinto il 50% di tutti i nuovi docenti da assumere – essendo il restante 50% riservato ai vincitori di concorsi per docenti della scuola .(pag. 15).

Questi nuovi docenti servono perché solo con loro si potrà realizzare un grande progetto di irrobustimento e rilancio della scuola. Come, esattamente? Tutti insieme costituiranno il futuro organico di diritto, ma alcuni copriranno posti attualmente scoperti, altri ricopriranno una posizione funzionale che consentirà di potenziare l’offerta formativa.

60 mila saranno utilizzati come organico funzionale per la scuola dell’infanzia e primaria, sostituendo i colleghi nei momenti delle assenze…o sostenendo i passaggi più delicati tra i diversi snodi del percorso scolastico – dalla scuola dell’infanzia alle elementari, tra i cicli delle primarie – o rendendo possibile il tempo prolungato e il tempo pieno nelle scuole. (pag. 23)

Circa 20 mila docenti saranno assunti infine in posizione funzionale, quello che un tempo era stato definito come “organico dell’autonomia”, nelle scuole secondarie di primo e di secondo grado, consentendo quindi di cominciare a realizzare finalmente una vera autonomia scolastica. Saranno infatti a disposizione delle scuole, o di reti di scuole, sia per svolgere gli altri compiti legati all’autonomia e all’ampliamento dell’offerta formativa (insegnamenti extra-curricolari, predisposizione di contenuti innovativi per la didattica, progettualità di vario tipo, affiancamento ai tirocinanti, ecc.); sia, anche in questo caso, per coprire una parte delle supplenze brevi. (pag. 24).

… ma che cosa non ha funzionato? Un po’ di storia

Letta così sembrava una mossa decisamente vincente, oltre che accattivante, sia per i genitori che per i docenti. Che cosa non ha funzionato, cosa non ha permesso all’organico dell’autonomia di decollare?

Per provare a rispondere, ritengo necessario fare un richiamo a come, verso la fine degli anni Novanta, fu gestita la sperimentazione richiamata anche dal pdf.
Se andiamo a ritroso nel tempo, le prime disposizioni normative che iniziarono a proporre l’organico funzionale furono:

  • la Legge 662/96 art.1 comma 72, (legge finanziaria 1996)
  • la Legge 59/97 art. 21, (Delega al Governo per il conferimento di funzioni e compiti alle regioni ed enti locali, per la riforma della Pubblica Amministrazione e per la semplificazione amministrativa)
  • il D.P.R. 233/98, (Regolamento recante norme per il dimensionamento ottimale delle istituzioni scolastiche e per la determinazione degli organici funzionali dei singoli istituti)
  • il D.P.R. 251/98, (istituzione programma nazionale di sperimentazione dell’organizzazione scolastica)
  • il D.M. 71/99, concernente l’attuazione, in via sperimentale, dell’organico funzionale, in un limitato numero di istituti di istruzione secondaria, nell’anno scolastico 1999/2000
  • il D.M. 105/2000, organico funzionale e sua determinazione.

L’introduzione dell’organico funzionale è partita dalla scuola elementare nell’anno scolastico 1997/98; nella scuola materna nell’anno 1999/2000; nelle scuole secondarie (medie e superiori) è stata attivata una sperimentazione per l’anno 1999/2000 in 366 scuole (qui l’elenco) sulla base di organici costituiti secondo il D.M. 71/99, come stabilito nell’art.1, dove si prevede la realizzazione di un nuovo modello di organico funzionale d’istituto a disposizione per tre anni a decorrere dall’a.s. 1999/2000.

