L’UOMO CHE VENIVA DA MESSINA

di Massimo Maugeri

La lettura del nuovo romanzo di Silvana La Spina, “L’uomo che veniva a Messina” (Giunti, 2005), mi ha spinto verso un’ulteriore riflessione sul potere “sanante” della letteratura.
Nella nota che leggiamo alla fine del volume, Silvana La Spina ci dice che questo suo nuovo libro “è innanzi tutto un romanzo. E in quanto tale vive di vita propria – ossia piegando la realtà ai suoi bisogni, la storia vera alle sue storie”. Ma è anche vero, come evidenzia l’autrice, che di Antonello si sa molto poco. Ed ecco, dunque, che viene in soccorso proprio quell’aspetto peculiare del potere “sanante” della letteratura a cui facevo cenno prima e che trova il senso più alto nel ricomporre i pezzi e nell’aggiungere i tasselli mancanti affidandosi alla forza dirompente della narrazione, della scrittura che crea. D’altra parte non stiamo parlando di un uomo qualunque, di un artista qualunque. Stiamo parlando di Antonello, del grande Antonello, del Messinese: l’unico tra i pittori siciliani (per dirla con La Spina) ad aver raggiunto una fama universale, a essere entrato tra i giganti della sua epoca.
È una storia dalle tante facce, questa che racconta l’uomo che veniva da Messina. È la storia di come, spesse volte, i luoghi natii respingano i propri geni; di come difficilmente riescano a riconoscere la loro arte, la loro grandezza. Di come, al contrario, i conterranei tendano – in alcuni casi – a soffocare, a stritolare o – paradossalmente – a respingere. E a volte sono proprio i parenti più stretti a svolgere quest’attività di accerchiamento che diventa zavorra di qualunque ambizione artistica. (Nella parte iniziale del romanzo il nonno di Antonello, rivolgendosi al nipote, definisce la pittura come «l’arte del Diavolo»… mentre suo padre lo prende addirittura a scudisciate quando lo sorprende a tracciare i disegni di certi monumenti). E se questo è vero per tutti, è ancor più vero per un’artista siciliano. Ecco cosa Antonello, con riferimento al Panormita (alias Antonio Beccadelli), dice a Colantonio, nel corso del suo delirio pre-mortem: “Il Panormita era un siciliano e i siciliani, per esperienza di vita, da sempre si odiano tra loro. È come una malattia, credetemi, mastro Colantonio. Un siciliano non vorrà mai che un conterraneo possa emergere, persino se il campo di cui si occupa è lontanissimo dal suo. È un vizio, un peccato d’origine in tutti i miei conterranei… Persino nella mia famiglia è stato così”. E allora il viaggio, il peregrinare verso altre mete, il tentare di accedere nel cuore dei luoghi dove la Grandezza ha messo radici con l’obiettivo di divenire parte di questa pianta chiamata Arte; una pianta che – nei casi più fortunati – consente persino di sopravvivere alla morte. Ed è questa l’esperienza che Antonello il Messinese si trova a vivere. Antonello lascia la sua città e approda prima a Napoli, dove migliora la propria tecnica grazie a colui che chiama Maestro: il già citato Colantonio. Nel romanzo di Silvana La Spina – come accennato – sarà proprio quest’uomo, il suo Maestro, il referente a cui Antonello si rivolgerà in punto di morte per rievocare l’intera propria esistenza: dall’inizio alla fine.
