Alessandro Baricco e La Sposa giovane. Per trattar del ben ch’i’ vi trovai

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Ne ho lette di poco lusinghiere, davvero. Parlo delle recensioni all’ultimo romanzo, sempre per Feltrinelli, di Alessandro Baricco, La Sposa giovane. Chiedo venia se ci torno ora, a dieci mesi dall’uscita del volume. È che non sempre leggo subito quel che esce. Delle volte ci vuole del tempo. Delle volte, nella calca polverosa sollevata dai lettori a ridosso della novità editoriale, non si legge bene. Devi farlo da in piedi, in mezzo agli altri che spingono e strattonano. Allora meglio farlo dopo, con calma.

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Le critiche mosse a questo Baricco – ma spesso anche ai precedenti suoi lavori – sono agglutinate ormai da tempo attorno alla definizione del Nostro (erano anni che volevo ricorrere a quest’uso ormai greve del possessivo!) come scrittore fastidiosamente aristocratico e snob, e dei suoi libri come il condensato delle più vuote raffinatezze. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, non ho letto, dietro a questi lapidari indici puntati al petto, delle motivate critiche, di quelle che funzionano all’orecchio e alla mente e ci fanno dire, magari senza condividerle, “può essere”.
Il tratto stilistico di Baricco – va senza dirlo – può piacere, anzi deve piacere. Nel senso che non passa inosservato, ma lascia il segno, comunque. È marcato, molto. Per apprezzarlo, deve perciò piacerti. Altrimenti no. A me piace. Ammiro, della sua specie formale, l’orafa ricerca del termine giusto. Quel termine che – forse – è insostituibile. Nel leggere la prosa di Baricco, spesso mi tornano in testa le parole che Cardarelli infilò in qualche angolo del suo Solitario in Arcadia: “qual è la parola più satura di verità, più poetica, e che si lascia scrivere con mano leggera? Quella che a contatto d’una certa impressione, che può rinnovarsi identica, abbiamo pensato e ripensato con maggiore insistenza, tenendola tuttavia silenziosa in noi, lasciandola riposare, e quasi rimettendo ogni volta il tempo d’adoperarla, per un miscuglio d’irresolutezze, di ottusità, o magari, ch’è lo stesso, di contentezza troppo profonda. Finché un giorno, a forza di durare, si finisce per credere in lei con una persuasione, per non dir molto, superstiziosa: una persuasione tale che, oltre al non aver bisogno di fastidiose riprove critiche, serve anzi meravigliosamente a prevenirle e, se mai, a rassicurarle. Questo parrebbe dover essere il lungo viaggio, naturale e organico, della parola intesa come creazione”. Ecco, leggendo Baricco ho avuto, di frequente, l’impressione che nella sua lingua vibrasse la parola della ‘persuasione superstiziosa’. Parola esatta, aggiungo, non al servizio di se stessa ma, spesso, di una struggente ironia, veloce e lieve come un battito di palpebre. Ironia, a tratti, gaddiana, ma di un Gadda più aereo.