Il D.M 71/99 (e il successivo D.M. 105/2000 per la parte esecutiva) permetteva ai singoli istituti di costruire un organico cattedre individuato sulla base di specifiche progettazioni; in questo senso l’art. 3 definisce che:

In attuazione della delibera del Collegio dei docenti che approva il piano dell’offerta formativa, comprendente i corsi di ordinamento, i corsi sperimentali, nonché tutte le opportunità formative previste dall’istituzione scolastica, coerenti con le finalità proprie della stessa, il dirigente scolastico indica le classi di concorso alle quali attribuire le risorse assegnate… Le ulteriori risorse disponibili sono assegnate per lo svolgimento di insegnamenti integrativi, di attività didattiche in compresenza o che prevedano l’articolazione del gruppo classe, ovvero per la programmazione, organizzazione e realizzazione di iniziative di raccordo con le realtà socio-economiche e di esperienze di orientamento, riorientamento e scuola-lavoro, nonché di tutte le attività inerenti i progetti che l’istituzione scolastica ha previsto nell’ambito del piano dell’offerta formativa.

Quello che a mio avviso è particolarmente interessante notare in questa prima versione del potenziamento, è il fatto che tutto l’organico della scuola era organico funzionale.

In base a questo, le risorse venivano calcolate dividendo il numero delle ore di insegnamento per un coefficiente prestabilito (da 16 a 17,5 per le superiori, 16,5 per le scuole medie, vedi tabella allegatasi otteneva così il personale da assegnare alle istituzioni scolastiche per un triennio, approssimando per eccesso ed eliminando gli spezzoni orario.

Ottenute le risorse, ciascuna scuola decideva autonomamente il loro impiego, nel rispetto dei curricula nazionali:

L’attribuzione alle classi di concorso delle risorse (…) è effettuata con riferimento alle specifiche competenze richieste dagli insegnamenti integrativi e dalle attività previste, sulla base dei criteri definiti dal Collegio dei docenti in sede di deliberazione del piano dell’offerta formativa.

Così riassume Francesco Butturini (preside di una delle istituzioni scolastiche di Verona coinvolte nella sperimentazione) come si arrivava a costituire l’organico da assegnare:

  • delibera del collegio docenti sul Piano dell’Offerta Formativa che accoglie l’ordinario e lo straordinario (cioè le sperimentazioni);
  • somma di tutte le ore delle discipline (esclusa Religione Cattolica) comprese le ore dei part-time e degli eventuali esoneri
  • divisione del monte ore per 16 (istituti tecnici), 16.5 licei
  • dall’operazione si ottiene il numero delle cattedre a disposizione e un residuo di ore che poteva essere maggiorato fino ad un massimo del 5%
  • con questo monte ore era possibile costituire cattedre con orario di servizio vario: da zero ore – docenti formatori, accompagnatori, ricercatori – a 24 ore
  • dal piano orario generale si ricavavano i progetti di autonomia, di ricerca, di insegnamento anche con varianza degli orari di lezione, del monte ore parziale delle lezioni, dei tempi differenti di lezione di una disciplina che poteva essere diluita o intensificata su progetto
  • costituzione di cattedre di nuove discipline con docenti di provata e sperimentata competenza
    sistema di compresenza: più docenti durante una stessa ora di lezione
  • presenza di esperti accompagnatori per nuove discipline, come ad esempio l’ambito disciplinare Linguaggi non verbali e multimediali che prevedeva l’insegnamento specifico dell’ambito, ma anche la sua applicazione alle altre discipline.
  • Al provveditore non restava che verificare la corretta applicazione del D.M. 105!

E’ interessante notare che di questa sperimentazione, negli anni successivi, nessuno si è preoccupato di verificare i risultati: si disse semplicemente che l’organico funzionale costava troppo e che quindi, vista la crisi che iniziava ad affacciarsi, sarebbe stato un “lusso” che il nostro Paese non poteva concedersi.

Nonostante si trattasse di un’affermazione tutta da dimostrare (secondo i calcoli di alcuni dirigenti scolastici il conto economico era in pareggio, se non addirittura in attivo), la sperimentazione fu sospesa e l’organico funzionale eliminato.

E veniamo alla “Buona Scuola” della Legge 107

Ben diversa è l’operazione proposta dalla Legge 107, soprattutto nella cronologia delle fasi che dovrebbero arrivare a comporre l’organico dell’autonomia.

Il comma 63 ricorda che l’organico dell’autonomia è costituito dai posti comuni, per il sostegno e per il potenziamento dell’offerta formativa: l’organico non è tutto funzionale, ma le unità dedicate al potenziamento vengono calcolate a parte.