Il romanzo comincia così. Siamo nell’anno 1479, a Messina. Antonello comprende che la Signora del niente, la protagonista di una delle opere pittoriche che più lo ha ossessionato (“Il Trionfo della Morte”) lo sta per venire a trovare e dunque, dentro di sé, mentre riceve l’unzione estrema inizia una sorta di confessione, rivolta a Colantonio, che si traduce in una ri-evocazione della sua intera esistenza. Un’esistenza di viaggi, dicevamo. Di partenze e di ritorni, che vedrà Antonello protagonista – come accennato – nella Napoli del Maestro Colantonio dominata dai cortigiani (con la presenza di figure inquietanti: come il Panormita) e poi, ancora, a Roma (una capitale che già a quel tempo ravvisa i sintomi di una corruzione endemica). Nei percorsi di Antonello c’è la Mantova del Mantegna, la Arezzo di Piero della Francesca, il Ducato di Milano. E tra le più importanti tappe della sua vita, c’è Venezia: la città che lo renderà notissimo e che gli consentirà di stringere un’amicizia fraterna con Giovanni Bellini e l’intera famiglia di questi pittori veneziani.
Ma il luogo dei luoghi, per Antonello è Bruges, la città che incarna il cuore della sua più grande ossessione artistica: ovvero, la pittura a olio e i suoi segreti. Perché “L’uomo che veniva da Messina” è anche un romanzo sull’ossessione dell’arte… ovvero sull’insopprimibile necessità di ogni artista di raggiungere l’apice, di tendere alla perfezione, di conquistare quella tappa che possa consentirgli di contrapporre la bellezza e la grandezza dell’opera alla forza annientatrice della Morte. Perché questa è, in definitiva, la vera battaglia che intraprende ogni artista. Una battaglia contro i propri limiti e contro la propria fine.
L’ossessione di Antonello si concentra, per l’appunto, sulla tecnica degli artisti fiamminghi e sull’uso della pittura ad olio. Quella che garantisce il grande salto di qualità, il perfezionamento definitivo della rappresentazione per immagini (i particolari così vividi, le luci e le ombre così precise). Un’ossessione che avvicinerà Antonello al grande Van Eyck e che, alla fine, in un modo o nell’altro, gli permetterà di accedere ai segreti del giusto dosaggio. Non solo. Quell’ossessione finirà con il far scoprire ad Antonello cos’è l’amore vero. E proprio lui, che non si è mai tirato indietro di fronte ai piaceri della carne; lui, che ha amato moltissime donne, dalle nobili alle prostitute; che ha avuto figli, legittimi e illegittimi, nati dentro e fuori dal matrimonio (che ha contratto a Messina con una donna benestante) finisce con il comprendere che l’amore vero va al di là del mero piacere carnale.
Silvana La Spina, nel suo romanzo, ci racconta un Antonello da Messina che si innamora perdutamente di Griet, figlia illegittima del grande pittore fiammingo Van Eyck. E allo sviluppo di quest’amore contrastato, dolente e destinato alla tragedia, sarà legata la realizzazione dell’opera più grande del Messinese: l’Annunciata, ritratta con la mano destra sollevata. Un’Annunciata dal volto bellissimo, che riprende i tratti della donna amata.
Un siciliano in viaggio, prima o poi fa ritorno al proprio luogo d’origine. È così anche per Antonello, che per la sua Messina coltiva il tipico sentimento frammisto di amore e odio. Sarà un ritorno dolente, segnato dalla peste che ha investito Venezia e dalla fine drammatica dell’amore. E allora ecco giungere la Morte, la morte del Trionfo; come quella dell’affresco di Palazzo Sclafani, a Palermo: una Furia a cavallo che tutto travolge e tutto distrugge. “Guardavo quella forma scheletrica, che calpestava tutti coloro che non riusciva a raggiungere con le frecce”, dice Antonello. “I ricchi, i potenti e gli umili, che pareva gridassero: «A me, a me. Levami dalla vita, cara Morte…»”.
Attingendo al potere “sanante” della letteratura Silvana La Spina ci offre un romanzo potente e avvincente, che incanta con la sua forza affabulatrice e restituisce un Antonello da Messina rinvigorito e rinnovato da questo personaggio letterario che affianca e integra la figura storica del più grande pittore nato in terra di Sicilia.

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Massimo Maugeri cura Letteratitudine (blog, news, radio)

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