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Eppure non è di questioni stilistiche che voglio parlare (né, come troppo spesso s’è fatto, del gran teatro pubblicitario che attorno al testo e all’autore si edifica). Voglio dire del contenuto del romanzo. La Sposa giovane. Come magari molti di voi sapranno, la vicenda s’adagia nel secolo scorso, forse agli inizi (ma chissà), in un qualche luogo del Sud. Sud Italia, certo, ma un Sud che è mitico e non geografico (si ricordi fin da ora che qui è quel “mondo che suggerisce particolari priorità”; è il luogo in cui “si ha un accosto particolare ai problemi – risolverli non risulta essere il primo gesto che viene in mente”). Ci sono una Famiglia, un Padre, una Madre, un Figlio e una Figlia. C’è anche uno Zio, sui generis. E un maggiordomo che, nonostante la divaricazione geografica, mi ricorda il settentrionalissimo Signor Carson di Downton Abbey. Si chiama Modesto. È l’unico personaggio ad avere un nome (ci torneremo dopo).
Un bel giorno arriva la Sposa giovane, ha diciotto anni e un intento scaturito da una promessa, quella di avere per marito il Figlio. Solo che il Figlio non c’è. È partito, vagante tra una città e l’altra dell’Inghilterra. Perché? Non è chiaro: forse per una formazione personale, forse perché sull’isola il Figlio può incontrare le radici socio-culturali della fortuna della Famiglia. La Famiglia è una di quelle ricche, si tratta di facoltosi imprenditori tessili.
Cos’altro sappiamo? Che la Famiglia inaugura la giornata con dilatate colazioni che sfilacciano il tempo e lo confondono. Che nella Famiglia vigono alcune regole: quattro per l’esattezza. Uno: la notte è temuta perché tutti i componenti della Famiglia sono morti senza che il sole fosse in cielo. Due: l’infelicità non è gradita perché è una perdita di tempo, ovvero un lusso. Tre: in Famiglia non si leggono libri. Non ci sono libri. Non devono essercene poiché “c’è già tutto nella vita, a patto di stare ad ascoltarla, e i libri distraggono”. Infine – quattro – il Padre non ammette “distrazioni da una generica, necessaria pacatezza”. Perché? Perché rischia di morire, ha un’inesattezza nel cuore.

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Fine

Chi non ce l’ha? Dico le inesattezze nel cuore. Qui si vedono bene, tra le pagine, tra le righe, nelle parole. Eppure qualcuno, recensendo La Sposa giovane, sostiene che Baricco non abbia niente da dire.
Non mi pare. Forse va precisato in quale dimensione debba essere letto il romanzo. Secondo me si tratta di una grande Operetta Morale. Alla Leopardi. Va letta come allegoria della Vita, e non di una vita. Siamo nel campo dell’assoluto e non del particolare. Può piacere o non piacere, ma è così.
Siamo, anche, nel territorio della fiaba, che è anch’essa materia universale e non relativa. La vicenda si svolge nel “c’era una volta”, laggiù al Sud. E, come nelle fiabe, all’ultima pagina della Sposa giovane c’è la parola FINE, scritta grossa, così, con lo stampato maiuscolo. Come nei libri d’altri tempi o in quelli per bambini. Infine, nonostante la focalizzazione saltelli da un personaggio all’altro e la stessa voce narrante viri, bruscamente, dalla bocca della Sposa a quella della Figlia o del Narratore, lo sguardo, lo Sguardo che veglia sulla storia è lontano. La vicenda è lontana, e pure la somma delle voci narranti è lontana. Lontanissima, a volte. Non è da sottovalutare, la categoria della lontananza, in questo romanzo.
Si sa – o, almeno, non dovrebbe essere un mistero – che alla Scuola Holden – lo confessa lui medesimo – Baricco facesse leggere, almeno anni fa, un testo che tra quelle aule era considerato una sorta di Bibbia. Si tratta del Narratore di Walter Benjamin. Opera del 1936. Baricco la ha annotata e commentata, un lustro fa, per Einaudi.
Chi è costui? Essere mitico e titanico, il narratore opera in lontananze cristalline che lo separano dall’attuale umanità. Eppure egli sa trasmettere l’esperienza del mondo e dell’esistenza umana. Il narratore recupera l’uomo, non nella sua immediatezza, ma nelle stratificazioni, e con quelle lo restituisce come prodotto letterario raffinato, come origine per ogni riflessione sull’esistenza.
Qualcuno ha criticato Baricco dicendo che i suoi personaggi, ne La Sposa giovane, mancano di spessore, appiattiti come sono sulla superficie del loro nome comune che si dà delle arie mettendosi in capo la maiuscola. È perché i suoi personaggi sono uomini e donne, perché no?, nicciani (leggi Nietzsche, laddove nella Gaia scienza annuncia che “dobbiamo, di tanto in tanto, riposarci dal peso di noi stessi, volgendo lo sguardo là in basso su di noi, ridendo e piangendo su noi stessi da una distanza di artisti: dobbiamo scoprire l’eroe e anche il giullare che si cela nella nostra passione della conoscenza”), o leopardiani (quegli esseri assurdi che alloggiano tra le pagine delle Operette morali), leskoviani (laddove Leskov è l’oggetto di studio di Benjamin, nel Narratore, e di costui si dice appunto che “è a suo agio nella lontananza dello spazio come in quella del tempo”, sì che il personaggio per antonomasia dei suoi racconti, “il suo modello è l’uomo che sa orientarsi sulla terra senza avere troppo a che fare con essa”).
Distacco come forma superiore di conoscenza e non distacco dal reale. Da qui viene per Benjamin un “orientamento pratico” insito nell’opera “di molti narratori nati”: “tale utile può consistere una volta in una morale, un’altra in un’istruzione di carattere pratico, una terza in un proverbio o in una norma di vita: in ogni caso il narratore è persona di ‘consiglio’ per chi lo ascolta. […] Il ‘consiglio’ […] non è tanto la risposta a una domanda quanto la proposta relativa alla continuazione di una storia […]. Il consiglio, incorporato nel tessuto della vita vissuta, è saggezza. L’arte di narrare volge al tramonto perché vien meno il lato epico della verità, la saggezza”.
Non mi azzardo a dire che in Baricco si senta il sapore della saggezza. Si coglie però la carezza di quel consiglio, specie quando le parole fotografano sotto una luce tanto nitida da risultare croccante i movimenti dell’animo umano.