Al comma 7 viene definito come utilizzare tale organico:

Le istituzioni scolastiche, nei limiti delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente e, comunque, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, individuano il fabbisogno di posti dell’organico dell’autonomia, in relazione all’offerta formativa che intendono realizzare, nel rispetto del monte orario degli insegnamenti e tenuto conto della quota di autonomia dei curricoli e degli spazi di flessibilità, nonché in riferimento a iniziative di potenziamento dell’offerta formativa e delle attività progettuali, per il raggiungimento degli obiettivi formativi individuati come prioritari tra i seguenti:

  • a) valorizzazione e potenziamento delle competenze linguistiche,…
  • b) potenziamento delle competenze matematico logiche e scientifiche;
  • c) potenziamento delle competenze nella pratica e nella cultura musicali, nell’arte e nella storia dell’arte, nel cinema, nelle tecniche e nei media di produzione e di diffusione delle immagini e dei suoni;
  • d) sviluppo delle competenze in materia di cittadinanza attiva e democratica …
  • e) sviluppo di comportamenti responsabili ispirati alla conoscenza e al rispetto della legalità, della sostenibilità ambientale, dei beni paesaggistici, del patrimonio e delle attività culturali;
  • f) alfabetizzazione all’arte, alle tecniche e ai media di produzione e diffusione delle immagini;
  • g) potenziamento delle discipline motorie e sviluppo di comportamenti ispirati a uno stile di vita sano, …;
  • h) sviluppo delle competenze digitali degli studenti, …;
  • i) potenziamento delle metodologie laboratoriali e delle attività di laboratorio;
  • l) prevenzione e contrasto della dispersione scolastica, di ogni forma di discriminazione e del bullismo, anche informatico; potenziamento dell’inclusione scolastica e del diritto allo studio degli alunni con bisogni educativi speciali attraverso percorsi individualizzati e personalizzati anche con il supporto e la collaborazione dei servizi sociosanitari ed educativi del territorio e delle associazioni di settore e l’applicazione delle linee di indirizzo per favorire il diritto allo studio degli alunni adottati, emanate dal Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca il 18 dicembre 2014;
  • m) valorizzazione della scuola intesa come comunità attiva, aperta al territorio e in grado di sviluppare e aumentare l’interazione con le famiglie e con la comunità locale, comprese le organizzazioni del terzo settore e le imprese;
  • n) apertura pomeridiana delle scuole e riduzione del numero di alunni e di studenti per classe o per articolazioni di gruppi di classi, anche con potenziamento del tempo scolastico o rimodulazione del monte orario rispetto a quanto indicato dal regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 20 marzo 2009, n. 89;
  • o) incremento dell’alternanza scuola lavoro nel secondo ciclo di istruzione;
  • p) valorizzazione di percorsi formativi individualizzati e coinvolgimento degli alunni e degli studenti;
  • q) individuazione di percorsi e di sistemi funzionali alla premialità e alla valorizzazione del merito degli alunni e degli studenti;
  • r) alfabetizzazione e perfezionamento dell’italiano come lingua seconda attraverso corsi e laboratori per studenti di cittadinanza o di lingua non italiana, da organizzare anche in collaborazione con gli enti locali e il terzo settore, con l’apporto delle comunità di origine, delle famiglie e dei mediatori culturali;
  • s) definizione di un sistema di orientamento.

La quantificazione dell’organico è determinata su base regionale con cadenza triennale a partire dal 2016/17 (comma 64)

Il riparto della dotazione organica tra le regioni è effettuato sulla base del numero delle classi, per i posti comuni, e sulla base del numero degli alunni, per i posti del potenziamento, senza ulteriori oneri rispetto alla dotazione organica assegnata. Il riparto della dotazione organica per il potenziamento dei posti di sostegno è effettuato in base al numero degli alunni disabili… In ogni caso il riparto non deve pregiudicare la realizzazione degli obiettivi di risparmio del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 20 marzo 2009, n. 81. (comma 65)

A decorrere dall’anno scolastico 2016/2017 i ruoli del personale docente sono regionali, articolati in ambiti territoriali, suddivisi in sezioni separate per gradi di istruzione, classi di concorso e tipologie di posto. (comma 66).

