Inerzia #8: un salto decisivo – Guglielmo di Occam

di Antonio Sparzani

William of Ockham

William of Ockham

Pluralitas non est ponenda sine necessitate
William of Ockham

Se volessimo azzardare un riassuntino delle puntate precedenti, potremmo dire che fino a questo punto, le ragioni che sono state addotte per spiegare, per dar conto, del fatto che quando la mano lancia un sasso questo continua, invece di cadere subito verso terra, in una traiettoria in un primo tempo orizzontale, o addirittura verso l’alto, consistevano, con varie sfumature, nell’ipotizzare o un’azione del mezzo interposto (l’aria) o invece qualcosa che viene trasmesso dal proiciente – la mano – al proietto – il sasso –, qualcosa che assume vari nomi e che con varie modalità si trasmette dalla mano al sasso.
Voi vi immaginate che chi abbia risolto poi definitivamente il problema siano stati Galileo e Newton, ma la storia è sempre più articolata e complicata delle versioni che vanno per la maggiore. E, come già ho avuto modo di dire, le idee che a un certo punto sembra spuntino fuori dal nulla come funghi, o come fiori nel deserto, in realtà hanno sempre origini più lontane, ci sono dei “precursori” spesso inaspettati. E così oggi vi presento un illustre precursore, William of Ockham, spesso italianizzato in Guglielmo di Occam. Eccolo a voi.

William, detto di Ockham (ca. 1285 – 1347) dal nome del villaggio nel sud dell’Inghilterra dove nacque, prese gli ordini francescani in giovane età e percorse le tappe dei suoi studi di teologia e filosofia, e di logica, a Oxford. Non ottenne tuttavia il Master, titolo finale del corso di studi, a causa di divergenze teologiche con i suoi oxoniensi maestri; per questo da allora fu detto Venerabilis Inceptor, alludendo al suo essere permanentemente, ancorché venerabilis, formalmente un apprendista, un non ancora laureato.
E in verità elaborò un sistema di pensiero singolarmente autonomo da un appiattimento scolastico sulla tradizione aristotelica; e in materia di teologia suscitò presto varie inquietudini e sospetti finché lo stesso Giovanni XXII lo chiamò nel 1324 alla corte papale, allora ad Avignone, per interrogarlo sulle sue opinioni in fatto di povertà. Questo era infatti, allora come in altri tempi, un grande tema di dibattito, anche aspro, tra il papato e i francescani, che si richiamavano alla scelta radicale di povertà del loro fondatore e rifiutavano il diritto del papato e degli ecclesiastici a possedere beni materiali; lo stesso generale dell’Ordine del tempo, Michele da Cesena, appoggiava sostanzialmente le tesi di Ockham, tanto che, recatosi egli stesso ad Avignone, se ne fuggì rapidamente la notte tra il 26 e il 27 maggio 1328, con un gruppetto di frati tra i quali lo stesso Ockham, prima che succedesse il peggio. Si rifugiarono presso Ludovico il Bavaro, accampato nei pressi di Pisa. A Monaco di Baviera poi il Nostro portò avanti i suoi studi, scrisse contro le ricchezze del papato e morì, forse di peste, nel 1349, o forse addirittura due anni prima.
L’interesse per la logica, che aveva appreso in modo approfondito nei suoi studi giovanili, fu un vero leitmotiv nella formazione e nello sviluppo del suo pensiero. E a ciò connessa è la sua attenzione, interessante anche per il nostro discorso, al ruolo cruciale del linguaggio nella formulazione delle dottrine di teologia e di filosofia naturale. Assai noto è il suo schema di ragionamento, detto rasoio di Ockham, che ammonisce a non creare concetti inutili, ovvero a non infarcire una dottrina di nuovi enti senza che ve ne sia necessità.
La dottrina di Ockham è sparpagliata in una serie di opere che egli scrisse nel corso della sua vita, in varie fasi e, naturalmente, sfumando ed elaborando le idee e le spiegazioni a misura del procedere della sua riflessione. Quella che vorrei proporvi qui è la sua opinione sul moto dei proietti, che sembra presentare caratteri di modernità assolutamente inaspettati.
Questo del moto dei proietti è appunto un tema su cui Ockham modifica la sua posizione nel corso della vita: infatti, in una prima fase, egli accomuna tale fenomeno ad altri, nei quali sembra che un corpo agisca su un altro a distanza: il magnete che attira il ferro, o il Sole che scalda un corpo: e sembra quindi che Ockham consideri tutti questi fenomeni come esempi di un’azione che si può esercitare, senza che il mezzo interposto vi giochi alcun ruolo, da un corpo su un altro, non necessariamente a contatto col primo. Quella che in fisica sarà sempre chiamata “azione a distanza”.
È ovvio che in tutti e tre gli esempi citati siamo in queste condizioni; Ockham asserisce che non è richiesta alcuna azione del mezzo interposto, ma che è invece sufficiente una ‘simultas virtualis’. Vi è, da un lato, una completa eliminazione del punto di vista aristotelico secondo cui il motore e il mosso devono essere a contatto, e dall’altro viene rifiutata qualsiasi teoria di un alcunché che venga passato dal motore al mosso, una virtus una inclinazione, un impetus, un qualche cosa di misterioso e non tangibile che Ockham rifiuta come non necessario in quanto non dotato di alcuna consistenza ontologica.
Tuttavia, in una seconda fase, Ockham compie un secondo passo interessante: egli si accorge di una differenza fondamentale tra il caso del moto dei proietti e gli altri due: perché mentre negli altri due casi ¬¬¬¬¬¬– l’attrazione magnetica e il riscaldamento prodotto dalla luce solare – è necessaria la presenza della causa per il perdurare dell’effetto – se si elimina il magnete il ferro non viene più attirato e se si scherma il Sole, cessa il riscaldamento – nel caso del moto dei proietti se, dopo il lancio, si elimina l’agente lanciante, il moto del proietto perdura inalterato; e questa è una differenza interessante, su cui Ockham decide di riflettere ulteriormente, visto che altrimenti la sua spiegazione di simultas virtualis cade in contraddizione.
Ecco qui il passo relativo di Ockham perché, nell’abbondante sua produzione è forse quello in cui meglio si riesce a cogliere l’evoluzione del suo pensiero sull’argomento.