* * *

Benjamin certo non è generoso con il romanzo. Dice: “il primo segno di un processo al cui termine si colloca il declino della narrazione è la nascita del romanzo alle soglie dell’età moderna”; memore della lezione di Lukács, Benjamin scrive che “il luogo di nascita del romanzo è l’individuo nel suo isolamento, che non è più in grado di esprimersi in forma esemplare sulle questioni di maggior peso e che lo riguardano da vicino, è egli stesso senza consiglio e non può darne ad altri”. Perduta la saggezza, il romanzo è il gesto che esprime “il profondo disorientamento del vivente”.
Baricco non è un aedo. Non fa dell’epica. Racconta dei viventi proprio il profondo disorientamento. Lo fa, però, senza gli eccessi di realismo – peraltro a volte splendidi – pretesi da altra narrativa. Baricco lavora in dimensioni mediate – meno immediate, perlomeno –, più leggere. Di qui la necessità e la legittimazione dell’invenzione straniante, quasi da fiaba, com’è ne La Sposa giovane, com’era già in Oceano mare. Parole di Baricco che commenta Benjamin: “il narratore non cerca il senso della vita, ma piuttosto la morale della Storia. Non cerca il senso di una vita, ma la morale di tutte le vite possibili. […] Una memoria ad ampio raggio e a bassa definizione. Vedono così gli uccelli in volo, vedeva così Omero”.