A decorrere dall’anno scolastico 2016/2017, con decreto del dirigente preposto all’ufficio scolastico regionale, l’organico dell’autonomia è ripartito tra gli ambiti territoriali. (comma 68).

Un serbatoio per supplenze, una fonte di frustrazioni

Risulta abbastanza evidente che fra le due gestioni entrino in gioco parecchie differenze:

1. nella realizzazione della sperimentazione del 1999 tutti gli insegnanti sono chiamati contemporaneamente a concorrere sia alla realizzazione dell’orario curricolare, sia alla gestione delle sperimentazioni (parola magica, caduta in disuso dopo l’arrivo del ministro Gelmini e mai più riammessa nel lessico scolastico, sostituita dalle più aziendalistiche quote di autonomia dei curricoli e dagli spazi di flessibilità), sia alla costruzione di progetti di ricerca didattica, volti al tentativo di introdurre nuove discipline, oltre che alla possibilità ci gestire classi in compresenza;

nella proposta della 107 l’organico complessivo viene “affettato”, suddividendo i docenti fra coloro che realizzeranno l’orario curricolare e quelli che invece saranno deputati a gestire il potenziamento (ma soprattutto le supplenze brevi…), suddivisione introdotta già “a monte” nel momento in cui, all’interno degli ambiti territoriali, i docenti verranno scelti per tipologie di posto.

2. nella realizzazione della sperimentazione del 1999 l’attribuzione dell’organico è effettuata con riferimento alle specifiche competenze richieste dagli insegnamenti integrativi e dalle attività previste, sulla base dei criteri definiti dal Collegio dei docenti in sede di deliberazione del piano dell’offerta formativa;

nella proposta della 107 l’attribuzione dell’organico è vincolata in primis allo svuotamento delle Graduatorie ad Esaurimento, il che ha comportato spesso l’attribuzione di insegnanti con competenze specifiche non richieste o addirittura non presenti nelle istituzioni scolastiche a cui sono stati assegnati; inoltre i criteri per la loro individuazione rientrano nel piano triennale dell’offerta formativa, elaborato dal collegio dei docenti sulla base degli indirizzi per le attività della scuola e delle scelte di gestione e di amministrazione definiti dal dirigente scolastico. Se teniamo presente il suggerimento scaturito dalle diapositive che l’ANP (il maggiore sindacato dei dirigenti scolastici) ha proiettato nei suoi corsi di formazione, in relazione al fatto che il PTOF nel suo passaggio finale al Consiglio d’Istituto potrebbe essere modificato dai consiglieri (… ad ogni modo, si tratta di un evento da evitare con cura, il dirigente avrà preparato accuratamente la delibera che sostanzialmente dovrà essere una ratifica…), capiamo quanto siamo lontani dal percorso partecipato individuato dalla vecchia sperimentazione.

In definitiva, come bene ha riassunto Claudio Salone in un suo articolo per Education 2.0.

Quello delineato dalla L. 107 rischia di diventare una sorta di indifferenziato serbatoio per supplenze, fonte di frustrazione più che di potenziamento e ampliamento dell’offerta formativa”. [torna su]

* * *

Un po’ oratorio un po’ villaggio vacanze: le scuole 3.0
di Marco Guastavigna

Sono disponibili ad assumere il loro compito senza avere la precisa certezza di essere retribuiti, dimostrando di essere i primi a prendere in scarsa considerazione il proprio lavoro. Si apprestano a entrare nella nebulosa della “didattica reticolare” e del rovesciamento delle classi. Sono ansiosi di assecondare i “digital native” e di assistere con paternalistica cura i propri colleghi, “digital immigrant” secondo la vulgata imperante; nella stragrande maggioranza infatti ignorano che l’inventore originale di questa fortunata quanto presunta convinzione, Marc Prensky, è da tempo a sua volta migrato verso altre forme di marketing concettuale (digital wisdom, skillness e stupidity).