Va notato che nel moto dei proiettili vi è una grande difficoltà a proposito del principio che muove ed effettua un tale moto: perché non può essere il proiciente, perché può venir distrutto mentre il moto prosegue. E neppure l’aria: poiché essa si può muovere di moto contrario, come ad esempio se una freccia si muovesse di moto contrario al sasso. E neppure una virtus nel sasso, perché allora chiedo da quale agente sia causata quella virtus. Non dal proiciente: poiché un agente naturale ugualmente avvicinato ad un qualcosa che ne subisce l’azione [aequaliter approximatum passivo] vi causa sempre lo stesso effetto. Ma il proiciente, nella misura in cui è sciolto da ogni altra cosa e per quel che riguarda soltanto lui, può avvicinarsi al sasso e non muoverlo come quando invece lo muove. La mia mano può infatti muoversi lentamente ed avvicinarsi a un qualche corpo, ed in questo caso non lo muoverà di moto locale; e può invece muoversi velocemente e con impeto: e si avvicinerà allora nello stesso modo di prima e causerà allora un moto, a differenza che nel primo caso. Dunque questa virtus, che tu vuoi porre, non può essere causata da alcunché di assoluto, né di proprio del proiciente, né dal moto locale dello stesso proiciente poiché il moto locale non ha altro effetto se non avvicinare gli agenti a chi subisce l’azione [nihil facit ad effectum nisi approximare activa passivis], come è stato spesso detto più sopra. Ma qualsiasi cosa posta nel proiciente si avvicina ugualmente al proietto, nel moto lento come nel moto veloce.

Fin qui la confutazione delle varie ipotesi precedenti; ora la nuova proposta:

Dico quindi che ciò che muove, in un tale moto, dopo la separazione del mobile dal primo proiciente, è l’oggetto stesso in moto per sé [dico quod ipsum movens in tali motu post separationem mobilis a primo proiciente est ipsum mobile secundum se], non per qualche virtus presente in esso, assoluta o relativa: così che ciò che muove ed il mosso sono del tutto indistinti. Se mi dici che un nuovo effetto deve avere una qualche causa – ed il moto locale è un nuovo effetto – obietto che il moto locale non è un nuovo effetto, né assoluto né relativo, ma non è altro che il fatto che il mobile coesiste in diverse parti di spazio: in modo che non coesiste con alcuna di esse, fintanto che almeno due cose contraddittorie non possano verificarsi. [dico quod motus localis non est effectus novus absolutus nec respectivus, quia non est aliud nisi quod mobile coexistat diversis partibus spatii: ita quod cum nulla una coexistit, dum duo contradictoria non verificantur] [… … …]. Sarebbe ben straordinario se la mia mano causasse una qualche virtus nel sasso per il fatto di toccarlo nel suo moto locale.
(Ockham 1962, II, q. XXVI M) [1]