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Dall’alto, dunque, il narratore di Baricco osserva la crisi dell’uomo. Vediamo come. Parliamo dei nomi, prima di tutto. Nomi che, nella loro modestia, sono pretenziosi. Su Modesto, il maggiordomo, altro non direi se non che è il suggello della Famiglia: egli vive in funzione della perfezione formale che lo “esonera dal cercare altre finalità “ nei propri gesti. Così non deve chiedersi ogni giorno perché vive. E così la Famiglia, sotto la cui egida stanno il Figlio e la Figlia e la Madre e il Padre, non mette forse in scena il più sublime e tragico tentativo di affermare la realtà di un principio universale – la Famiglia, appunto – che nella pratica si rivela, per ripetere la celebre diatriba medievale, solo una voce o un nome? Baricco mette in opera l’erosione del concetto di famiglia. Baricco distrugge l’istituto della Famiglia – acquisto che per tanto tempo abbiamo ritenuto incrollabile – mostrando come dietro l’etichetta che ne dice il nome si annidino tante incrinature che noi scopriamo a poco a poco, voltando le pagine del libro. E che qui non svelo.
La Famiglia, che con quella sua F maiuscola sembra partire in tromba per essere la Famiglia a tutto tondo, è in realtà un luogo di timori. Cosa ne ereditano i componenti? Una particolare paura. Ognuno, in Famiglia, cerca di esorcizzare la paura di qualcosa: il Padre usando una mitezza che sconfina nella cattiveria; la Madre conservando un segreto che lega la sequenza dei capifamiglia; la Figlia schiacciando e disseppellendo qualcosa tra le sue gambe; il Figlio scomparendo.
La Famiglia è una frattura, dunque. Il suo meccanismo è rotto. La Famiglia cristallizza alcune certezze svuotandole di significato. La Famiglia ignora la realtà con demente e illogica e affascinantissima pertinacia. Leggendo La Sposa giovane ci innamoriamo dei “frammenti preziosi della comune follia” e dei rituali che nascondono le vere storie. Che sono anche le nostre, quelle delle nostre vite. Che noi tutti esorcizziamo tenendole a bada nelle formule fisse delle poche certezze di cui si è detto. Noi, come la Famiglia, nascondiamo le irrazionalità dietro ai protocolli, in dimore avvolte da sonniferi baluardi che sono come i rovi di Rosaspina.
La Famiglia è un luogo di apnee che illudono di fermare – tollerare – le esistenze. In Famiglia ci si distrae dal destino, perché quella è il luogo di Ruoli e di Presenze che cercano di dissimulare la precarietà. Per questo è così importante la Scomparsa del Figlio. È il primo tassello che scardina quella certezza dissimulata.
La Famiglia non è un organismo dato una volta per sempre: le sue opere, le parole e le omissioni non vanno mai valutate in sincronia, essendo la diacronia la sola e vera rivelatrice dei fallimenti di chi tenta – il Padre, nel nostro caso – di “mettere in ordine il mondo”.

* * *

La Sposa giovane è un viaggio sotto pelle. All’interno di una Famiglia in cui non si aspetta veramente nulla – neppure il ritorno del figlio, il cui nostos, vedrà il lettore, è appunto una bugia e si realizza solo quando nessuno più l’attende –, dicevo, non si aspetta veramente nulla perché non si vuole che nulla cambi. In questo tipo di dimensione psicologica, in questo tipo di Famiglia giunge la Sposa, che è giovane, e che nella potenza del suo corpo incolpevole custodisce “la promessa di una forza paziente che sarebbe stata capace di vivere, a testa alta, qualsiasi vita”.
Non solo la Sposa giovane vive, nel senso che si appropria, e comprende la vita del Figlio. Ma sa anche quella della Figlia, quella della Madre. Quella del Padre. Quella dello Zio. Si appropria delle loro vite, restituisce alle loro esistenze un senso, seppur parziale e fragile, come sempre è (nonostante la vita non lasci tracce durature, perché né i luoghi né gli oggetti sono capaci di mantenere il senso che noi attribuiamo loro). Eppure la Sposa giovane è un tentativo. Che procede, che vive, e nel farlo, e per farlo, metabolizza i corpi altrui, portandone in superficie la scabrosa ma dolce ribellione, il loro invincibile linguaggio. Perché “sono i corpi a dettare la vita”. Sta tutta lì la spiegazione.

3 pensieri su “Alessandro Baricco e La Sposa giovane. Per trattar del ben ch’i’ vi trovai

  1. Interessante e completa riflessione/recensione sul libro che, per caso, sto leggendo anch’io in questi giorni. Ho scritto nel mio blog a proposito della scrittura di Baricco che è una ” scrittura compiaciuta”.
    Anche a me, leggendo, pare una fiaba.

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