Sono certi di essere protagonisti fondamentali di un’innovazione efficace, nonostante non vi siano evidenze né studi accreditati che confermino l’idea che li guida nella loro missione, ovvero che l’impiego massiccio e costante nella relazione didattica delle tecnologie digitali di comunicazione potenzi e semplifichi gli apprendimenti. Sono entusiasti prigionieri di anglicismi di ogni genere, dall’e-book all’e-learning passando per i learning object, dal webwatching al webinar via webmaster, e così via. Adorano le LIM, i tablet, gli smartphone, i phablet e non vedono l’ora di iniziare gli studenti alla più aziendalistica e discriminante della pratiche didattiche, il BYOD (Bring your own device).

Sono pronti a tutto pur di far digerire ai più riottosi il cosiddetto registro elettronico, la ventata di modernità a cui nessun istituto può sottrarsi, a costo di confondere la dematerializzazione della produzione di documenti con la smaterializzazione, tema della fantascienza e delle storie fantasy. Molti di loro hanno costituito un gruppo di fan su Facebook, a testimonianza della tendenza per cui sempre più persone e organismi sociali consegnano una propria proiezione a una corporation immaginando di partecipare a “nuovi” processi di democratizzazione dei rapporti.

Stiamo parlando degli animatori digitali, l’ultima delle fantasiose e demagogiche invenzioni lessicali del nostro superiore ministero, impegnato ormai da più di vent’anni a diffondere nelle scuole “cultura digitale”.

Qualcuno dei lettori avrà probabilmente notato il ricorrente comparire dell’aggettivo digitale, che – nato per definire ciò viene rappresentato con numeri o che manipola numeri – ha avuto, soprattutto nel mondo della scuola, un progressivo scivolamento semantico che gli conferisce un significato davvero curioso e totalitario, unendo al concetto di uso di tecnologie quello di innovazione metodologica e quello di efficacia formativa garantita, in una sorta di compiaciuto dogmatismo. Del resto l’impiego delle tecnologie digitali a scuola è stato la punta di diamante dell’introduzione nella scuola di metodi, comportamenti, principi e valori tipici del neoliberismo e del pensiero unico.

Sono decenni che si susseguono indisturbatamente bandi, concorsi, premi, che hanno introdotto, consolidato e normalizzato il tema della concorrenza tra i diversi istituti. Sono lustri che si sollecita acriticamente la vocazione individualistica e autoreferenziale di molti insegnanti, che – in una forma parodistica di auto-imprenditorialità – accettano ruoli la cui caratteristica fondamentale è l’acquisizione di una sorta di meschino status privilegiato, quello dell’esperto di oggetti che molti dei colleghi non “sanno nemmeno accendere”. Sono anni che si accetta pedissequamente che nelle singole unità scolastiche si creino zone di (per fortuna a sua volta presunto) privilegio: le classi 2.0.

È davvero difficile trovare una spiegazione diversa da quello di una triste regressione ideale, culturale e professionale alla scarsa memoria storica delle istituzioni scolastiche della Repubblica, che in una ventina d’anni hanno assistito al fallimento o al nulla di fatto degli operatori tecnologici degli anni Novanta e delle mai consolidate figure di sistema a cui avrebbero dovuto portare i corsi di formazione svoltisi intorno al 2003. Resta difficile accettare che nel 2015 nessuno si sia indignato non solo per l’onnipotenza dell’aggettivo digitale, ma anche per la penosa ridicolaggine del sostantivo animatori, che richiama atmosfere tra oratoriali e vacanziere. Del resto, nessuna particolare reazione aveva suscitato poco più di un anno e mezzo fa la precedente trovata propagandistica del ministro Giannini, che auspicò la non andata a buon fine introduzione a scuola degli “evangelisti tecnologici”, sull’onda della nomina dei primi “digital champions” comunali. [torna su]

* * *

Aggiorniamo la Lip
di Eliseo Tambone

Per una scuola della Repubblica

L’assemblea nazionale di Bologna del 5-6 settembre scorso, per il rilancio della LIP, si concluse con questo appello:

