“E noi non smetteremo mai di esplorare”. Per Roberto Rossi Testa. Di Anna Maria Curci

Roberto
È strana, questa epoca. Da un lato sembra ridurre la comunicazione a ciancia insulsamente riecheggiata, a sfoggio vano e sordo, dall’altro rende possibile una conversazione ampia e profonda, ancorché a distanza, con interlocutori che diventano veri e propri compagni di strada. A pensarci bene – e i carteggi dei ‘tempi andati’ lo dimostrano – tale conversazione non è tanto resa possibile dai mezzi telematici, perché a realizzarla nella sua pienezza sono doni, tanto semplici quanto grandi, di umanità; sarà allora più corretto dire che quest’epoca facilita lo snodarsi, come un cammino fatto per scelta, di una via fatta di dialogo e reciproco ascolto. Questa è l’epoca che, attraverso il blog “La poesia e lo spirito”, mi ha permesso di conoscere Roberto Rossi Testa. Il primo incontro è stato con le sue “Provocazioni in forma di apologo” che nel corso degli anni andava pubblicando, poi ci sono stati i suoi commenti sempre arguti; di seguito ho letto le sue poesie e le sue traduzioni e da qui è nata una corrispondenza che si è arricchita, man mano che scorrevano i mesi e gli anni, le opere e i giorni, dei nostri resoconti su cure e crucci quotidiani, così come sulle opere (ce ne siamo regalate diverse, negli anni, in un andirivieni di culture e lingue tra Torino e Roma) che andavamo leggendo e scrivendo, scegliendo e traducendo. Rileggo oggi, giorno in cui ho appreso della morte di Roberto Rossi Testa, questi messaggi di posta elettronica; li leggo con il dolore del distacco e la riconoscenza per i doni che da Roberto ho ricevuto. Mi scriveva, in un messaggio di alcuni mesi fa, che “il pensiero e il lavoro degli amici è particolarmente prezioso nei momenti difficili”: affermazione, questa, la cui piena verità ho sperimentato proprio grazie alla corrispondenza con lui. Ogni “impresa”, “nel lavoro in proprio”, così come nella traduzione è diventata nel nostro carteggio telematico occasione di confronto, confronto con il testo, con il suo contenuto, con il rovello della resa e con la visione del mondo, volontariamente messa alla prova continua dell’interrogare l’altro e dall’altro essere interrogato. Così è stato per la sua lettura di Johanna di Felicitas Hoppe, da me tradotta, così è stato, per parlare di sue due traduzioni che ho amato molto, per Northumbrian Sequence di Kathleen Raine e per Epistola dell’Albero e dei Quattro Uccelli di Ibn ‘Arabi. In particolare sulla lettura di Ibn ‘Arabi – una traduzione apparsa nel 2015, a molti anni di distanza dai tempi in cui il testo era stato tradotto e proposto – sulle intuizioni di Roberto nel tradurre il testo, sui collegamenti con Dante, è scaturito uno scambio epistolare fitto sulle relazioni con la storia drammatica dei nostri giorni e sull’attualità (e incomprensione da parte dei più) degli scrittori “inattuali” di tutti i tempi. Nell’introduzione all’Epistola dell’Albero e dei Quattro Uccelli, Roberto scriveva: «Ibn ‘Arabi è uno dei maestri dell’Islam più citati ed al contempo meno conosciuti». Dolore e riconoscenza, ho scritto. Dolore e riconoscenza si mescolano, ora, nel riproporre una lettura che qualche tempo fa ho composto per il progetto “Poesia condivisa” promosso da Annamaria Ferramosca. La nota è stata pubblicata come e-book nei Quaderni de “La Recherche” e, successivamente, come articolo in un numero della rivista “Periferie”, diretta da Vincenzo Luciani. Nel presentare l’opera poetica di Roberto Rossi Testa, ho provato a rendere la ricchezza di tutto ciò che confluiva poi nei singoli componimenti in versi. Mi conforta sapere che a Roberto quell’itinerario nella sua poesia non era dispiaciuto. È un conforto al quale, tuttavia, si affianca acuta, oggi, la tristezza.

Anna Maria Curci 29 gennaio 2016

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Roberto Rossi Testa, La notte dell’impresa. Poesie 1986-2009
Introduzione di Anna Maria Curci