Da questa decisiva correzione che Ockham apporta alla sua prima versione che prevedeva anche in questo caso un’azione a distanza, analoga a quella che il magnete esercita sul ferro e il Sole sui corpi che riscalda, emerge una nuova posizione. Qualsiasi tentativo di spiegazione di sapore aristotelico viene completamente scartato così come viene scartata qualsiasi azione a distanza: l’azione che la mano può esercitare sul sasso non può dipendere dallo stato di moto della mano. Ancor meno accettabile è poi qualsiasi non meglio identificata virtus trasmessa al proietto.

Viene proposto un nuovo modo di pensare: si tratta di un moto secundum se.

Sembra dire Ockham che non c’è bisogno di spiegare quel moto, di cercarne una causa esterna al sasso, che non può aver acquisito alcunché che lo renda diverso da quello che era prima. E questo viene argomentato elaborando un concetto di moto locale notevolmente nuovo rispetto alle concezioni correnti: essenziale in questo concetto è il fatto che si tratta di un termine per indicare che un corpo occupa varie posizioni, senza che naturalmente ne possa occupare due contemporaneamente.
La soluzione espressa non lascia tanti dubbi: nessuna spiegazione è più necessaria per il moto dei proietti. Il moto del proietto avviene secundum se; è, come dire, una caratteristica ormai autonomamente acquisita dal proietto stesso, il quale ormai si muove da sé, coincide con il proprio motore, è motore di se stesso.
Vari studiosi si sono occupati di questo modo di Ockham di risolvere un antico problema, Anneliese Maier (1905-1971), Marshall Clagett (1916-2005), che ho già nominato qui e Alistair C. Crombie (1915-1996), i quali tuttavia si affrettano ad assicurare che, malgrado gli entusiasmi di Duhem non si tratta in alcun modo di una anticipazione del principio d’inerzia; Maier perché sostiene che si tratta di una soluzione formalistica per correggere il suo precedente errore, e Clagett perché osserva che Ockham non accenna al perdurare indefinito del moto. Più possibilista è l’analisi di Crombie, che riconosce qualche elemento innovativo nella posizione del nostro Inceptor, senza tuttavia cogliere quell’elemento di affinità con la successiva teoria newtoniana che io vorrei sottolinearvi.

Mi sembra che, nel cammino – un po’ continuo e un po’ no – che conduce alla sistemazione del concetto di inerzia nell’ambito della meccanica classica, l’elemento di novità nell’atteggiamento di Ockham, che lo avvicina vertiginosamente alla soluzione adottata da quest’ultima teoria, affermatasi da Newton in poi, sia il dichiarare che non si tratta più di un problema: non c’è nulla da spiegare.

[1] questo importante passo è tratto dal secondo libro dei Commenti di Ockham alle sentenze di Pietro Lombardo; Pietro, nativo del novarese, fu teologo e biblista, attivo nella prima metà del XII secolo, soprattutto in Francia, tra Reims e Parigi, di cui fu anche vescovo nell’ultimo anno di vita, e scrisse i Libri quattuor Sententiarum, opera che conobbe una straordinaria fama e diffusione nel secolo XIII e nei successivi, che diede occasione a numerosi commenti da parte degli studiosi dell’epoca; tanta fu l’autorità che venne riconosciuta a questo testo, che dal IV Concilio Laterano (1215) ne fu sancito l’insegnamento obbligatorio nel cursus di ogni teologo. Pietro è fin collocato da Dante nel cielo del Sole, tra i saggi e sapienti del canto X del Paradiso.
La traduzione italiana che azzardo qui è intesa a rendere il più letteralmente possibile anche le impervietà del Venerabilis Inceptor. Riporto tra parentesi l’originale latino delle frasi dal significato meno ovvio

Un pensiero su “Inerzia #8: un salto decisivo – Guglielmo di Occam

  1. Pingback: Inerzia #8: un salto decisivo – Guglielmo di Occam | alessandrapeluso

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...