L’assemblea esprime solidarietà a tutte e tutti i migranti, siano essi profughi di guerra o alla ricerca di una vita migliore e dignitosa. Chiede a tutti i governi dell’UE di accoglierli in maniera umana e solidale e allo stesso tempo chiede che vengano condannate ed emarginate quelle forze che si rifanno a politiche xenofobe e razziste. L’Assemblea sostiene tutte le esperienze di solidarietà, che in questi mesi sono state messe in campo a difesa delle lotte delle sorelle e dei fratelli migranti per la loro libertà di movimento nell’UE e per il loro diritto di asilo. Nessuno è straniero, siamo tutte e tutti migranti.

In questo appello c’è tutta la LIP, il suo paradigma di scuola, la sua vocazione e, soprattutto, quell’idea di scuola pubblica tanto cara ai nostri Padri costituenti: scuola come apprendistato cosmopolitico, come apertura agli altri e al mondo, che abbatte tutte quelle frontiere egoistiche, culturali, ideologiche, religiose, economiche e meritocratiche che dividono l’umanità. Quella scuola che, promuovendo cultura, trasforma l’individuo in persona; quell’individuo, tendenzialmente egoista, violento e oppressivo verso gli altri, nella cultura trova l’opportunità della sua conversione in persona democratica, collaborativa, non violenta, solidale e che vede l’altro come qualcuno a cui rivolgere le proprie cure.

Questo è il compito della scuola della Repubblica: non formare forza lavoro preparata a svendersi nella competizione del mercato, ma forze critiche per il bene della collettività e per il controllo democratico. È scuola di cittadinanza democratica, che forma i giovani sui diritti, sui doveri e sulle responsabilità. Questo tipo di educazione, per citare Mandela, è lo strumento più forte di cui si possa disporre per cambiare il mondo. Chissà, se non sarà proprio per questa ragione, e cioè quella di voler cambiare il mondo e non di benedirlo, che la scuola della Repubblica si è fatta così tanti nemici!

Ma la buona notizia, e ogni tanto ce ne sono, è che la LIP-Scuola è nata con l’intento di restaurare questo paradigma costituzionale di scuola, che le varie (contro o pseudo) riforme, di una sequela di irresponsabili messi a fare i ministri della pubblica (d’)Istruzione, hanno e stanno demolendo. Non è da tanto che ho conosciuto la Lip, ma attraverso questa ho incontrato persone, colleghe e colleghi, questi sì, responsabili, che con competenza e passione, rimettendoci tempo e danaro proprio, da dieci anni, ormai, stanno lavorando per questo progetto culturale, sociale e democratico.

Nella assemblea di Bologna è stato deciso di rilanciare la LIP, perché decaduta con l’approvazione della legge 107, ovvero “buona scuola” (chi l’ha scritta non si è impegnato neppure a pensarla con un nome diverso, tanto era bello!, giacché “la buona scuola della Repubblica” è il nome proprio della LIP da dieci anni!).

Che cosa è la LIP?

LIP è l’acronimo di Legge di Iniziativa Popolare ed è un istituto legislativo, previsto dall’art. 71 della Costituzione italiana, col quale i cittadini, attraverso una raccolta di almeno 50.000 firme, possono presentare al Presidente di Camera o Senato un progetto di legge redatto in articoli, perché sia poi discusso e votato.

Tuttavia, e questo è il suo limite, la legge che disciplina la materia non indica il termine massimo entro cui portare in discussione alle Camere una Lip. E così quasi sempre queste proposte di legge vengono abbandonate. Un dato: tra il 1979 ed il 2014 sono state presentate 260 proposte alle Camere, ma solo il 43% di queste è arrivato ad essere discusso in commissione parlamentare, mentre solo tre Lip sono diventate in seguito legge.

Che cosa è la LIP-SCUOLA?