Un itinerario di lettura della poesia di Roberto Rossi Testa nell’arco di venticinque anni, dal 1986 al 2009, è l’occasione, per chi, con moto ‘soavemente caparbio’ e inattuale – segno distintivo di chi sceglie la complessità – ama il ricercare, di addentrarsi in un viaggio proficuo, il cui approdo non può essere né scevro da inevitabili ‘manomissioni’ individuali, né, tuttavia, dalla coscienza – constatazione e consapevolezza – di legami e richiami di natura multiforme, ché all’intertestualità interna ed esterna si affianca, nitido e mai retorico, il filo robusto che conduce, attraverso la vicenda personale, all’universalità. A chi porge sguardo e orecchio attenti, Rossi Testa fornisce più di un’indicazione di rotta. Nel proficuo andirivieni tra i suoi versi, le sue traduzioni, le sue dichiarazioni di poetica che scelgono spesso la forma dell’astuzia della ragione della prosa di Brecht (non è azzardato l’accostamento delle Provocazioni in forma di apologo di Rossi Testa alle Storie del signor Keuner di Brecht), non ho potuto fare a meno di pensare ai versi da “Little Gidding”, l’ultimo dei Four Quartets di T.S. Eliot: «We shall not cease from exploration/And the end of all our exploring / Will be to arrive where we started/ And know the place for the first time» («Noi non smetteremo mai di esplorare/E la fine della nostra ricerca/Sarà arrivare al punto di partenza/ E avere conoscenza del nostro posto per la prima volta»). Così, infatti, Rossi Testa conclude una delle sue Provocazioni in forma di apologo pubblicate sul litblog “La poesia e lo spirito”: «Quello che dunque il Nostro ormai chiedeva era altro: non di seguire i suoi passi, ma di riconoscere il suo cammino, la direzione di esso, per scoprire e magari seguire una direzione e un cammino propri; e, poiché rinunciare a questa fierezza gli risultava impossibile, di collocarlo convenientemente fra i suoi; come il meno influente, il più basso, il più flebile; ma che finalmente poteva nomarsi davvero, e invitare con cognizione di causa “a stare a vedere” ».
Raccogliamo dunque il guanto di sfida, accogliamo l’invito a “stare a vedere”. Chi “sta a vedere” sa di non essere semplice spettatore, ma è disposto a guardare oltre, a ri-conoscere, a intuire per esplorare, in breve, a coniugare attenzione e poesia. Individua così la linea, mai spezzata, ma continua e costante nella pluralità di apporti sapienti e accurati. Chi “sta a vedere” coglie la dialettica, tra tensione e dialogo, tra musicalità interiore e costrizione scelta a garanzia di somma libertà, tra la «cantabilità dell’endecasillabo» e «il crepitio e lo schiocco del settenario» .
Già nella raccolta Stanze della mia Sposa, che risale, come la prima parte di Eunoè, a un periodo sì felice, ma dal quale l’autore dichiara di aver preso congedo, gli endecasillabi si alternano infatti ai settenari. Endecasillabi e settenari sono i metri scelti anche per Poca luce, la raccolta che segna la svolta nel dire poetico, nel “guardare dentro di sé” o, meglio “nell’inoltrarsi dentro di sé” (questo è il termine filologicamente più vicino all’invito “gehen Sie in sich” che Rilke formula nelle Lettere a un giovane poeta e del qual Rossi Testa fa evidentemente tesoro). Il titolo vuole affiancarsi, per contrastarlo in un voluto diminuendo, alle ultime parole – così recita la tradizione – di Goethe: “Più luce”. È il confrontarsi con la «lancinante verità» della storia ad acuire il contrasto con il termine di paragone implicito nel titolo.
Il confronto ‘a viso aperto’, senza schermi per il volto e con la sola armatura della parola poetica avvicina l’itinerario di Rossi Testa a quello degli artisti che si sono fatti carico di non tacere la rottura, di cercare un alfabeto per l’indicibile, a Kokoschka de La sposa del vento, il cui celebre quadro dà il titolo alla raccolta del poeta nella quale prevale il settenario, e a Paul Celan della voce in costante dialogo con la micrà, con la Scrittura. Non è un caso, mi sembra, che la parola-tenda, la Parola-Shekinah di Celan, drammaticamente cercata nella sua poesia Anabasi, si manifesti nella sequenza Sciocchina da Poesie per un no di Roberto Rossi Testa.

2 pensieri su ““E noi non smetteremo mai di esplorare”. Per Roberto Rossi Testa. Di Anna Maria Curci

  1. Leggo solo ora di questa perdita e ne sono scossa. Con Roberto Rossi Testa ho avuto uno scambio fitto di mail nel 2012 in occasione della pubblicazione nella rubrica Poesia Condivisa di sue poesie presentate da Anna Maria Curci, cui seguì la meritatissima pubblicazione di un ebook.
    Ricordo la sua profonda umanità e disponibilità a colloquiare con i lettori sulla propria scrittura, mantenendo sempre un profilo umile e insieme altissimo per spessore umano e culturale. Sono anch’io molto addolorata per non averlo potuto conoscere di persona.
    Sicura di fare cosa grata alla sua memoria e a quanti apprezzano la sua poesia , riporto qui i link ai suoi testi con Poesia Condivisa, con il dibattito che ne seguì, e al suo ebook:

    http://www.poesia2punto0.com/2012/07/02/poesia-condivisa-n-11-poesie-per-un-no-roberto-rossi-testa/
    http://www.poesia2punto0.com/2012/10/12/e-book-poesia-condivisa-n-4-la-notte-dellimpresa-di-roberto-rossi-testa/
    Ringrazio Anna Maria per averci dato qui questo suo intenso ricordo amicale.

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