La LIP-SCUOLA è una legge d’iniziativa popolare, completamente alternativa alle linee guida del Governo e sottoscritta da oltre centomila cittadini, ai tempi del forte dissenso alla riforma Moratti.
Accanto alla protesta, venne elaborata una proposta seria, innovativa sul piano pedagogico, didattico e giuridico. Non solo l’oggetto della proposta di legge è stato importante ma anche il metodo di lavoro adottato, infatti, la Lip è nata dal basso, senza deleghe, ricercando la più ampia partecipazione. Migliaia di persone hanno messo in comune con pazienza saperi, esperienze, sogni per una scuola capace di mettersi in discussione, di costruire prima di tutto cittadinanza attiva senza seguire le necessità del mercato del lavoro. Per questo la proposta utilizza il linguaggio della pedagogia e non quello del mercato.

A Bologna venne lanciata la campagna “Aggiorniamo la Lip”, con l’obiettivo di attualizzarla, approfondirla, renderla ulteriormente condivisa e al passo con i nuovi bisogni e le nuove esigenze in primis degli studenti. Il testo della proposta era un ottimo testo, ora non si tratta di rivoluzionarlo, ma di migliorarlo, di inserire nuovi spunti, dibattere sui territori, assieme a docenti, ATA e genitori. Vogliamo che gli studenti siano dei veri protagonisti nella costruzione dell’alternativa dal basso.

Così, in quella assemblea sono stati formati dei gruppi di lavoro col compito di lavorare su alcune fondamentali macroaree, quali formazione e valutazione, obbligo, diritto allo studio-gratuità, biennio unitario, nidi e l’infanzia, autonomia e organi collegiali, sostegno, Ata e laicità su cui è necessario intervenire per riproporla come Legge di iniziativa popolare. L’obiettivo è quello di pervenire a conclusioni sotto forma di articoli di legge semplici, chiari, comprensibili da proporre alla discussione e alla approvazione dell’assemblea del 6 febbraio a Napoli.

L’appuntamento di Napoli è alle porte. Ciascun referente dei vari gruppi di lavoro porterà la bozza delle proposte elaborate che saranno discusse, molto probabilmente, in commissioni di lavoro che verranno formate. Al termine di questo lavoro le proposte passeranno all’assemblea. Molto verosimilmente, per permettere ancora il dibattito democratico e quindi il miglioramento della proposta, ci sarà tempo per procedere alla ratifica finale in una eventuale successiva assemblea. Al termine di questo lavoro, presumibilmente entro la prossima primavera, inizierà la campagna della raccolta delle firme.

Invitiamo tutti coloro che amano la scuola della Repubblica e credono (come recita l’art. 1 della LIP) nel suo fondamentale ruolo di formare cittadini al pluralismo e alla laicità, alla crescita e alla valorizzazione della persona umana, e sono convinti che il compito della scuola della Repubblica sia quello di rimuovere gli ostacoli di ordine economico, sociale, culturale e di genere, che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini e cittadine, a tutti coloro che amano questa scuola e sono convinti, chiediamo di collaborare e darci una mano per la realizzazione di questo grande progetto. [torna su]

* * *

RISORSE IN RETE

Legge 13 luglio 2015, n. 107 qui.

La LIP – Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica

Questo è il sito della LIP e questo è il profilo facebook Adotta la LIP. In questo video ne parla Anna Angelucci.

Qui si può leggere il pdf della tabella comparativa, tra la “Buona Scuola” di Renzi e la “Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica“.

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Da Gelmini a Giannini

Bilancio degli anni scolastici 2008-2009, 2009-2010, 2010-2011, 2011-2012, 2012-2013, 2013-2014, 2014-2015.

Cosa fanno gli insegnanti

Vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Lavoratori Autoconvocati della Scuola Roma, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione, Comitato Scuola Pubblica.

Finestre sulla scuola e sull’educazione

ScuolaOggi, Educazione&Scuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, école, Movimento di Cooperazione Educativa (MCE), Foruminsegnanti, Like@Rolling Stone, Associazione Nonunodimeno, Gessetti Rotti, Quando suona la campanella, Gli Asini

Siti di informazione scolastica

OrizzonteScuola, La Tecnica della Scuola, TuttoScuola.

[torna su]

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Alberto Sabbadini)

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